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Albania, il mercato che l’Italia non può permettersi di ignorare
Davide Rogai
© Confindustria Albania
17 Maggio 2026

Albania, il mercato che l’Italia non può permettersi di ignorare

Davide Rogai, Presidente di Confindustria Albania, racconta un Paese in piena trasformazione: le infrastrutture che mancano, il Corridoio 8, il potenziale digitale e il rischio che la leadership italiana, consolidata ma non scontata, venga erosa da competitor sempre più aggressivi.

Fiorentino, classe 1976, dottorato in Telematica e Società dell’Informazione all’Università di Firenze, Davide Rogai non è il classico imprenditore italiano nei Balcani. È arrivato in Albania nel 2014 con tre giorni di agenda, pochi contatti e un’intuizione: creare un polo tecnologico sull’altra sponda dell’Adriatico. Da quella scommessa è nata Commit Software, oggi Growing Tree, parte del gruppo Dilaxia, e da lì un percorso che nel marzo 2025 lo ha portato alla presidenza di Confindustria Albania, eletto per il quadriennio 2025-2029. L’associazione che guida rappresenta 170 imprese italiane e oltre 15.000 dipendenti in un Paese dove le aziende a partecipazione italiana sono più di 2.600,  il 40% di tutte le imprese straniere attive sul territorio. Un sistema-Italia sull’Adriatico che vale quasi 4 miliardi di euro di interscambio annuo, e che Rogai considera tanto un primato da difendere quanto un’occasione ancora largamente inesplorata.

Come descriverebbe oggi i rapporti tra Italia e Albania sul piano economico e industriale?

Storicamente sono rapporti ottimi, con una visione preferenziale dell’Albania verso l’Italia. Ma non voglio cadere nella trappola di chi si addormenta sul primato. Uso spesso una battuta: dobbiamo stare attenti a non prendere la doccia fredda dell’Italia che non va più ai mondiali da dodici anni. La geopolitica è cambiata, l’Albania è un Paese emergente in rapida trasformazione, e io ci sono da oltre undici anni: l’ho vista cambiare già diverse volte. Ci sono competitor forti, altri Paesi europei, ma anche Asia e Stati Uniti, che guardano all’Albania con crescente interesse.

Quindi la posizione italiana è preferenziale, non dominante?

Esattamente. L’imprenditore albanese vede l’Italia come un partner naturale, per la storia condivisa, per la vicinanza culturale, per lo stile di fare impresa. Ma quando si guardano le opportunità concrete, non è detto che l’Italia di oggi sia ancora quell’America che era per l’Albania venti o trent’anni fa, quando la famosa nave Vlora arrivò a Bari. È un’altra stagione. Detto questo, il Made in Italy mantiene un valore straordinario: man mano che il tenore di vita albanese sale, cresce la ricerca di prodotti di eccellenza, e lì siamo ancora primi.

Dove siamo più forti e dove invece siamo meno presenti di quanto potremmo?

Siamo molto presenti nel manifatturiero, tessile, calzature, materiali da costruzione, nell’ICT e nei servizi. Sull’energia abbiamo una storia lunga: il potenziale idroelettrico albanese è enorme e per anni abbiamo portato know how, tant’è che alcune delle principali centrali idroelettriche del Paese sono ancora gestite da società italiane. Dove invece siamo meno sviluppati è nelle infrastrutture in senso stretto. Non c’è stata quella proliferazione che abbiamo avuto nel manifatturiero o nell’ICT. Eppure, è esattamente lì che si aprono le opportunità più grandi, perché l’Albania si sta dotando di infrastrutture che prima non aveva.

Ce ne dà un esempio concreto?

Il caso più evidente è la rete stradale. Io ho visto l’autostrada verso Valona crescere e adeguarsi agli standard nel corso degli anni. Adesso c’è anche una nuova connessione autostradale verso nord, verso Scutari, ancora in costruzione, che collegherà le due aree più distanti da Tirana, entrambe con un polo economico rilevante. È nell’interesse dell’Albania distribuire lo sviluppo fuori dalla capitale, che ha ormai un effetto metropoli: la chiamo la New York dell’Albania, con prezzi e volumi completamente diversi dal resto del Paese.

L’Albania viene spesso descritta come un ponte verso i Balcani. È una lettura che condivide?

Assolutamente, e non è una metafora: è una realtà logistica. Molti nostri associati usano Tirana come base per commerciare con Serbia, Nord Macedonia, Kosovo. Il porto di Durazzo garantisce un collegamento quasi diretto con le coste adriatiche italiane. Quando Rama e Meloni si sono incontrati a novembre, uno dei temi centrali è stato proprio il rilancio del Corridoio 8, quella grande infrastruttura che attraversando l’Albania e i Balcani orientali arriva fino al Mar Nero e all’Asia Minore. È un’opera strategica per aprire mercati che oggi guardiamo poco, ma che sono in forte crescita e culturalmente molto vicini a noi. Pensando ai traffici su ferro, su strada e via mare, c’è un enorme lavoro da fare.

I Balcani orientali sono un mercato sottovalutato dall’Italia?

Sì, e mi dispiace. Ci concentriamo sul Mercosur, sull’America Latina, su mercati vastissimi e lontani. Se invece mettiamo insieme i Paesi balcanici sudorientali, costruiamo un mercato interessante, vicino, con un gap culturale minimo e infrastrutture che migliorano ogni anno. Non ha la vastità dell’Asia, ma ha una competitività logistica che nessun altro mercato emergente ci può offrire.

Sul fronte delle infrastrutture digitali, qual è il potenziale albanese?

È uno dei settori più promettenti. L’Albania ha sviluppato in parallelo, come altri Paesi dell’Est Europa, una forte cultura del lavoro remoto, sviluppatori, sistemisti, tecnici ICT che hanno iniziato a lavorare con clienti di tutto il mondo. C’è un’attitudine naturale alle lingue, c’è una generazione di giovani che ha già interagito col mercato globale pur restando in Albania. Esiste poi un progetto specifico, il Durana Tech Park, un parco tecnologico con procedure di defiscalizzazione e decontribuzione per attrarre investimenti in ingegneria del software e intelligenza artificiale. Ci sono già startup albanesi che lavorano sull’AI con livelli di investimento contenuti ma con una proposizione di valore notevole. È un incubatore naturale per chi voglia costruire team con una vocazione internazionale.

C’è anche un flusso interessante sul fronte della formazione universitaria?

È uno degli elementi che mi sta più a cuore. Abbiamo istituzioni universitarie di matrice italiana che fanno un lavoro straordinario. Ne cito una che è partner storico di Confindustria Albania: l’Università di Nostra Signora del Buonconsiglio, che ha percorsi di doppia laurea con Bari, Tor Vergata e Firenze. Per le nostre aziende associate è una risorsa strategica: significa trovare personale già formato secondo lo stile manageriale italiano, che conosce le nostre logiche di conduzione aziendale. E poi c’è un fenomeno che trovo molto interessante: tanti ragazzi albanesi che hanno studiato in Italia, hanno fatto esperienze lavorative qui, e adesso tornano in Albania perché vedono un’opportunità di costruirsi un futuro che i loro genitori non hanno mai potuto immaginare.

Una sorta di remigrazione qualificata

Esatto. E questo ci differenzia molto dai nostri competitor europei. La Germania, per esempio, fa operazioni di formazione molto strutturate ma con l’obiettivo di portare tecnici specializzati in Germania, un approccio più coloniale, diciamo. Noi no, anche perché non ne abbiamo la necessità: per un’azienda italiana fare un impianto in Albania è come aprire una sede in una nuova regione italiana. La prossimità è totale.

Come cambierà il quadro con l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea, previsto entro il 2030?

C’è una forte propensione verso l’Europa da parte di tutto il sistema albanese, governo, imprese, cittadini. E l’Italia è il primo sponsor dell’Albania nel percorso di adesione. Non credo che l’ingresso in Europa cambierà radicalmente la natura dei rapporti con noi: semmai li consoliderà e li renderà più fluidi. Il tema più concreto è quello doganale e logistico, che oggi rappresenta uno dei principali costi per i nostri associati, tant’è che il primo accordo che abbiamo sottoscritto come Confindustria Albania è stato proprio con le dogane albanesi. Sul tema valutario, il lek ha già percorso gran parte della strada: quando sono arrivato, un euro valeva 140 lek; oggi siamo intorno a 95. Il rapporto 1 a 100 è ormai realtà.

Il Paese sta anche adeguando il proprio quadro normativo agli standard europei?

L’Albania sta adeguando progressivamente il proprio quadro normativo agli standard europei, soprattutto nel contesto del percorso di integrazione nell’Unione Europea. Un esempio concreto è l’allineamento della normativa sulla protezione dei dati personali ai principi del GDPR europeo, attraverso il rafforzamento delle regole sulla privacy, sulla trasparenza e sulla tutela dei dati dei cittadini. Prima non esisteva nulla di paragonabile. Uno dei nostri associati storici, lo studio Tonucci and Partners, è in Albania dal 1994 proprio perché fu chiamato ad aiutare ad adeguare l’ordinamento giuridico del Paese in quegli anni di transizione. Quel percorso continua.

C’è ancora spazio per nuovi investitori e imprese italiane?

Ampio spazio, sì. Il business climate è positivo, i fondamentali ci sono: costo dell’energia, sistema fiscale, risorse umane qualificate, vicinanza geografica e culturale. Come Confindustria Albania lavoriamo per ridurre i rischi e rimuovere gli ostacoli: ci sono lati grigi, dalla giustizia ancora in evoluzione alle criticità con le amministrazioni locali fuori dalla capitale. Ma l’opportunità è reale, e chi sa leggerla correttamente trova un mercato che premia. Come dice il nostro ambasciatore Alberti: gli imprenditori le opportunità le trovano da soli, se correttamente informati. Il nostro compito è garantire che le informazioni siano quelle giuste.

Facciamo il punto