
Tre Data Center italiani per la moneta europea
Tre Data Center in Italia. È quanto emerge da un incontro tenutosi nei giorni scorsi a Bruxelles organizzato dall’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana, a cui hanno partecipato banche centrali, istituti di credito e operatori del settore. I tecnici di Banca d’Italia, che ha in mano la partita tecnologica sul progetto, hanno rivelato che tre dei nodi su cui girerà l’euro digitale saranno gestiti direttamente da Bankitalia, almeno uno dei quali a Roma. L’esatta ubicazione non verrà mai resa pubblica, come è già avvenuto per Target, l’infrastruttura su cui viaggiano i pagamenti interbancari dell’Eurozona. Ma il peso specifico di questa scelta è già leggibile. Per capire cosa significhi, vale la pena fare un passo indietro. L’euro digitale è una CBDC, Central Bank Digital Currency, ovvero moneta a corso legale emessa direttamente dalla Banca Centrale Europea, l’equivalente digitale della banconota. Non nasce per sostituire il contante ma per affiancarlo: un portafoglio digitale pubblico, gratuito, accettato in tutta l’area euro, progettato per funzionare anche offline con un livello di privacy paragonabile a quello del contante fisico. Il regolamento è atteso entro fine 2026, la fase pilota nella seconda metà del 2027, il lancio nel 2029. La BCE sta costruendo l’infrastruttura tecnica in modo flessibile e progressivo, prima ancora che il quadro normativo sia definitivo. Insomma una nuova moneta a tutti gli effetti, con implicazioni che vanno ben oltre i pagamenti.
La dipendenza dai circuiti americani e la risposta europea
Quasi due terzi dei pagamenti con carta in Europa passano attraverso circuiti americani come Visa e Mastercard. Tredici paesi dell’area euro dipendono interamente da schemi internazionali per i pagamenti nei negozi, e oltre metà dei mercati nazionali non dispone di una soluzione domestica accettata per l’e-commerce. Ogni transazione digitale, un bonifico, un pagamento con carta, un acquisto online, transita su infrastrutture che obbediscono a logiche, normative e interessi che non sono europei. Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha più volte sottolineato che operare in larga misura su infrastrutture progettate e governate al di fuori dell’Europa espone il continente a dipendenze strategiche che non ci si può permettere di ignorare. È esattamente da questa consapevolezza che nasce la scelta di costruire un’infrastruttura propria. L’euro digitale è, in questa lettura, un progetto infrastrutturale prima ancora che monetario. La BCE ha già scelto OVHcloud, provider europeo, per la componente cloud del progetto, con l’obiettivo esplicito che i dati e i sistemi alla base dell’iniziativa non transitino su piattaforme controllate da aziende extra-europee. I data center in Italia si inseriscono nella stessa logica: il 2026 si sta configurando come l’anno decisivo per chiudere il perimetro normativo e selezionare i primi partecipanti alla sperimentazione, mentre la BCE costruisce con il mercato gli strumenti tecnici necessari.
Il vincolo energetico e la sfida materiale dell’infrastruttura
Costruire infrastruttura sovrana, però, significa anche fare i conti con i vincoli materiali di chi quell’infrastruttura deve ospitarla. In Italia la questione energetica è già aperta. Le richieste di connessione alla rete per nuovi data center hanno superato i 300 progetti, per oltre 50 GW complessivi, e il vero fattore critico sono i tempi di allacciamento alla rete elettrica, il cosiddetto “time to grid”, che rischiano di rallentare investimenti stimati tra 21 e 25 miliardi di euro nel periodo 2026-2028. I data center di Bankitalia non sono strutture commerciali e seguono logiche diverse, ma si inseriscono in un contesto dove disponibilità di energia stabile e sostenibilità dei consumi sono diventate variabili strategiche quanto la sicurezza informatica. L’UE stima che i Data Center siano già responsabili di circa l’1,5% del consumo annuo totale di elettricità nel mondo, con il dato europeo destinato a crescere significativamente entro il 2030. Per questo Bruxelles ha introdotto obblighi di rendicontazione su consumi, uso di acqua e quota di rinnovabili, con scadenza proprio nel 2026.
Che tre Data Center di questa infrastruttura siano in Italia, gestiti da Banca d’Italia, ha un peso specifico preciso: significa che una quota della sovranità monetaria digitale dell’Eurozona si costruisce fisicamente qui, con risorse pubbliche italiane, sotto la supervisione di un’istituzione nazionale. È una scelta di architettura, nel senso più ampio del termine.








