Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:
Facciamo il punto
Difesa al 2,8% del PIL, il numero che divide la politica italiana
© Imagoeconomica
6 Luglio 2026

Difesa al 2,8% del PIL, il numero che divide la politica italiana

Alla vigilia del vertice NATO di Ankara il governo rivendica l’aumento della spesa militare, ma osservatori indipendenti contestano il perimetro contabile e la maggioranza ha già chiesto di rivedere l’obiettivo del 5%. Sullo sfondo le divisioni sul SAFE e la campagna elettorale.

Il vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio offre l’occasione per misurare lo stato del dibattito italiano sulle spese militari. Il governo si presenta con una spesa per difesa e sicurezza al 2,8% del PIL, composta da un 2,09% di spese strettamente militari e da uno 0,71%, pari a poco più di 15 miliardi, riferito a un perimetro allargato che comprende energia, cybersicurezza e protezione delle frontiere. È proprio questa composizione a essere contestata: secondo l’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica il balzo certificato dalla NATO a marzo, dall’1,52% al 2,01% in un solo anno, deriva in gran parte da riclassificazioni di voci prima non conteggiate come difesa, tra cui Guardia di finanza, Capitanerie, spazio e cyber, mentre l’Osservatorio Milex stima la spesa militare in senso stretto ancora intorno all’1,5% del PIL.

La maggioranza e la revisione del 5%

La linea del governo si muove su un doppio binario. Ad Ankara la presidente del Consiglio conferma l’impegno preso all’Aja nel 2025 di arrivare al 5% del PIL entro il 2035, ma a maggio la maggioranza ha approvato al Senato una mozione che impegna l’esecutivo a promuovere una revisione degli obiettivi più ambiziosi alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche. “Se vuoi far parte di questa alleanza, devi rispettare gli impegni presi”, ha dichiarato comunque il ministro della Difesa Guido Crosetto alla vigilia del summit.

Le divisioni sul SAFE

Il punto di frizione più evidente dentro il governo riguarda il Security Action for Europe, il programma di prestiti UE da 150 miliardi del piano ReArm Europe. L’Italia aveva prenotato 14,9 miliardi, una delle quote più alte tra i Paesi membri, ma si è aperto uno scontro tra Crosetto, favorevole a destinare l’intera somma a nuovi investimenti militari, e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che, con l’avallo di Meloni, preferiva usare quelle risorse per il caro energia. È altamente probabile che i prestiti non verranno richiesti, almeno per il 2026.

Il peso della campagna elettorale

Sulla prudenza dell’esecutivo incide un’opinione pubblica divisa. Secondo un sondaggio YouTrend il 43% degli elettori è favorevole a un aumento delle spese militari e un identico 43% è contrario, mentre solo il 4% sostiene l’obiettivo del 5%. Con le elezioni all’orizzonte, fonti di governo indicano incrementi possibili dello 0,3% nel 2027 e dello 0,6% nel 2028, per 17-18 miliardi complessivi, ma le percentuali restano dichiaratamente a geometrie variabili.

Leggi anche…

Facciamo il punto