
Il nuovo Presidente ANCE, Antonio Ciucci, spiega il suo programma a tutto campo
Presidente Ciucci di recente lei ha definito il nuovo Piano Casa un segnale importante per l’emergenza abitativa, ma ha avvertito che rischia di arenarsi senza risorse adeguate. Quali sono i nodi economici e quanta flessibilità serve al quadro normativo per far partire i cantieri?
Il Piano casa ha di buono il fatto che il tema dell’abitare sia tornato al centro degli interessi del Paese. Il problema chiaramente sono le risorse, specie per l’edilizia residenziale pubblica. Servirebbero più di 650.000 abitazioni per colmare un divario storico, accumulato in tanti anni, che vede l’Italia ormai fanalino di coda in Europa per disponibilità di case pubbliche. Il Piano mette a disposizione dell’edilizia residenziale pubblica 970 milioni di euro, destinati a rendere agibili circa 60.000 appartamenti. È un primo passo, confermato anche dal commissario Squitieri nel nostro proficuo incontro. Tuttavia per arrivare da 60 mila a 650 mila alloggi servirà uno sforzo in più, magari anche coinvolgendo i fondi europei.
Sul Piano Casa lei ha espresso preoccupazione per il rischio che le attuali regole favoriscano grandi fondi internazionali, escludendo le piccole e medie imprese edilizie. Come si garantisce la reale partecipazione del tessuto produttivo locale?
Quello che ho voluto evidenziare è che sull’edilizia integrata, pensata per quella fascia di cittadinanza che oggi non riesce ad accedere al mercato immobiliare, limitare le agevolazioni solo a chi può investire cifre altissime rischia di essere penalizzante. La formula “70-30” (70% di edilizia convenzionata e 30% di edilizia residenziale libera, ndr) potrebbe funzionare nelle città più grandi ma potrebbe invece non funzionare nei centri più piccoli. Occorre modulare meglio per far sì che l’edilizia integrata, cioè la sinergia tra pubblico e privato, dia risposte concrete in tutte le aree del Paese.
Le tensioni geopolitiche internazionali hanno innescato una nuova ondata di rincari dei materiali. Quali interventi urgenti chiedete al Governo per salvaguardare la tenuta dei cantieri, soprattutto quelli già aperti?
Abbiamo affrontato una crisi con lo scoppio del conflitto fra Russia e Ucraina, che purtroppo continua. Nel 2022 il Governo rispose con il “decreto Aiuti” proprio per fare fronte agli aumenti dei costi dei materiali, ma il decreto, pur avendo funzionato dal punto di vista normativo, non ha sufficiente copertura finanziaria. Le imprese, infatti, devono ancora ricevere i ristori del 2024 e del 2025 per un ammontare di circa 2 miliardi. Nel frattempo, nonostante questa difficoltà e mentre le imprese facevano la corsa per chiudere i cantieri del PNRR, è scoppiata un’altra crisi bellica, con la chiusura dello stretto di Hormuz che ha comportato l’aumento di alcuni materiali, in particolare quelli derivati del petrolio, come il bitume per le pavimentazioni stradali, e quindi un’ulteriore problematica.
In tema di liquidità e cantieri PNRR, quali misure concrete avete avanzato nelle ultime audizioni parlamentari?
Stiamo monitorando la situazione, anche il Governo lo sta facendo. Se questi rincari dovessero continuare ma, soprattutto, se ci dovesse essere un rimbalzo sul costo energetico che si porterebbe dietro tutti i successivi aumenti, dovremmo pensare a un’altra misura straordinaria perché la revisione automatica dei prezzi che nel frattempo abbiamo costruito con il MIT – con cui abbiamo fatto un ottimo lavoro – è pensata per periodi d’inflazione ordinaria e non intercetta aumenti così repentini. Se i prezzi continuano a salire, serviranno misure straordinarie immediate.
Per fronteggiare la combinazione rincaro materiali/ritardo nei pagamenti dei compensi previsti dal decreto Aiuti, abbiamo chiesto la sospensione del recupero delle anticipazioni contrattuali per tutto il 2026. Sarebbe una misura di respiro finanziario temporanea ma fondamentale per permettere alle aziende di completare le opere del PNRR senza rischiare il blocco dei cantieri.
Il modello di governance e la cabina di regia del PNRR possono essere replicati per la gestione degli altri fondi europei strutturali?
Riteniamo di sì. I dati dimostrano che il PNRR ha permesso all’Italia di accelerare la spesa, mentre sui tradizionali fondi strutturali UE siamo storicamente fermi a medie attorno al 30%. La cabina di regia centrale del PNRR ha agevolato il lavoro di enti attuatori e i piccoli Comuni: estendere questo metodo di monitoraggio anche agli altri fondi europei è l’unico modo per non disperdere le risorse e mantenere elevata la quota di investimenti pubblici.
Finalmente gli investimenti, soprattutto quelli pubblici, in questo Paese sono arrivati a livello europeo, auspichiamo di non arretrare da questo punto di vista.
A distanza di tempo dall’entrata in vigore del nuovo Codice degli Appalti, qual è il bilancio per il settore delle opere pubbliche?
Il Codice ha sicuramente avuto un impatto positivo, ma per una piena applicazione le amministrazioni devono fare ancora passi in avanti dal punto di vista delle competenze, della capacità di gestione delle procedure, e questo passa anche attraverso la digitalizzazione. C’è ancora della strada da fare, ma sicuramente il Codice ha tracciato una rotta.
L’urbanistica sconta spesso leggi obsolete risalenti al secolo scorso. È ipotizzabile estendere il “modello Giubileo” fatto di coordinamento accelerato in tempi certi nella gestione ordinaria delle opere, della rigenerazione urbana?
Nei lavori pubblici abbiamo un quadro normativo abbastanza recente, che può essere naturalmente perfezionato ma che secondo noi funziona, nell’urbanistica siamo fermi a leggi degli anni ’40 e ’60 che, sommate ai piani regionali e comunali, rallentano tutte le operazioni.
In questo caos parlare di rigenerazione diventa molto difficile, tanto è vero che il legislatore quando ha scritto il Piano casa ha pensato ai commissari e a una centralizzazione perché altrimenti sarà difficile realizzarlo. Ma il tema non può essere solamente l’emergenza, la straordinarietà, dobbiamo trovare un metodo ordinario.
Il modello Giubileo ha funzionato, e ha funzionato naturalmente anche il PNRR. Creare una cabina di regia nazionale per la rigenerazione urbana e il fabbisogno abitativo permetterebbe di applicare metodi di lavoro certi e tempi rapidi per dare risposte adeguate. Non è un tema importante solo per le imprese di costruzione ma per le famiglie. Prima di tutto ci sono i cittadini.





