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Hormuz, l’Iran sequestra navi e incassa pedaggi mentre i negoziati affondano
© Imagoeconomica
23 Aprile 2026

Hormuz, l’Iran sequestra navi e incassa pedaggi mentre i negoziati affondano

Lo Stretto di Hormuz non è solo un problema militare: è la leva con cui l’Iran sta riscrivendo i termini del conflitto. Mentre i negoziati con Washington continuano a fallire, Teheran sequestra navi e incassa pedaggi come se controllasse già il passaggio. Trump ha tempo fino al primo maggio per trovare un accordo senza passare dal Congresso.

Cinquantacinque giorni dopo l’avvio delle operazioni militari americane e israeliane contro l’Iran, lo Stretto di Hormuz è ancora chiuso. La tregua regge, ma è sempre in bilico: Donald Trump l’ha prorogata a tempo indeterminato, mantenendo però l’embargo sullo Stretto, e Teheran risponde che non ci sarà riapertura finché il blocco navale americano non verrà tolto. Nel mezzo, trentadue chilometri d’acqua attraverso cui passava, prima della guerra, oltre un quinto del petrolio mondiale.

La dinamica è quella che gli analisti chiamano guerra di attrito. L’Iran ha dimostrato di avere una capacità di deterrenza: da ora in poi i negoziatori iraniani potranno inserire nei negoziati la minaccia del blocco di Hormuz e i loro interlocutori si spaventeranno. Washington, dal canto suo, punta sul tempo e sulle pressioni economiche. Ma anche Trump ha una scadenza che si avvicina: il primo maggio il conflitto giungerà al suo sessantesimo giorno e la legge prevede che il presidente richieda l’autorizzazione al Congresso per procedere, il che riduce lo spazio di manovra della Casa Bianca.

Sequestri e pedaggi

La giornata del 22 aprile ha segnato un’ulteriore escalation. I Pasdaran hanno sequestrato due imbarcazioni nello Stretto di Hormuz, la Msc Francesca e l’Epaminondas, e hanno attaccato una terza nave, l’Euphoria, legata a una compagnia emiratina. Tutte e tre, secondo Teheran, avrebbero violato le norme marittime iraniane. Sul fronte americano, le forze statunitensi hanno ordinato a 31 navi di invertire la rotta o rientrare in porto nell’ambito del blocco contro l’Iran, con l’operazione che coinvolge oltre 10.000 militari, 17 navi da guerra e più di 100 velivoli.

L’Iran non si limita a sequestrare navi: ha anche cominciato a incassare pedaggi. Un alto funzionario del Parlamento iraniano ha dichiarato che Teheran ha ricevuto i primi introiti dai pedaggi imposti sullo strategico Stretto, depositati sul conto della Banca Centrale. È un segnale politico oltre che economico: Teheran si sta comportando da potenza che controlla un passaggio strategico, non da paese sotto assedio.

Il negoziato che non decolla

Sul fronte diplomatico, i progressi restano minimi. Il secondo round di colloqui in Pakistan non è avvenuto: le delegazioni di Iran e Stati Uniti non si sono incontrate come previsto. Trump ha dichiarato che nuovi colloqui sono “possibili già venerdì”, ma l’agenzia iraniana Tasnim ha smentito, definendo le affermazioni del presidente americano bugie. La posizione di Teheran è netta: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto che “l’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco”, riferendosi al blocco navale americano dei porti iraniani. La Casa Bianca chiede all’Iran di presentare una proposta “coerente” e ribadisce che Teheran non potrà mai ottenere la bomba nucleare. I due fronti parlano, ma non si ascoltano.

L’effetto sul petrolio e sull’Europa

Le conseguenze economiche si fanno sentire. Il Brent viaggia in rialzo a oltre 103 dollari al barile, con i future sul WTI che registrano un progresso dell’1,40% a 94,26 dollari. Ma il problema più profondo non riguarda solo il prezzo: gli analisti parlano di “distruzione della domanda” anche in Europa. Non c’è più abbastanza petrolio per tutti e qualcuno deve smettere di usarlo. Alcune compagnie aeree stanno già riducendo i voli programmati per i prossimi mesi.

L’Italia prepara la missione

In questo quadro si inserisce la decisione italiana. La Marina militare ha pianificato l’invio di quattro unità a Hormuz: due cacciamine, un’unità di scorta e un’unità logistica, nell’ambito di una coalizione internazionale che include Francia, Gran Bretagna, Olanda e Belgio. La missione, per ora definita “prudenziale”, partirà solo a conflitto concluso. Il problema, come ha ricordato il capo della Marina Berutti Bergotto, è che anche in caso di accordo potrebbero servire sei mesi per sminare le acque dello Stretto. Hormuz, insomma, non si riaprirà in fretta, qualunque cosa decidano i negoziatori.

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