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Infrastrutture, la scommessa del decennio
Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’Economia
© Imagoeconomica
27 Aprile 2026

Infrastrutture, la scommessa del decennio

Il Documento di Finanza Pubblica 2026 fotografa conti migliori del previsto ma non abbastanza per uscire dalla procedura europea. Le opere pubbliche restano il cantiere più ambizioso del governo, e il più complicato

Il 22 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento di finanza pubblica 2026, il testo con cui il governo definisce in modo ufficiale l’andamento dei conti pubblici. La stessa mattina è arrivata la notizia attesa e temuta: Eurostat ha confermato che il rapporto deficit/PIL dell’Italia nel 2025 si è fermato al 3,1%, pur scendendo rispetto al 3,4% del 2024. Un decimale, apparentemente niente. Ma quel decimale ha conseguenze precise: il dato non consente l’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Il governo aveva sperato di chiuderla con un anno di anticipo, liberando margini di bilancio preziosi nell’ultimo anno di legislatura prima delle elezioni del 2027. Non è andata così.

Il risultato, va detto, è comunque migliore di quanto programmato: il 3,1 per cento si colloca su un livello inferiore rispetto alla previsione del Piano strutturale di bilancio, che era fissata al 3,3 per cento, segnalando che il rientro verso la soglia è avvenuto a un ritmo più rapido di quanto inizialmente stabilito. Il problema è un altro: circa 5 miliardi di coda fiscale dei crediti edilizi nel 2025 e 2-3 miliardi di interessi su debito già generato dai crediti usati tra 2021 e 2024 hanno inciso sul saldo. È l’eredità del Superbonus, una voce contabile che si trascina ben oltre la chiusura formale della misura.

Sul fronte del debito, il quadro è meno confortante: Eurostat certifica il debito pubblico italiano in salita al 137,1 per cento del PIL nel 2025, oltre due punti in più rispetto al 134,7 per cento del 2024. Resta il secondo debito nella UE alle spalle della Grecia.

Crescita frenata, ma il percorso tiene

Le previsioni sul PIL reale indicano per il 2026 una crescita dello 0,6 per cento, inferiore rispetto allo 0,7 per cento stimato in autunno. Lo stesso andamento è confermato per il 2027, mentre per il biennio 2028-2029 si prefigura una crescita dello 0,8 per cento. Il tutto in un contesto segnato dalla guerra USA-Israele-Iran esplosa a fine febbraio, che ha già fatto alzare i prezzi dell’energia e introdotto nuovi elementi di incertezza per il 2026 in avanti, pur non avendo inciso sui conti del 2025.

Il percorso di discesa del deficit viene confermato: 2,9 per cento nel 2026, 2,8 nel 2027, 2,5 nel 2028 e 2,1 nel 2029. Se questi numeri reggono, l’uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo potrebbe arrivare nel 2027. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha validato il quadro macroeconomico, pur segnalando che lo scenario internazionale è esposto a fortissimi rischi e che le previsioni potrebbero essere riviste in misura significativa.

Ferrovie, strade, porti: i numeri del decennio

È nell’allegato curato dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che si trova la parte più concreta del documento. Il 2025, si legge, è stato l’anno di massima operatività per i cantieri, con il PNRR in fase di accelerazione verso la scadenza del 2026. La programmazione decennale disegna un fabbisogno residuo di investimenti molto significativo: circa 170 miliardi per il comparto ferroviario (su 126 già finanziati), 37 miliardi per le strade (su 20), 3,4 miliardi per i porti (su 9,8 già coperti) e 2,5 miliardi per il trasporto rapido di massa nelle città.

La legge di bilancio 2026 ha messo risorse concrete su questi fronti, rifinanziando i contratti di programma di RFI e ANAS e stanziando nuovi fondi per la manutenzione straordinaria della rete. Ad ANAS è stata assegnata anche una dotazione stabile di 90 milioni annui dal 2026 per la gestione delle strade di interesse nazionale. Sul versante della mobilità urbana, sono stati stanziati 200 milioni per il 2026 e 150 per il 2027.

Il Ponte tra cantieri e burocrazia

Il Ponte sullo Stretto di Messina resta il dossier più travagliato. Il costo complessivo dell’opera resta fermo a 13,5 miliardi, senza nuovi oneri per la finanza pubblica. La novità, però, è che il governo ha rimesso mano ai fondi per il Ponte una seconda volta: 2,8 miliardi di euro vengono dirottati verso Rete Ferroviaria Italiana, con l’obiettivo di ridurre l’esposizione debitoria del gruppo. Il provvedimento è contenuto nel decreto sui commissari delle opere pubbliche. La ragione è finanziaria: RFI ha spinto al massimo per ammodernare la rete nazionale e rispettare le scadenze del PNRR, arrivando a investire la cifra record di 9 miliardi di euro in un singolo esercizio. Questo sforzo ha costretto il Gruppo Ferrovie dello Stato ad anticipare capitali enormi a imprese e fornitori per tenere aperti i cantieri.

Il prezzo, per il Ponte, è un ulteriore slittamento: la spesa complessiva resta invariata a 13,5 miliardi, ma cambia la distribuzione nel tempo. I cantieri dovrebbero avviarsi a settembre 2026, con fine lavori nel 2033 e primo anno di esercizio nel 2034. L’iter autorizzativo ha subito un ulteriore rallentamento dopo che la Corte dei conti ha bloccato la delibera CIPESS dell’agosto scorso per rilievi di legittimità. Il decreto di marzo 2026 ha rilanciato il percorso, nominando due commissari straordinari per le opere di accesso, l’ad di RFI per la parte ferroviaria e l’ad di ANAS per quella stradale, e riportando la cabina di regia al ministero delle Infrastrutture, abbandonando l’ipotesi di un super-commissario unico.

Autostrade: gare obbligatorie, piano da scrivere

Sul fronte delle concessioni autostradali, una riforma già approvata a dicembre 2024 mette fine ai rinnovi automatici e rende obbligatorie le gare per i nuovi affidamenti. È una svolta attesa da anni, richiesta anche dalle raccomandazioni europee del 2019. Il Piano nazionale degli investimenti autostradali, che dovrà orientare le gare future su un orizzonte decennale, è ancora in fase di predisposizione, così come gli schemi di bando-tipo e di convenzione-tipo che l’Autorità di regolazione dei trasporti deve definire d’intesa con il governo.

Casa, acqua e logistica

Fuori dal perimetro dei trasporti, il DFP dedica spazio alla questione abitativa. I prezzi delle case continuano a salire, con dinamiche più accentuate nelle grandi città. Il Piano Casa Italia, con una dotazione di 970 milioni distribuiti nelle ultime tre leggi di bilancio, è lo strumento principale, affiancato da circa 2 miliardi riallocati dalla politica di coesione europea per l’housing accessibile e da altri 1,6 miliardi da fondi nazionali. Il Fondo di garanzia per la prima casa è stato prorogato a favore di giovani coppie, under 36 e famiglie monogenitoriali.

Sul fronte idrico, il Piano nazionale per le infrastrutture idriche approvato con decreto a ottobre 2024 punta a ridurre le perdite nella rete di distribuzione, tra le più alte d’Europa, in un contesto di crescente scarsità legata ai cambiamenti climatici. I porti avanzano sul fronte del cold ironing: diciotto impianti sono stati aggiudicati in tredici scali, per consentire alle navi in banchina di collegarsi alla rete elettrica di terra spegnendo i motori ausiliari. Piccoli passi verso un sistema logistico che il governo ambisce a trasformare in uno dei pilastri della competitività italiana.

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