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Il piano “Made in Europe” spaventa la Cina: “Discriminazione sistemica”
© Imagoeconomica
1 Maggio 2026

Il piano “Made in Europe” spaventa la Cina: “Discriminazione sistemica”

Con l’Industrial Accelerator Act l’Europa si schiera contro i materiali inquinanti e contro la tecnologia cinese a basso costo. Presentata lo scorso marzo dalla Commissione europea, ha l’obiettivo di recuperare le differenze soprattutto nel settore dell’automotive. Pechino però controlla la maggior parte delle materie prime critiche, essenziali per il progresso ecologico e per la costruzione delle auto elettriche. Transizione a tinte cinesi o deindustrializzazione europea?

“Non svegliare il can che dorme”, dice il proverbio. Oggi il posto del cane l’ha preso il dragone. Sì, perché Xi Jinping e il suo governo non le mandano a dire e promettono ripercussioni nei confronti dell’Unione europea per il piano “Made in Europe”. A Pechino si sono molto infastiditi per il progresso tecnologico europeo e per i potenziali ulteriori dazi che l’UE avrebbe pensato per l’export cinese nel Vecchio continente e hanno deciso di far saltare il piano. Il ministero del Commercio cinese ha fatto sapere, infatti, che la nuova legge sull’accelerazione industriale presentata lo scorso marzo dalla Commissione europea sarebbe dannosa per gli interessi di Pechino e metterebbe in pratica una cosiddetta “discriminazione sistemica” verso le aziende della Cina.

L’Europa punta a proteggere le industrie continentali, soprattutto quella tecnologica e quella dell’automotive, perché reputano scorretta la disparità di prezzi visto che le industrie cinesi godono di aiuti statali, il che le rende più a buon mercato e quindi più appetibili per il compratore medio. Una differenza sostanziale di vedute: l’UE vede un’opportunità per stare al passo con la concorrenza, la Cina un disegno politico che punta ad alterare i principi della concorrenza internazionale.

I vantaggi del capitalismo di Stato

Per capire il fastidio di Xi Jinping, è necessario fare un’analisi sugli investimenti che arrivano da Oriente. Secondo il CSIS, Center of Strategic and International Studies, a cavallo tra il 2009 e il 2023 la Cina ha stanziato circa 230 miliardi di dollari solo nel settore dei veicoli elettrici. Un vero caso di capitalismo di Stato: prestiti agevolati concessi attraverso le banche pubbliche, concessione di terreni industriali a buon mercato e una rete di infrastrutture energetiche dedicate. Prendendo in considerazione il rapporto del Kiel Institute for the World Economy, si evince che il gigante di Shenzhen, BYD, ha ricevuto 3,4 miliardi di euro in sussidi diretti solo tra il 2018 e il 2022. Quali sono stati gli effetti? Abbattimento dei costi di produzione fino al 25/30% rispetto ai competitor europei.

Una parte della sede di BYD a Shenzhen. ©Imagoeconomica

Tra dazi e l’Industrial Accelerator Act del 2026. La risposta dell’Europa alla Cina

La risposta della Commissione europea non si è fatta attendere. L’inchiesta anti-sovvenzioni di Bruxelles, conclusa a fine 2024, ha approvato l’applicazione di dazi definitivi fino a cinque anni e sta seguendo il principio della proporzionalità punitiva. Le aliquote sono state calibrate sulla base della trasparenza delle aziende al momento dell’indagine. Numeri importanti: si va dal 17% di BYD e il 18,8% di Geely fino al picco del 35,3% di SAIC. Pure multinazionali gigantesche come Tesla, a causa della produzione del suo stabilimento di Shanghai, sono state costrette a negoziare un’aliquota specifica, nel suo caso fissata al 7,8%. Queste tariffe si sommano al dazio standard del 10% già esistente, portando il costo d’ingresso per alcuni modelli cinesi oltre la soglia del 45%. E qui arriva l’Industrial Accelerator Act (IAA) del marzo 2026, la mossa che Pechino definisce “discriminazione sistemica”. Una legge che introduce criteri specifici, come l’accesso agli appalti pubblici verdi, con almeno il 25% del contenuto di materiali come l’alluminio che deve essere di origine europea. Un’evoluzione del precedente Net-Zero Industry Act che costituisce il pilastro normativo della strategia “Made in Europe”. La legge punta a ridurre la burocrazia e introduce la clausola del Local Content Requirement: per ottenere incentivi o vincere appalti pubblici, le aziende devono dimostrare che almeno il 70% del valore del prodotto sia generato in Europa o in Paesi alleati. L’UE si schiera così contro la tecnologia cinese a basso costo e penalizza i materiali inquinanti e quelli che arrivano da filiere obsolete.

Problema terre rare e litio: la doppia strada di Bruxelles

C’è un però molto importante. Se l’Unione Europea da un lato difende il settore dell’automotive che rappresenta il 7% del PIL continentale, dall’altro dipende pesantemente dalla Cina per le materie prime critiche. Pechino ha quasi il monopolio globale della lavorazione delle terre rare (90%) e controlla per il 60% la raffinazione mondiale del litio, necessario per produrre le auto elettriche e cuore pulsante del progetto di transizione energetica. Il rischio è ben rappresentato dall’analisi di Merics (Mercator Institute for China Studies): l’Europa davanti a sé ha due strade: o accetta una transizione ecologica a tinte cinesi o rischia una deindustrializzazione causata da costi energetici e produttivi, che senza le componenti di Pechino potrebbero diventare insostenibili.

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