
Caro energia, l’Italia paga il conto più salato d’Europa
La guerra in Iran ha rimescolato le carte sui mercati energetici mondiali con una velocità che ha colto di sorpresa anche chi pensava di essere attrezzato. In pochi mesi il prezzo del gas è risalito, le bollette hanno ripreso a salire e l’Italia, che per struttura dipende dal gas più di qualsiasi altro grande Paese europeo, si è ritrovata di nuovo in prima fila tra i Paesi più esposti. Non è una novità, ma ogni volta che si ripete fa male lo stesso.
Il Fondo Monetario Internazionale ha messo i numeri sul tavolo dei ministri dell’Economia dell’Unione all’Eurogruppo del 4 maggio. Nello scenario base, le famiglie italiane dovranno rinunciare fino a circa 450 euro nel corso dell’anno. Ma se la crisi energetica dovesse aggravarsi ulteriormente, la perdita media per nucleo familiare potrebbe arrivare a 2.270 euro. Per fare un confronto, la media europea si ferma a 375 euro nello scenario ordinario e a 1.750 nello scenario più grave. L’Italia paga di più perché importa di più, perché la rete di distribuzione del gas è più cara da gestire, e perché decenni di rinvii sulla transizione energetica la rendono strutturalmente vulnerabile a qualsiasi scossone sui mercati internazionali.
Il paradosso del fisco che incassa mentre i cittadini pagano
C’è un meccanismo perverso che accompagna ogni crisi energetica: più i prezzi salgono, più lo Stato incassa. Non è una politica deliberata, è semplicemente il funzionamento dell’IVA e delle accise, che sono calcolate in percentuale sul prezzo finale. Nel primo trimestre del 2026, le entrate tributarie totali si sono attestate a 131,4 miliardi di euro, con un aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. La crescita è stata trainata dalle imposte indirette, aumentate del 2,4%. Nel dettaglio, il dato più indicativo riguarda il gas naturale: le accise sul gas per combustione sono balzate a 1,195 miliardi di euro, con un incremento del 96,2%, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2025.
L’IVA racconta una storia simile. Nei primi tre mesi dell’anno il gettito IVA ha superato i 38 miliardi di euro, con un incremento del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato di marzo, da solo, vale 14,6 miliardi, quasi il 40% dell’intero trimestre. Il punto è che questo aumento non riflette una crescita dei consumi o dell’economia reale. È l’effetto diretto dell’inflazione importata dai mercati energetici: se il prezzo sale, sale anche la base imponibile, e lo Stato incassa di più senza che nessuno abbia prodotto o consumato di più.
Il decreto bollette e i limiti delle misure tampone
Il governo non è rimasto a guardare. A febbraio aveva già approvato il decreto bollette che stanziava 5 miliardi di euro per contenere l’impatto sui nuclei più vulnerabili. Le circa 2,64 milioni di famiglie economicamente fragili già beneficiarie del bonus sociale elettrico hanno ottenuto un contributo straordinario di 115 euro aggiuntivi, per un totale di 315 euro nel 2026. Per le imprese, il provvedimento riduce gli oneri di sistema in bolletta con effetti su oltre quattro milioni di aziende, prevede la vendita sul mercato delle scorte di gas accumulate nel 2022 e introduce un’aliquota IRAP più elevata per le società energetiche, dal 3,9% al 5,9% nel biennio 2026-2027, per finanziare parte degli interventi.
Sul fronte dei carburanti, la vicenda si è fatta più complicata. Il taglio delle accise, in vigore da settimane con uno sconto di circa 24 centesimi al litro su benzina e diesel, è andato avanti a suon di proroghe ravvicinate, l’ultima delle quali ha generato anche qualche imbarazzo. Il 30 aprile la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato in conferenza stampa una proroga fino al 22 maggio, ma il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale prevedeva la scadenza al 10 maggio, stanziando 146,5 milioni di euro. La discrepanza ha spinto il Codacons a chiedere chiarimenti, e Palazzo Chigi ha poi confermato che la seconda tranche arriverà attraverso un decreto ministeriale separato, non appena sarà quantificato l’extragettito IVA incassato nelle ultime settimane sulle vendite di carburante.
Il nuovo taglio differenzia anche per tipologia di carburante: il gasolio mantiene lo sconto pieno di 20 centesimi al litro, mentre per la benzina la riduzione scende a 5 centesimi, in ragione del fatto che nelle ultime settimane il diesel è aumentato del 24% contro il 6% della benzina. Una scelta motivata anche dalla tutela degli autotrasportatori e dell’agricoltura, settori per cui il caro gasolio si traduce rapidamente in inflazione sui prezzi al consumo. La misura rimane però temporanea: se non ci saranno ulteriori interventi dopo il 22 maggio, e se la crisi internazionale dovesse perdurare, i prezzi alla pompa torneranno a salire
La battaglia di Giorgetti a Bruxelles
È in questo contesto che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato all’Eurogruppo con una proposta precisa: trattare le spese per fronteggiare il caro energia con la stessa flessibilità già concessa alle spese per la difesa. Secondo Giorgetti, qualora la situazione dovesse continuare a peggiorare, sarebbe opportuno attivare una clausola di salvaguardia generale a livello UE per ottenere maggiore spazio di bilancio. Se non si raggiungesse il consenso necessario, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa.
Sul tavolo c’era anche un’altra proposta, sostenuta da un fronte abbastanza ampio: una tassa europea sugli extraprofitti delle società energetiche. L’Italia aveva già firmato insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna una lettera alla Commissione il 3 aprile per chiederne l’introduzione a livello UE. Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil ha confermato il suo appoggio, ma ha anche ammesso che al momento non esistono le maggioranze necessarie a Bruxelles per approvarla.
La risposta della Commissione è stata quella attesa: prudenza. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha indicato come preferibile l’utilizzo delle flessibilità già esistenti nel Patto di Stabilità, invitando a misure temporanee, mirate e con un impatto fiscale contenuto. Olanda e Belgio hanno alzato il muro più netto, ricordando che non si può rispondere a ogni shock con più debito e più flessibilità, e che misure che incidono sui prezzi dell’energia rischiano di alimentare ulteriormente la domanda.
Un’Italia strutturalmente esposta
Al di là delle trattative politiche, il problema di fondo rimane quello della dipendenza energetica. L’Italia dipende dal gas per quasi il 40% dei propri consumi totali di energia, una delle quote più alte in Europa: questo la rende particolarmente vulnerabile alle turbolenze che interessano le forniture internazionali. La Francia ha il nucleare, che produce energia a costi relativamente stabili. La Germania ha un debito pubblico basso che le consente di intervenire con maggiori margini di manovra. L’Italia ha né l’uno né l’altro.
Secondo i dati aggiornati di ARERA, la spesa energetica di una famiglia tipo ha già superato i 2.000 euro annui. Il punto di confronto rilevante è che prima della crisi del 2022 quella cifra era attorno ai 1.500 euro. In quattro anni la bolletta annuale è cresciuta di oltre 500 euro, senza che sia cambiato significativamente il modo in cui l’Italia produce e consuma energia.
Il prossimo appuntamento è l’Eurogruppo del 22 maggio, a Cipro, dove la partita sulla flessibilità di bilancio si riaprirà. Nel frattempo, il governo dovrà decidere se e come reperire risorse aggiuntive per far fronte all’emergenza entro la fine del mese, quando scadono alcune misure di sostegno sui carburanti già in vigore. La strada dell’accordo europeo rimane la più auspicabile, ma anche la più incerta. E mentre la diplomazia lavora, le bollette continuano ad arrivare.










