
L’Europa che serve: mercato, difesa e autonomia strategica. Parla Enrico Letta
Quando Enrico Letta ha consegnato il suo rapporto sul Mercato Unico alla Commissione europea, la posta in gioco era chiara: o l’Europa impara a funzionare come un sistema coeso, oppure continuerà a perdere terreno rispetto ai grandi blocchi globali. A distanza di mesi, con la proposta di regolamento EU Inc. sul tavolo e un piano di riarmo che ridisegna le priorità del continente, torniamo a chiedergli quanto di quella visione si stia davvero traducendo in realtà. Il risultato è una conversazione che tocca i nervi scoperti dell’integrazione europea, dalla mobilità delle imprese alla dipendenza energetica, dalla governance dei trasporti al rapporto con l’Africa, e che restituisce il ritratto di un’Europa a un bivio, ancora capace di scegliere la strada giusta, ma con poco tempo a disposizione per farlo.
Gentile Presidente, l’idea di un mercato unico era uno dei punti cardine del suo report “Much More Than a Market”. Guardando alla proposta di regolamento Eu Inc., quanto delle sue idee è sopravvissuto al lavoro della Commissione?
Direi che l’impostazione di fondo è stata recepita in misura molto soddisfacente. Il cuore del mio ragionamento era che il Mercato Unico ha bisogno di strumenti che permettano alle imprese di operare davvero a scala europea, senza incontrare ostacoli ogni volta che attraversano un confine nazionale. EU Inc. si muove esattamente in questa direzione.
Un elemento che mi sta particolarmente a cuore è che la proposta della Commissione non limita il proprio campo di applicazione alle sole startup innovative, seppur è evidente che sia stata costruita per rivolgersi principalmente a loro. Nel Rapporto sostenevo con forza che qualsiasi strumento di questo tipo debba essere disponibile per tutte le imprese che incontrano barriere nel Mercato Unico e il testo presentato dalla Commissione ha sposato questo approccio. Se EU Inc. rimanesse accessibile solo a una nicchia di imprese, perderebbe gran parte del suo potenziale trasformativo. La sfida ora è assicurarsi che, nel percorso legislativo, questa impostazione sia preservata.
Eu Inc. dà la libertà di scegliere il Paese di incorporazione dell’azienda, questo potrebbe favorire Paesi con un livello basso di tassazione e penalizzare strutturalmente Paesi, come l’Italia per esempio, che hanno livelli alti di tassazione? Oppure favorire le grandi multinazionali che hanno già i mezzi per ottimizzare le tasse a scapito delle startup o delle piccole imprese?
È una preoccupazione legittima e capisco perché venga sollevata, ma la Commissione europea è pienamente consapevole dei rischi che una misura mal calibrata potrebbe sollevare e mi sembra si sia mossa in maniera tale da scongiurarli. Innanzitutto c’è infatti da considerare che la proposta ha deliberatamente escluso la dimensione fiscale dal suo perimetro e questa scelta non è stata un caso. Ma soprattutto, bisogna ricordare che in questi anni le istituzioni europee hanno dimostrato di avere una strategia complessiva per contrastare le distorsioni dei sistemi fiscali. Le discussioni in sede OCSE sul progetto BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), così come la proposta BETIF (Business in Europe: Framework for Income Taxation), ne sono la dimostrazione. EU Inc. va analizzata all’interno di questo quadro complessivo, non come una misura isolata.
In un contesto che favorisce la mobilità delle imprese, secondo Lei, non c’è un alto rischio che Eu Inc. possa essere sfruttata per finalità opache, come riciclaggio e corruzione? E in quel caso, a chi spetterebbe la competenza delle verifiche, ai singoli Stati o a un organo sovranazionale apposito?
La risposta è simile alla precedente. Anche in questo caso la preoccupazione è legittima, ma la Commissione si è impegnata ad affrontarla seriamente e le diverse iniziative che le istituzioni europee hanno o stanno adottando fa sì che esistano tutte le condizioni per evitare criticità. La proposta deve infatti essere letta nel contesto più ampio dell’agenda della Commissione su legalità, trasparenza e digitalizzazione. L’AMLA, la nuova Autorità europea per la lotta al riciclaggio, è un passo concreto verso una supervisione sovranazionale in un campo. Non dico che il problema sia risolto, ma l’impegno complessivo della Commissione fa pensare che la direzione sia quella giusta. La domanda non è se il rischio esiste, ma se gli strumenti di presidio cresceranno di pari passo con la mobilità.
Passando dalla mobilità delle imprese a quella delle persone, nel suo report Lei ha sottolineato come sia quasi impossibile viaggiare agevolmente in treno tra le grandi capitali del continente. Questa frammentazione non è il fallimento più visibile del Mercato Unico? L’Italia, leader nell’Alta Velocità, potrebbe esportare questo modello o rischia di restare un’isola efficiente ma isolata? Serve un’Agenzia Europea dei Trasporti con poteri reali o dobbiamo ancora fidarci della buona volontà dei singoli governi?
Non direi che è il più grande fallimento del Mercato Unico in termini assoluti, dal momento che ci sono lacune nei mercati dei capitali, nei servizi, nell’energia o nelle telecomunicazioni che hanno un impatto economico forse maggiore. Ma certamente è uno dei fallimenti più visibili per i cittadini europei. Nel Rapporto ho raccontato la mia esperienza personale: durante i mesi di ascolto che hanno accompagnato l’elaborazione del Rapporto, ho cercato sistematicamente di viaggiare tra capitali europee in treno e mi sono scontrato ogni volta con l’impossibilità pratica di farlo. Ma anche in questo scenario, il modello italiano si è già costruito una capacità di espansione su scala europea: il Gruppo FS non solo opera con successo in Francia e Spagna con l’Alta Velocità, ma è già un player importante anche in Germania e nel Regno Unito. Parallelamente, Italo, sta pianificando un’espansione europea su larga scala, puntando a mercati strategici come quello tedesco.
Un coordinamento europeo potrebbe sicuramente aiutare operazioni che vanno in tal senso, ma non è detto che serva necessariamente una nuova Agenzia. Nel rapporto ho insistito sulla necessità di un framework regolatorio comune per il trasporto ferroviario internazionale, perché senza di esso le singole iniziative commerciali restano limitate.
Nel piano AccelerateEu, promosso dalla Presidente Ursula von der Leyen, si parla di rafforzare l’autonomia energetica europea. In parte possiamo riuscirci con un aumento degli investimenti nelle rinnovabili e nel nucleare di nuova generazione; tuttavia, siamo ancora pesantemente dipendenti da petrolio e GNL, fonti energetiche per cui possiamo diversificare i fornitori, ma questo non rischia di sostituire una dipendenza energetica con un’altra? Qual è, secondo Lei, il confine tra diversificazione e una reale autonomia strategica?
Permettetemi di partire da una premessa che nel dibattito pubblico viene spesso dimenticata: l’Europa sarà strutturalmente dipendente da fornitori energetici esteri fintanto che la sua economia sarà basata sulle fonti fossili, perché il nostro continente ne è semplicemente povero. Non c’è diversificazione dei fornitori che cambi questa realtà di fondo. Per questo, ho sostenuto nel rapporto che la transizione verde è un imperativo di autonomia strategica, oltre che una scelta ambientale. Investire nelle rinnovabili significa ridurre la dipendenza da qualunque fornitore estero, non soltanto da quelli inaffidabili.
Detto questo, sul breve periodo, diversificare i fornitori è necessario, perché un conto è dipendere da un unico fornitore con cui il rapporto fiduciario si è rotto, un altro è avere partnership con molti fornitori con cui si hanno relazioni strategiche solide. Ma sul medio-lungo periodo, come detto, la vera autonomia strategica passa per la transizione energetica: ogni gigawatt di rinnovabili installato in Europa è un gigawatt sottratto alla dipendenza estera.
In un contesto globale organizzato in grandi blocchi (Stati Uniti, Cina e Russia, Medio Oriente e India) e, a fronte dell’inverno demografico che l’Europa sta attraversando, ritiene realistico immaginare un blocco Eur-Africano come soggetto geopolitico? E con quali stati dell’Africa avrebbe più senso avanzare questo tipo di ragionamento?
Un blocco geopolitico formale, con strutture istituzionali integrate e politiche comuni, mi sembra difficile da immaginare nel prossimo futuro. Ma il dialogo strategico serve assolutamente e mi concentrerei in particolare sui Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Il Mediterraneo è storicamente uno spazio di contatto, di scambio, di interdipendenza. L’Europa ha tutto l’interesse a costruire relazioni strutturate con il Nord Africa e con i Paesi del Corno d’Africa e del Sahel, non in una logica paternalistica ma in una logica di partenariato reciproco. Energia, infrastrutture, formazione, governance: sono i filoni su cui costruire questi legami. Nel rapporto ho sottolineato ad esempio il potenziale dell’Africa come global energy powerhouse e l’interesse europeo a offrire un’alternativa credibile alle sirene di Russia e Cina. In questo quadro, l’Italia è naturalmente un hub. La nostra posizione geografica, le nostre relazioni storiche con molti Paesi africani e mediorientali e la nostra esperienza infrastrutturale sono tutti asset che possono fare dell’Italia il perno di una strategia europea verso il Sud del Mediterraneo.
Alla luce delle tensioni internazionali e delle possibili evoluzioni della politica estera statunitense, quale dovrebbe essere oggi il ruolo dell’Europa all’interno della NATO? Più integrazione o maggiore indipendenza? Considerando anche il piano di riarmo europeo, è ipotizzabile un “Mercato Unico della Difesa” dove gli Stati membri accettano di comprare europeo anche a costo di sacrificare i propri campioni nazionali? L’Italia è pronta a questo passo?
La NATO resta uno strumento indispensabile per la sicurezza europea. Non c’è ambiguità su questo punto. Ma la discussione che sento spesso — “più NATO o più Europa” — mi sembra impostata in maniera sbagliata. Un’Europa più forte non indebolisce la NATO: la rafforza. Se gli europei contribuiscono di più e meglio alla propria difesa, l’Alleanza Atlantica diventa più equilibrata e più solida.
La strada verso un Mercato Unico della Difesa è allora assolutamente auspicabile, ma sarà necessariamente graduale. Non si può chiedere a nessun Paese di fare scelte che potrebbero essere lette come il sacrificio di asset industriali strategici. Ma si può invece cominciare a costruire partnership industriali, a sincronizzare i cicli di approvvigionamento, a sviluppare programmi comuni su specifiche capacità. L’Italia penso sia pronta a questo passo. Ha un’industria della difesa con eccellenze riconosciute e una tradizione di partecipazione a programmi multilaterali. Esistono riflessi protezionistici che fanno fatica a cedere, ma il punto è che il mondo è cambiato: nessun Paese europeo può pensare di difendersi da solo. L’integrazione è oggi una necessità strategica per tutti, Italia compresa.









