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Dal G7 di Parigi a Cipro, Roma cerca alleati ma Bruxelles non cede
Valdis Dombrovskis
© Imagoeconomica
20 Maggio 2026

Dal G7 di Parigi a Cipro, Roma cerca alleati ma Bruxelles non cede

Dopo la lettera di Meloni a von der Leyen, il confronto sull’energia e il Patto di Stabilità si sposta sui tavoli diplomatici. La Commissione offre i fondi PNRR come alternativa alla deroga. Sul SAFE, intanto, la scadenza si avvicina.

Il G7 delle Finanze di Parigi è stato il primo banco di prova. La lettera formale inviata da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen, quella con la quale l’Italia ha chiesto di estendere all’energia la clausola di salvaguardia già attiva per la difesa, era ancora fresca quando Giancarlo Giorgetti si è seduto al tavolo di Bercy con i colleghi europei. La posizione che il ministro dell’Economia ha portato con sé era precisa: lo shock energetico provocato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz è asimmetrico, colpisce l’Italia più di altri, e merita uno strumento straordinario alla stessa stregua delle spese militari. La risposta che ha ricevuto, almeno nei toni, è stata meno ostile del previsto. Ma nei fatti non è cambiato nulla.

Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha confermato che la Commissione “sta seguendo attentamente la situazione” e che valuterà il tipo di risposta adeguata. Parole di apertura formale, ma nessuna concessione sostanziale. La posizione ufficiale di Bruxelles resta la stessa: la clausola di salvaguardia nazionale non è tra le opzioni sul tavolo, e i margini di flessibilità vanno cercati all’interno delle regole esistenti, non aggirando il Patto di Stabilità.

L’offerta alternativa

La Commissione avrebbe però avanzato una proposta concreta: modificare le regole sui fondi di coesione, come già fatto per le spese della difesa, per consentire all’Italia di attingere ai residui del PNRR e agli stanziamenti di coesione per finanziare misure di contrasto al caro energia. Il pacchetto potrebbe valere tra i 3 e i 5 miliardi di euro, senza toccare il Patto di Stabilità. Per Palazzo Chigi si tratta di una soluzione parziale e politicamente complicata. I cantieri finanziati con quei fondi stanno per concludersi e dirottarne una parte ora significherebbe rimettere in discussione impegni già contratti, con il rischio di perdere ulteriori tranche. Inoltre, e qui sta il punto politico più delicato, accettare i fondi di coesione come risposta equivarrebbe a rinunciare alla battaglia sulla deroga, che per il governo è diventata una questione di principio oltre che di bilancio.

La partita del SAFE

Il vero nodo che si stringerà nelle prossime ore riguarda però il programma SAFE. L’Italia ha richiesto 14,9 miliardi di euro in prestiti agevolati per il riarmo, ma non ha ancora firmato, e la scadenza è il 30 maggio. La lettera di Meloni collegava esplicitamente le due questioni: senza flessibilità sull’energia, sarebbe “molto difficile” giustificare la partecipazione al fondo per la difesa. Una minaccia che ha avuto l’effetto politico di alzare la posta, ma che nasconde una contraddizione finanziaria di fondo: rinunciare a prestiti a tassi agevolati per ottenere spazio a deficit costerebbe alle casse pubbliche significativamente di più. A oggi 19 paesi hanno richiesto prestiti SAFE ma solo tre hanno firmato. La scadenza di fine maggio mette tutti sotto pressione, e l’Italia non è l’unica che ancora temporeggia. Questo però non cambia la sostanza: ogni giorno che passa senza firma è un elemento di pressione che Roma può usare a Bruxelles, ma anche un rischio che il governo si assume di fronte ai mercati.

Cipro, Strasburgo e le capitali alleate

Il confronto si sposta ora su più tavoli. Venerdì a Nicosia si terrà l’Eurogruppo informale, dove la presidenza cipriota ospiterà i ministri delle finanze dell’eurozona. Sarà il primo banco di verifica dopo il G7: se altri governi (Spagna, Grecia, alcuni paesi dell’est) si assoceranno alla richiesta italiana, il peso politico della posizione di Roma aumenterà considerevolmente. Se invece resterà isolata, la Commissione avrà mano libera per chiudere il dossier con l’offerta dei fondi di coesione.

A Strasburgo, intanto, Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia e copresidente del gruppo ECR al Parlamento Europeo, ha riferito di un colloquio “franco” con von der Leyen, che avrebbe mostrato una certa disponibilità alla proposta italiana. Ma ha anche precisato che bisognerà attendere l’evoluzione del dibattito in seno al Consiglio europeo. Apertura nei toni, nessuna garanzia nei contenuti.

Cosa succede adesso

Il quadro rimane in movimento ma senza sbocchi certi. La Commissione non ha detto sì, ma non ha chiuso la porta. Il governo ha alzato la posta in modo formale e pubblico, rendendo più difficile un passo indietro silenzioso. I mercati osservano, sapendo che la situazione energetica dipende da una variabile esterna, la durata della crisi di Hormuz, su cui né Roma né Bruxelles hanno controllo.

Se nelle prossime settimane i prezzi dell’energia dovessero tornare a salire, la posizione italiana potrebbe trovare alleati inattesi anche tra i governi finora freddi. Se invece la crisi si stabilizzasse, l’Italia si ritroverebbe con una lettera agli atti, una scadenza SAFE mancata e poco da mostrare. Per ora, il braccio di ferro continua.

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