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Argomento: Energetiche

Rinnovabili, il nodo sta nell’autorizzazione

La decarbonizzazione è al centro dell’agenda mondiale ed europea. Decarbonizzare significa passare a fonti di energia sostenibile e rinnovabile, e per farlo sono necessarie infrastrutture energetiche come parchi eolici e pannelli fotovoltaici. Ma a che punto è la potenza rinnovabile totale in Italia? Ad agosto, secondo quanto riporta Terna, sono stati installati nel 2026 4,5 Gw di potenza green, per un totale di circa 98mila impianti. La maggior parte di questi legati al fotovoltaico, che sfruttano la radiazione solare per generare energia elettrica. Sui 4,5Gw di potenza green, 4,17 Gw sono prodotti dal fotovoltaico. Il restante, 0,4 Gw, provengono dall’eolico. Il divario fra le due rinnovabili è elevato e sta tutto nel processo di autorizzazione.

Il nodo burocratico

A frenare le rinnovabili in Italia non sono la mancanza di richieste o di presentazione di progetti, ma l’iter burocratico che ogni singola fonte rinnovabile deve attraversare. Per un parco eolico ci vogliono circa 5 anni per ottenere un’autorizzazione, mentre per un impianto fotovoltaico circa 3 anni e mezzo. Un esempio concreto è a Taranto, il primo parco eolico marino del Mediterraneo ha ottenuto l’autorizzazione dopo ben 14 anni di iter e contenziosi. Il problema principale è l’inefficienza burocratica, dovuta ai troppi attori coinvolti che rallentano i processi di autorizzazione. Gli aspetti da considerare per autorizzare un agri-voltaico, un eolico o un fotovoltaico sono diversi: le conseguenze sull’assetto urbanistico, sul paesaggio, sulla biodiversità, ma anche motivi di sicurezza e legati ai beni culturali. Il controllo di questi aspetti coinvolge diversi attori creando una grande macchina amministrativa.

Sulla carta il processo è lineare: a semplificare l’iter c’è il D.Lgs. 190/2024, che fissa il termine massimo per il rilascio dell’Autorizzazione Unica a 120 giorni dall’avvio del procedimento, con la Conferenza dei Servizi obbligata a chiudersi entro 90 giorni. Resta inteso che, qualora l’impianto richieda una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), le tempistiche ambientali integrano e ridefiniscono i termini della procedura. L’intoppo si trova nell’alta quantità di richieste presentate durante gli anni. Secondo i dati forniti da Legambiente, a gennaio 2026, c’erano 1781 progetti per fonti rinnovabili in fase di valutazione, di cui 1234 fermi nella fase istruttoria tecnica. Di questi fermi, ce n’erano 17 che aspettavano da prima del 2021.

Il collo di bottiglia si sta spostando, nel 2025 le nuove richieste di Valutazione Ambientali sono crollate del 75% e questo ha spostato il focus sullo smaltire le vecchie procedure.

Il nodo dell’eolico onshore

Nel 2024 dai pareri emessi dalla Commissione, i giudizi negativi per l’eolico onshore sono stati il 21,8%. Molti progetti vengono respinti per motivi legati alla deturpazione visiva del patrimonio culturale. Un esempio concreto è stata la richiesta di costruire 18 torri, alte 236 metri ciascuna, nella provincia di Viterbo, che è stata respinta in quanto aveva un impatto considerevole sul paesaggio. Inoltre, Viterbo ospita il 90% degli impianti eolici del Lazio. D’altra parte invece, nel Mugello, sull’appennino toscano, si sta costruendo il parco eolico sul Monte Giogo di Villore, che prevede l’installazione di 7 aerogeneratori. Ciò che pesa è anche il parere del Ministero della Cultura, che ha la facoltà di bloccare i progetti se le soprintendenze all’archeologia e al paesaggio mettono il veto.

Per rispettare gli obiettivi fissati dal PNIEC, il Piano Nazionale Integrato per il Clima e l’Energia, l’Italia dovrebbe rispettare una tabella di marcia di installazioni pari a circa 11-12 GW all’anno, ben lontana dagli attuali target di installazione.

Carburanti in calo e bollette in salita, il doppio volto della crisi energetica

La crisi nello stretto di Hormuz continua a pesare sui conti di famiglie e imprese italiane, ma su due fronti che vanno in direzioni opposte. Alla pompa i prezzi hanno cominciato a scendere grazie al tetto volontario introdotto dalle principali compagnie petrolifere, dopo che il governo aveva chiesto di contenere i listini. Per luce e gas, invece, l’autunno porta rincari pesanti, che si sentiranno soprattutto nei mesi più freddi. Già a settembre, secondo l’ISTAT, le bollette costavano il 14,6% in più rispetto a un anno prima e l’inflazione ha raggiunto il livello più alto degli ultimi tre anni.

Il tetto delle compagnie alla pompa

Ha cominciato ENI che venerdì 25 settembre ha fissato un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 euro per il gasolio, valido dal 28 settembre alla fine di ottobre, circa 16 centesimi in meno rispetto alla settimana prima. Nei giorni seguenti si sono accodate IP, poi Q8, che ha detto di aver raccolto “l’invito del governo italiano”, e infine Tamoil, con misure in vigore fino al 31 ottobre. Le quattro compagnie insieme fanno capo a circa 11.200 impianti, poco più della metà della rete nazionale. Sulle medie l’effetto si vede. Secondo l’osservatorio del ministero delle Imprese e del made in Italy oggi la benzina self costa in media 2,064 euro al litro e il gasolio 2,26, contro i 2,152 e i 2,377 euro del 28 settembre.

Chi resta fuori

Le pompe bianche e i gestori indipendenti, che acquistano il carburante all’ingrosso a prezzi non calmierati, dicono di non poter reggere la concorrenza e minacciano di rivolgersi all’Autorità garante della concorrenza. Assopetroli-Assoenergia ha chiesto al governo di “aprire un confronto immediato” per estendere i prezzi calmierati anche alla distribuzione all’ingrosso. Le sigle dei gestori Faib, Fegica e Figisc propongono invece una legge che faccia scattare in automatico un tetto quando i prezzi superano livelli giustificati. Per autotrasportatori e tassisti le misure non bastano e serve un taglio strutturale delle accise, e il comitato dell’autotrasporto siciliano ha annunciato un fermo di cinque giorni a partire dal 16 ottobre. Anche agricoltori e pescatori, rimasti esclusi dagli sconti alla pompa, avevano protestato, ed ENI ha introdotto per loro una riduzione del 20% sul prezzo di benzina e gasolio al netto dell’IVA, valida fino al 31 ottobre e rinnovabile fino a fine anno.

Il rincaro delle bollette

Per il quarto trimestre l’Arera ha deciso un aumento del 37,3% della tariffa elettrica per i clienti vulnerabili del servizio di maggior tutela, circa tre milioni di persone tra over 75, beneficiari del bonus sociale e persone con disabilità. Il prezzo sale così a 43,43 centesimi al kilowattora, tasse comprese. L’autorità spiega l’aumento con le attese di crescita dei prezzi all’ingrosso, che dipendono a loro volta dal gas. I dati del Gestore dei mercati energetici mostrano che il prezzo unico nazionale dell’elettricità è passato dai 114 euro al megawattora di febbraio ai 204 di settembre, mentre il gas viaggia intorno ai 70 euro, più del doppio rispetto a inizio anno. Per il 2026 Nomisma Energia prevede aumenti del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese. Il problema di fondo resta la dipendenza dal gas, che scalda circa il 90% delle case e produce il 45,8% dell’elettricità. Con la chiusura di Hormuz sono venute meno le forniture del Qatar, che coprivano circa il 10% del gas importato.

Le offerte dei fornitori

Anche sulle bollette i grandi gruppi cercano di muoversi in anticipo: Plenitude, la società di ENI che vende luce e gas, offre fino al 24 ottobre un prezzo bloccato per due anni con uno sconto del 30% sulla componente energia rispetto alla sua principale offerta a prezzo fisso. Il risparmio stimato è di circa 200 euro l’anno per chi sottoscrive entrambe le forniture. ENEL e A2A spingono a loro volta le tariffe fisse, ma gli sconti valgono solo per chi cambia contratto. Per tutti gli altri l’inverno si annuncia caro. Il governo, già alle prese con la legge di bilancio, dovrà decidere se affiancare agli impegni volontari delle aziende interventi pubblici su accise e bollette.

Una “staffetta tecnologica” per un nucleare sicuro e sostenibile

Entrata in vigore, la Legge Delega conferirà al Governo il potere di emanare, sotto forma di Decreti Legislativi, le disposizioni attuative richieste a ricostituire il sistema nazionale necessario ad implementare un programma nucleare. Questo richiederà interventi non solo sulle leggi e i regolamenti per l’autorizzazione e l’operazione di nuovi impianti, ma anche l’istituzione o il potenziamento di quei soggetti richiesti a gestire le diverse fasi del processo, tra cui una Autorità di Sicurezza, l’industria, la ricerca, l’università e la formazione secondaria.

In parallelo, Nuclitalia, la newco istituita a maggio 2025, ha già avviato una fase preliminare di indagine del tessuto industriale per delineare possibili partnership strategiche, nonché di studio e ricerca delle soluzioni più innovative, sicure e competitive, con una particolare attenzione agli Small Modular Reactor (SMR) e agli Advanced Modular Reactor (AMR).

Le nuove tecnologie nucleari

Ricerca e innovazione in campo nucleare non si sono mai arrestate. L’ambizione a migliorare sicurezza, efficienza e sostenibilità degli impianti ha portato a sviluppare nuovi concetti e soluzioni, con una tale evoluzione tecnologica da far parlare di vere e proprie generazioni.

Guardando all’oggi, da un lato vi sono gli impianti in fase di esercizio, costruzione o autorizzazione, identificati come di terza generazione avanzata (III+). Si basano tutti sulla tecnologia dei reattori precedenti, che operando per 70 anni hanno costituito una vastissima base di conoscenza; si distinguono però da quei progetti per l’ottimizzazione derivata dal ritorno di esperienza, e per l’introduzione di nuove soluzioni, in particolare sulla sicurezza e sulle tecniche di costruzione. Tra i concetti più rappresentativi, gli SMR, che fanno leva sulla piccola taglia per esaltare la sicurezza intrinseca e passiva (cioè, garantita spontaneamente dall’impianto, anche senza l’intervento di un operatore o la disponibilità di energia) e la costruzione modulare in serie come modello di riduzione dei costi.

Dall’altro lato, gli AMR, reattori di quarta generazione (IV) basati su tecnologie nuove, in fase di dimostrazione o studio, pensati per incrementare ancora più marcatamente non solo la sicurezza e la competitività, ma anche la sostenibilità della fonte nucleare. Tra i concetti più interessanti, vi sono infatti reattori capaci di reimpiegare il combustibile già utilizzato in impianti precedenti, implementando una economia circolare anche in campo nucleare. E, tra questi, i reattori refrigerati a piombo, sui quali l’industria e la ricerca italiane – forti di oltre vent’anni di sviluppo tecnologico – vantano un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale.

Una “staffetta tecnologica”

Le caratteristiche diverse degli impianti di generazione III+ e IV, e il loro diverso livello di maturità, suggeriscono – come già indicato a conclusione dei lavori della Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile – una vera e propria staffetta tecnologica.

La prima fase sarebbe volta alla realizzazione di impianti di generazione III+ (in particolare SMR), operativi potenzialmente già entro dieci anni, per anticipare la stabilizzazione del sistema energetico italiano con una quota da fonte nucleare che acceleri la decarbonizzazione, riduca la dipendenza energetica dall’estero e contrasti la volatilità dei prezzi dell’energia. A questi impianti verrebbero progressivamente ad affiancarsi, in una seconda fase, gli AMR di IV generazione refrigerati a piombo, puntando a rendere il sistema nucleare nazionale ancora più efficiente sia da un punto di vista energetico e ambientale, sia da quello industriale, consentendo alle imprese di aumentare il grado di partecipazione alle opere di realizzazione di tali impianti grazie al know-how esistente.

Nel più lungo termine, la staffetta potrebbe anche includere impianti a fusione, una volta giunti a maturità, così da valorizzare le capacità che la ricerca e l’industria italiane già esprimono nei principali progetti di ricerca internazionali. Questa staffetta potrebbe portare così il paese a sfruttare tutto il potenziale di capacità e competenze tutt’ora presente, massimizzando i vantaggi economici e ambientali dati dall’introduzione del nucleare al fianco delle fonti rinnovabili e in una traiettoria di più lungo periodo di ottimizzazione dell’uso di risorse naturali e di gestione dei rifiuti residui prodotti.

Startup, dalla Regione Lombardia 15,6 milioni per lo sviluppo tecnologico con un focus sull’energia

Startup, dalla Regione Lombardia 15,6 milioni per lo sviluppo tecnologico con un focus sull’energia – Milano, 30 settembre 2026 – (PPN ADI) Una nuova misura da 15,6 milioni di euro per le startup innovative ad alto contenuto tecnologico nella fase “early stage”, con un’attenzione particolare alle soluzioni per l’energia. La lancia la Regione Lombardia su iniziativa dell’assessore allo Sviluppo economico, Guido Guidesi, per accompagnare le giovani imprese nelle tappe più delicate dell’avvio, dalla ricerca alla prototipazione, dalla sperimentazione alla validazione industriale, facendo crescere il Technology Readiness Level (TRL) delle soluzioni sviluppate. L’obiettivo è trasformare l’innovazione tecnologica in prodotti e servizi pronti per il mercato, rafforzando la capacità delle imprese di crescere, industrializzarsi e competere. Il bando prevede un contributo a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, fino a un massimo di 1 milione di euro per startup, che sale a 1,5 milioni per quelle con sede operativa nelle aree lombarde ammesse agli aiuti a finalità regionale previsti dalle norme europee. Dei fondi complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti energetici che puntano in modo diretto e prevalente alla resilienza, all’efficienza o all’autosufficienza energetica.

Possono partecipare le startup innovative in regola con i requisiti dell’avviso, tra cui l’iscrizione nella sezione speciale del Registro delle Imprese e una sede operativa in Lombardia o l’impegno ad aprirne una. Le domande vanno presentate entro le 15 del 25 novembre 2026, solo attraverso la piattaforma regionale Bandi e Servizi. La misura rientra nella strategia regionale a sostegno di imprenditorialità, innovazione e nascita di nuove imprese, che comprende anche StartCup Lombardia, la competizione per nuove imprese innovative realizzata con le università lombarde, il bando Nuova Impresa 2026, le Competition settoriali per progetti innovativi nei diversi comparti e gli strumenti Lombardia Venture e Lombardia Venture STEP per facilitare l’accesso al capitale. Con il nuovo intervento la Regione punta a rafforzare l’ecosistema lombardo dell’innovazione, trasformando ricerca e nuove tecnologie in imprese, prodotti, investimenti e opportunità di sviluppo.

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Carburanti, Assopetroli-Assoenergia “Segnale positivo” dalle misure di Eni e SOCAR-IP, ora estenderle all’ingrosso

Carburanti, Assopetroli-Assoenergia “Segnale positivo” dalle misure di Eni e SOCAR-IP, ora estenderle all’ingrosso – Roma, 28 settembre 2026 – (PPN ADI) Via libera di Assopetroli-Assoenergia alle iniziative di Eni e SOCAR-IP per calmierare i prezzi dei carburanti, con la richiesta di allargarne gli effetti all’intero mercato. È la posizione emersa dal comitato di presidenza dell’associazione, riunito d’urgenza questa mattina. L’associazione accoglie “con favore le iniziative annunciate da Eni e SOCAR-IP per contenere il prezzo dei carburanti. È un segnale positivo, che ora va esteso anche alle vendite all’ingrosso per raggiungere famiglie e imprese che oggi ne restano escluse e garantire condizioni di concorrenza equilibrate tra tutti gli operatori”, si legge nella nota.

Il presidente Andrea Rossetti chiede al governo di coinvolgere tutta la filiera. “Le iniziative annunciate sono positive. Il passo successivo è estenderne i benefici a tutto il mercato”, ha affermato. “Chiediamo quindi al governo di aprire immediatamente un confronto con l’intera filiera distributiva per individuare insieme le soluzioni necessarie affinché le misure contro il caro carburanti siano generalizzate, realmente efficaci e non discriminatorie”.

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Energia, Jorgensen scrive ai 27 ministri UE “Misure per ridurre la domanda di gas ed elettricità”

Energia, Jorgensen scrive ai 27 ministri UE “Misure per ridurre la domanda di gas ed elettricità” – Bruxelles, 28 settembre 2026 – (PPN ADI) La Commissione europea chiede ai Paesi membri di intervenire sui consumi per arginare il caro energia. In una lettera inviata ai ventisette ministri dell’energia dell’UE, tra cui l’italiano Gilberto Pichetto Fratin, il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen sollecita l’adozione di “misure per ridurre la domanda di gas ed elettricità per tutto il tempo necessario” ad affrontare “una crisi dei prezzi” dell’energia “legata a una crisi di approvvigionamento”. “Nel contesto di un’offerta globale limitata e di un’elevata volatilità dei prezzi, la riduzione della domanda può rappresentare uno strumento efficace per contribuire a contenere i prezzi”, si legge nella lettera del commissario.

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Carburanti, scatta il tetto ai prezzi di ENI e IP

Da oggi fare il pieno in una parte dei distributori italiani costerà meno: ENI ha fissato un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 euro per il gasolio sui carburanti venduti con il marchio Enilive, circa 17 centesimi sotto le medie attuali, per un periodo iniziale di trenta giorni con la possibilità di estenderlo fino alla fine dell’anno in base all’andamento dei mercati. A stretto giro si è mossa anche IP, la rete controllata dal gruppo azero Socar, che applicherà un tetto, sempre da oggi, ma senza indicarne il livello. “Rafforziamo l’impegno nei confronti dell’Italia”, ha fatto sapere la società, spiegando che il limite “verrà applicato progressivamente”, prima sui punti vendita IP e poi su quelli a marchio Esso e sugli altri distributori riforniti dal gruppo.

Quanti distributori coinvolge

ENI gestisce poco meno di 4.000 stazioni di servizio e IP circa 4.500, su una rete nazionale di circa 22mila impianti. Il tetto riguarderà quindi, a regime, circa un distributore su tre. Circa tre quarti degli impianti ENI sono gestiti direttamente, gli altri sono affiliati, e ai titolari di questi ultimi Enilive riconoscerà una compensazione fissa di 1.500 euro per coprire le minori entrate. Secondo le stime, con vendite mensili intorno ai 600 milioni di litri, l’operazione potrebbe costare al gruppo circa 100 milioni di euro. Per IP il valore dei prezzi sarà stabilito in base alle diverse esigenze, con l’obiettivo dichiarato di garantire la tenuta della filiera.

Le reazioni

Il governo ha ringraziato ENI per l’iniziativa e il vicepremier Antonio Tajani, che rivendica di aver sollecitato anche i vertici di Socar, ha parlato di “contributi senza imposizioni dall’alto”, sostenendo che una tassazione delle imprese avrebbe spaventato i mercati. La Lega ha invece spostato l’attenzione sulle banche, chiedendo in vista della manovra un contributo più consistente agli istituti di credito. Tra i consumatori il Codacons ha accolto la misura come un primo passo, stimando un risparmio di 10 o 11 euro a pieno, mentre Assoutenti chiede un tetto imposto per legge a tutte le compagnie. Critiche anche dall’opposizione, con il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte che giudica insufficienti misure prive di interventi strutturali e Angelo Bonelli di AVS che propone un decreto per riportare i prezzi ai livelli del settembre 2025.

Gli effetti sul mercato

Più preoccupati i distributori indipendenti, le cosiddette pompe bianche, che definiscono la misura distorsiva del mercato perché il tetto vale solo per la vendita al dettaglio e non per le forniture all’ingrosso con cui si riforniscono, e temono di perdere clienti senza poter allineare i prezzi. Il presidente di Unimpresa Paolo Longobardi avverte che le iniziative commerciali volontarie non possono sostituire una politica fiscale strutturale. L’Ufficio studi della CGIA di Mestre ricorda infine che, anche con il tetto, chi si rifornisce alle pompe ENI pagherà la benzina il 19,2% e il gasolio il 27,3% in più rispetto al 27 febbraio, prima dell’inizio del conflitto. Resta da vedere se altri operatori come Q8 e Tamoil seguiranno l’esempio e se il limite sarà prorogato oltre ottobre.

Nucleare, l’Italia ha le regole ma la strada verso i reattori è lunga

Dopo quasi quarant’anni l’Italia ha di nuovo un quadro normativo per produrre energia nucleare, ma il via libera definitivo del Senato alla legge delega segna l’inizio di un percorso più che il suo compimento. Il testo punta sui reattori di piccola taglia e sulle tecnologie avanzate, lasciando ai decreti attuativi la definizione di quali soluzioni saranno ammesse. L’orizzonte indicato dal governo colloca i primi impianti tra il 2033 e il 2035, mentre gli scenari indicati dal ministro Pichetto Fratin prevedono al 2050 una capacità compresa tra 8 e 16 gigawatt, sufficiente a coprire tra l’11 e il 22% della domanda elettrica. La fotografia del Paese mostra punti di forza e fragilità in egual misura.

Una filiera che non si è mai fermata

Il punto di partenza più solido è industriale. Infatti, nonostante lo stop del 1987, in Italia operano oltre cento imprese attive nel settore, che hanno continuato a lavorare per anni sui mercati esteri. Secondo uno studio di Edison e Teha il rilancio potrebbe generare un mercato potenziale di 50 miliardi di euro e 117mila posti di lavoro. Nel 2022, quando la Francia dovette fermare una dozzina di reattori per problemi di corrosione, i componenti sostitutivi arrivarono da due aziende italiane, Tectubi Raccordi e Ibf. Su questa base si innesta l’intesa con EDF: Edison e il gruppo francese hanno presentato un programma da oltre 10 miliardi per una prima serie di dieci reattori modulari Nuward da 400 megawatt tra Francia, Italia, Polonia, Belgio e Finlandia, con cantieri dal 2030 e un impianto italiano atteso per il 2035, in partenariato paritetico con aziende come Walter Tosto, Saipem, Simic, Tectubi Raccordi e Webuild. Parallelamente Nuclitalia, la società guidata da Enel con Ansaldo Energia e Leonardo, sta mappando tecnologie e fornitori della supply chain nazionale.

Ricerca e quarta generazione

Accanto all’industria c’è la ricerca, che non ha mai smesso di lavorare sulla fusione e, più di recente, sui reattori di nuova generazione. Al centro ENEA del Brasimone, sull’Appennino bolognese, entro fine anno sarà operativo Precursor, il simulatore elettrico di un reattore raffreddato a piombo sviluppato con Newcleo, la società fondata da Stefano Buono che punta a costruire il primo impianto a Chinon, in Francia, con entrata in funzione nel 2031. “La forza di questa tecnologia sta anche nella sostenibilità perché permette di chiudere il ciclo del combustibile”, spiega la cofondatrice Elisabeth Rizzotti. Sul fronte della fusione l’Italia partecipa a ITER e costruisce a Frascati il Divertor Tokamak Test. “In questo luogo si produce conoscenza e il sistema Paese ne ha fortemente bisogno”, sottolinea la presidente dell’ENEA Francesca Mariotti.

Il nodo irrisolto delle scorie

Attualmente, circa il 99% del combustibile esaurito delle quattro vecchie centrali si trova all’estero, soprattutto nell’impianto francese di La Hague, e ad aprile il governo ha prorogato fino al 2040 l’accordo con Parigi per custodirlo, perché il deposito nazionale non sarà pronto prima del 2039. La Carta delle aree idonee individua 51 siti in sei regioni, ma l’opposizione dei territori ha bloccato la scelta per anni, e il percorso parallelo aperto alle autocandidature dei Comuni, come Trino Vercellese, è stato criticato dalle associazioni ambientaliste. Secondo un rapporto della CGIL tra il 2001 e il 2019 sono stati spesi circa 3 miliardi per la gestione dei depositi temporanei e il trattamento del combustibile all’estero. Le regole europee richiedono piani credibili per la gestione dei rifiuti prima di autorizzare nuovi impianti, e il nodo pesa quindi direttamente sui tempi del rilancio.

Decreti, costi e consenso

Nei prossimi dodici mesi il governo dovrà scrivere i decreti attuativi, definire il modello della nuova Autorità per la sicurezza nucleare, le procedure autorizzative e i criteri per i siti. Il mondo delle imprese elettriche chiede cautela sui costi, che secondo Elettricità Futura devono essere “competitivi” per sostituire nel tempo “la parte meno sostenibile della generazione da gas”. Resta poi l’incognita del consenso. Gli italiani hanno già detto no al nucleare nei referendum del 1987 e del 2011 e Pd, M5S e AVS, che hanno votato contro la legge, potrebbero promuovere una consultazione abrogativa, che secondo le regole sui tempi dei referendum difficilmente si terrebbe prima del 2028. Su questi tre fronti, regole, costi e fiducia dei cittadini, si deciderà se il ritorno all’atomo resterà una scelta di principio o diventerà una politica industriale.

Nucleare, Urso: “Una decisione storica”. I primi reattori modulari in Italia entro otto-dieci anni

Nucleare, Urso: “Una decisione storica”. I primi reattori modulari in Italia entro otto-dieci anni – Bruxelles, 24 settembre 2026 – (PPN ADI) In Italia i primi impianti nucleari di nuova generazione potrebbero essere realizzati nell’arco di otto-dieci anni. È la previsione del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, intervenuto a margine del Consiglio Competitività a Bruxelles, dove ha commentato il via libera dato ieri dal Parlamento al percorso per il ritorno all’energia atomica. Il ministro ha fatto riferimento agli Small Modular Reactors (SMR), auspicando che vengano costruiti con tecnologia e imprese italiane. Urso ha parlato di “una decisione storica”, inserendola tra le misure strutturali per contenere il costo dell’energia. “È chiaro che si tratta di una misura strutturale nel tempo, ma se non si parte non si raggiunge l’obiettivo necessario”, ha affermato. Nel corso del punto stampa il ministro ha accostato alla prospettiva nucleare la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili e la richiesta di rivedere il sistema ETS, tenendo distinto il percorso di lungo periodo dalle altre iniziative in campo energetico.

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Ludoil prende la guida di ISAB, la raffineria di Priolo torna italiana

La più grande raffineria italiana torna in mani italiane. Ludoil Capital, società interamente controllata da Ludoil Energy, holding della famiglia Ammaturo, ha perfezionato l’acquisizione del 51% di ISAB da GOI Energy dopo l’esito positivo del procedimento Golden Power, assumendo da ieri la guida industriale e la gestione del complesso tra Priolo, Melilli e Siracusa. L’impianto, che lavora oltre un quinto del greggio raffinato nel Paese ed è tra i maggiori del Mediterraneo, ha un valore d’impresa di un miliardo di euro. Con l’integrazione di ISAB il gruppo diventa la più grande Multi-Energy Company privata italiana, con ricavi consolidati attesi di circa 13 miliardi di euro l’anno.

Dalla stagione russa alla parentesi cipriota

Per capire il peso dell’operazione bisogna tornare al 2008, quando ERG cedette la raffineria alla russa Lukoil. Con l’invasione dell’Ucraina e l’embargo europeo sul greggio russo, scattato il 5 dicembre 2022, l’impianto si trovò di colpo senza materia prima e il governo ne dispose l’amministrazione temporanea, sottoponendo ogni vendita al proprio via libera. Nel 2023 la raffineria passò alla cipriota GOI Energy, legata al fondo Argus New Energy Fund, per circa 1,5 miliardi di euro. Il Golden Power esercitato allora impose paletti precisi, dalla fornitura di greggio affidata a Trafigura alle garanzie contro l’arrivo di petrolio da Paesi sotto sanzione, fino alla tutela dell’occupazione. Gli anni successivi sono stati segnati da tensioni e contenziosi, anche con la stessa galassia Lukoil, finché il 13 maggio 2026 Ludoil ha annunciato l’accordo per rilevare la quota di controllo.

Un’operazione costruita in Italia

Tra l’annuncio e il closing sono trascorsi poco più di quattro mesi, con l’autorizzazione Antitrust e l’esame europeo sulle sovvenzioni estere conclusi senza prescrizioni. Il gruppo sottolinea come il governo, in una stagione di tensioni internazionali e di costi energetici elevati, abbia salvaguardato il principale polo di raffinazione del Paese “accompagnandone il ritorno in mani italiane”. Italiano è anche il sostegno finanziario. Il finanziamento, assistito da garanzia SACE, è stato fornito da BPER e UniCredit come Global Coordinator e da Monte dei Paschi come Mandated Lead Arranger, mentre Ludoil ha curato l’intera operazione con le proprie strutture interne. Una partecipazione che il gruppo legge come prova della capacità del sistema bancario nazionale di sostenere investimenti industriali di lungo periodo. Con ISAB, inoltre, Ludoil completa una catena del valore tutta nazionale, che va dalla raffinazione ai depositi costieri distribuiti da nord a sud fino alla rete di stazioni di rifornimento.

Il piano da 1,3 miliardi e la svolta dei biocarburanti

Il piano industriale prevede investimenti per circa 1,3 miliardi di euro in cinque anni lungo due direttrici. La prima riguarda l’efficienza degli impianti, con la rimessa in servizio e l’ammodernamento di unità dismesse come la distillazione primaria e la desolforazione nel sito Nord e il solvent deasphalting e il thermal cracking nel sito Sud, per aumentare la capacità e produrre distillati con meno zolfo. La seconda è la conversione ai biocarburanti, già avviata a luglio con il co-processing nel sito Nord, per arrivare a una filiera integrata di biobenzine, carburante sostenibile per l’aviazione e HVO da oli vegetali non alimentari. L’organico attuale è confermato per intero, le commesse coinvolgeranno circa mille persone in più da tutta Italia e a regime serviranno un centinaio di nuovi tecnici. Nel nuovo consiglio di amministrazione, composto da tre membri, l’amministratore delegato è Paolo Fedeli.

Nucleare, la speranza è tornata. Ma il contatore parte ora

C’è una data che da oggi entra nei manuali di storia: dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare. Con il via libera definitivo del Senato (81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti) al disegno di legge con la delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile si apre una nuova era per il nostro Paese. Dimenticatevi il nucleare anni ’70 perché questo provvedimento punta su reattori modulari di piccola taglia (SMR) e reattori avanzati modulari (AMR).

Sulla carta, è una svolta storica ma nella realtà, quella delle bollette per intenderci, è ancora una speranza. E di speranza ne abbiamo bisogno. L’Italia paga l’energia molto più dei partner europei. Le imprese energivore chiudono o delocalizzano. Le famiglie scelgono tra riscaldamento e spesa. Sul fronte trasporti, la scommessa tutta ideologica sui biocarburanti allo stato attuale si è rivelata costosa, poco scalabile e con filiere che non reggono. Il diesel e la benzina restano alle stelle. In questo quadro, continuare a pensare di decarbonizzare solo con eolico e fotovoltaico intermittenti, senza una base stabile, è un’illusione.

Il nucleare di nuova generazione quella base può darla. Continuo, programmabile, a basse emissioni. Non è la bacchetta magica, ma è l’unica infrastruttura energetica in grado di tenere insieme tre cose: sicurezza nazionale, competitività e decarbonizzazione.

Ma la strada è ancora lunga perché questo voto è solo l’inizio di un lungo percorso ad ostacoli e non accende nessun reattore. Avvia un processo normativamente lunghissimo. La legge delega prevede che il Governo adotti i decreti attuativi entro la fine del 2026. Il primo vero passò sarà riscrivere tutto: l’Autorità di Sicurezza Nucleare, le regole per l’individuazione dei siti, il sistema di autorizzazioni, la gestione dei rifiuti con Sogin, la responsabilità civile, la formazione di tecnici e ingegneri che non formiamo più da 40 anni, la ricostruzione di una filiera industriale.

Il Ministro Pichetto Fratin lo ha detto chiaramente: i primi reattori, se tutto va bene, arriveranno nel 2033-34. Se tutto va bene. Ed è qui che arriva il primo vero ostacolo e questo chi conosce le infrastrutture in Italia lo sa bene: valutazioni di impatto ambientale, ricorsi al TAR, sindrome NIMBY, cambi di governo che rimettono tutto in discussione. La storia della Tav, del Ponte sullo Stretto, dei rigassificatori insegna. Un conto è approvare una legge delega, un conto è colare il primo metro cubo di calcestruzzo nucleare.

Se tutto dovesse andare come da cronoprogramma ci vorranno almeno 7-8 anni per vedere un cantiere SMR aperto. Almeno 10 per un chilowattora immesso in rete. Ecco perché l’editoriale di oggi non può essere solo celebrativo. Deve essere un richiamo alla responsabilità. Se si è deciso di tornare al nucleare, non possiamo permetterci di farlo all’italiana: annunci, convegni, poi dieci anni di palleggiamenti tra ministeri.

Questa legge è una mossa importante. Forse la più importante di politica industriale degli ultimi vent’anni. Ma da sola non scalda una casa e non fa ripartire un forno di un’acciaieria. La speranza è tornata. Ora serve la cosa che in Italia ci riesce più difficile: trasformarla in un cantiere che apre, lavora e chiude nei tempi previsti. Altrimenti, anche questa volta, avremo solo comprato un altro bellissimo progetto sulla carta, mentre continuiamo a pagare l’energia più cara d’Europa.

Nucleare, dal Senato il via libera definitivo al ddl delega Pichetto

Nucleare, dal Senato il via libera definitivo al ddl delega Pichetto – Roma, 23 settembre 2026 – (PPN ADI) È legge il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare. Dopo il sì della Camera, l’aula del Senato ha dato oggi l’approvazione definitiva al provvedimento, che punta a restituire all’Italia un quadro normativo sulle centrali atomiche.

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