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Poste e Tim, il ritorno della politica industriale passa dalle infrastrutture digitali
© Imagoeconomica
20 Luglio 2026

Poste e Tim, il ritorno della politica industriale passa dalle infrastrutture digitali

Prende il via l’offerta pubblica da 13,4 miliardi di euro con cui Poste Italiane punta a rilevare Tim. Ma la vera posta in gioco va oltre la finanza: riguarda il ruolo che lo Stato intende tornare a esercitare nelle infrastrutture strategiche del Paese.

Ci sono operazioni che cambiano il prezzo di un’azione. E poi ci sono operazioni che cambiano il modo in cui un Paese immagina il proprio futuro economico. L’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Poste Italiane su Tim appartiene alla seconda categoria. Se l’operazione arriverà a compimento, il principale operatore italiano delle telecomunicazioni passerà sotto il controllo di Poste, gruppo partecipato dal Ministero dell’Economia e da Cassa Depositi e Prestiti. Un passaggio destinato a segnare una nuova fase della politica industriale italiana.

Per comprenderne la portata bisogna guardare oltre i numeri dell’operazione. Oggi le infrastrutture strategiche non sono più soltanto porti, autostrade o reti ferroviarie. Sono anche le reti di telecomunicazione, i sistemi di pagamento, l’identità digitale e i dati. In altre parole, gli strumenti attraverso cui passa una parte crescente dell’economia.

Gli effetti sul mercato

Il mercato, intanto, ha già espresso il proprio giudizio. Da quando Poste è entrata nel capitale di Tim nel febbraio 2025, il titolo della società telefonica ha registrato una forte rivalutazione, sostenuta prima dal percorso di risanamento guidato dall’amministratore delegato Pietro Labriola e poi dalla prospettiva di un’integrazione industriale con il gruppo guidato da Matteo Del Fante. Il 15 luglio la Consob ha approvato il documento d’offerta. Il giorno successivo il consiglio di amministrazione di Tim ha espresso all’unanimità un parere favorevole, giudicando congruo il corrispettivo proposto agli azionisti. Un via libera che assume un valore particolare perché arriva dal management che ha accompagnato il rilancio della società dopo la cessione della rete e il progressivo riequilibrio finanziario.

Il percorso autorizzativo, del resto, è stato tutt’altro che scontato. Nei mesi precedenti l’operazione ha ottenuto il via libera dell’Antitrust italiano, della Commissione europea, dell’Antitrust brasiliano e del golden power, il potere speciale con cui la presidenza del Consiglio può intervenire sulle operazioni che riguardano asset ritenuti strategici per la sicurezza nazionale. Il fatto che nessuno di questi passaggi abbia rallentato l’iter racconta, più di altri dettagli, il consenso istituzionale che circonda l’operazione. Ai valori di mercato attuali, l’operazione vale circa 13,4 miliardi di euro. Per ogni azione Tim conferita gli azionisti riceveranno una componente in contanti e una in azioni Poste, in una struttura pensata per accompagnare l’integrazione dei due gruppi.

Se il progetto sarà completato nascerà un operatore con circa 27 miliardi di euro di ricavi, 150 mila dipendenti e oltre 17 mila punti di contatto sul territorio. Il prospetto dell’offerta stima sinergie industriali pari ad almeno 700 milioni di euro annui a regime, una delle principali leve su cui il mercato fonda le proprie aspettative.

La sfida dell’operazione

L’obiettivo dichiarato resta il delisting di Tim da Piazza Affari, passaggio ritenuto essenziale per accelerare l’integrazione. Ma la vera sfida inizierà dopo. Perché il successo dell’operazione non dipenderà soltanto dal numero di adesioni o dalla realizzazione delle sinergie previste. Dipenderà dalla capacità di costruire un ecosistema nel quale connettività, pagamenti, servizi digitali e presenza capillare sul territorio lavorino come un’unica infrastruttura.

Negli anni Novanta l’Italia puntava sulle privatizzazioni come leva di modernizzazione. Oggi il contesto è cambiato. Le tensioni geopolitiche, la competizione tecnologica e la centralità delle infrastrutture digitali stanno riportando la politica industriale al centro del dibattito. L’operazione Poste-Tim racconta proprio questo passaggio. Non è soltanto una delle più grandi operazioni finanziarie degli ultimi anni. È il segnale di un Paese che prova a ridefinire il proprio ruolo nell’economia digitale, riportando sotto un presidio nazionale asset considerati sempre più strategici.

Facciamo il punto