
Gli effetti della guerra sui Paesi del Golfo
Le tensioni in Medio Oriente stanno crescendo sempre di più, al centro degli attacchi ci sono le basi statunitensi in Giordania, colpite dai missili balistici dell’Iran. Ad affermarlo su X il Comando Centrale Militare Americano (CENTCOM). Il CENTCOM ha affermato che tutti i missili “sono stati intercettati con successo. Le forze statunitensi mantengono alta la vigilanza e un elevato stato di prontezza operativa”.
In una nota, l’esercito giordano ha dichiarato che “questa mattina le difese aeree hanno neutralizzato cinque missili provenienti dall’Iran e diretti verso il territorio del regno”, missili che sono stati intercettati e abbattuti. Si tratta il primo attacco di missili balistici da parte di Teheran verso una base americana nella regione da quando il presidente degli USA Donald Trump venerdì scorso ha interrotto gli attacchi all’Iran per cercare una via diplomatica. I nuovi attacchi minacciano la fragile tregua, dando l’assist al tycoon di riprendere le operazioni militari contro Teheran. Sono state colpite anche tre petroliere in transito nello Stretto di Hormuz.
L’effetto sui Paesi del Golfo
I raid di Teheran hanno fatto immediatamente balzare il prezzo del petrolio, con il WTI (West Texas Intermediate, prezzo di riferimento per il mercato americano) avanzato a 82,07 $ al barile e il BRENT (punto di riferimento per i mercati europei) a 87,11 $ al barile. Le conseguenze della chiusura di Hormuz si ripercuotono soprattutto sui Paesi del Golfo, che hanno pagato cara la crisi che ne è scaturita: ridurre l’export del gas e carburante dal Medio Oriente ha tagliato le entrate ai Paesi Arabi. Colpire gli aeroporti civili ha chiuso il traffico aereo, andando a minare un altro aspetto economico fondamentale per Qatar e Emirati Arabi Uniti.
Il programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo aveva calcolato, all’inizio del conflitto, che un mese di guerra intensa avrebbe causato ai paesi arabi 4 milioni di disoccupati e un calo del PIL tra il 3,7% e il 6%. I danni strutturali, valutati da fonti aperte, vengono stimati tra i 70 e i 90 miliardi di dollari solo per Qatar, Emirati, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita.
Hormuz come Malacca
Queste continue tensioni all’interno dello Stretto di Hormuz hanno portato gli sceicchi del petrolio a presentare una proposta collettiva all’Iran: sono disposti a pagare a Teheran il transito delle loro navi, definito contributo volontario. Se l’idea dovesse piacere sia a Teheran sia a Washington, carburanti, gas, fertilizzanti e tutte le materie prime che passavano da per lo Stretto potrebbero tornare alla normale circolazione.
L’idea è presa dallo Stretto di Malacca, situato tra Oceano Indiano e Pacifico: Indonesia, Malesia e Singapore chiedono un contributo per i servizi di navigazione, protezione ecologica delle coste ed eventuali interventi. Il versamento è su base volontaria. In questo modo si salverebbe il principio della libera navigazione, ma quest’offerta cambia tutto: l’Iran avrebbe la garanzia di denaro fresco da Hormuz per riparare i danni causati dalla guerra. Tuttavia, non si sa se Teheran sia d’accordo, non ha ancora espresso opinioni sul documento ricevuto nella giornata di domenica. Non è nota nemmeno la percentuale che le andrebbe destinata. Date le pesanti conseguenze economiche sui paesi arabi, pagare un pedaggio per riaprire le entrate economiche, per gli sceicchi, potrebbe essere la soluzione giusta.






