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Trump da Xi con le mani (quasi) vuote
© Imagoeconomica
13 Maggio 2026

Trump da Xi con le mani (quasi) vuote

Il tycoon arriva a Pechino indebolito dalla guerra in Iran e dai dazi bocciati dai tribunali. Xi lo accoglie da una posizione di forza, con un’agenda precisa: commercio, terre rare, Taiwan. Ma i nodi veri restano irrisolti

Donald Trump è atterrato a Pechino per la prima visita di un presidente americano in Cina da nove anni, l’ultima era stata sua, nel novembre 2017. Il summit con Xi Jinping, previsto per il 14 e 15 maggio, era stato annunciato già nell’ottobre 2025 a margine del G20 di Busan, in Corea del Sud, ed era inizialmente fissato per aprile, poi rinviato a causa della guerra in Iran. Un rinvio che non è passato inosservato: ogni settimana in più di conflitto nel Golfo ha eroso la posizione negoziale americana e rafforzato quella cinese.

Trump arriva a Pechino con indici di gradimento ai minimi storici, con i prezzi della benzina in rialzo per effetto del conflitto iraniano e con una delegazione di uomini d’affari di primo piano al seguito, tra cui Elon Musk di Tesla, Tim Cook di Apple, Larry Fink di BlackRock e Kelly Ortberg, CEO di Boeing. Una scelta che dice molto sulle priorità della Casa Bianca: questo è, prima di tutto, un vertice commerciale.

Cosa vuole Trump

Il presidente americano vuole dimostrare che il suo rapporto personale con Xi può produrre risultati concreti in termini economici e di sicurezza. Sul piano commerciale, cerca impegni cinesi per acquisti significativi di beni e servizi statunitensi, con particolare attenzione ai settori agricolo, aerospaziale ed energetico, in vista delle elezioni di midterm di novembre. Sul tavolo c’è soprattutto la creazione di due organismi bilaterali: un “Board of Trade” per gestire gli scambi commerciali e un “Board of Investment” per le questioni legate agli investimenti. L’obiettivo concreto è portare a casa acquisti reciproci di beni per circa 30 miliardi di dollari, tra cui aerei Boeing e prodotti agricoli. Un’ambizione ridimensionata rispetto ai proclami iniziali, ma politicamente utile in patria.

Il secondo grande obiettivo è l’Iran. Washington cerca il sostegno di Pechino per convincere Teheran ad accettare un accordo che metta fine al conflitto e riapra lo Stretto di Hormuz, chiuso dal 13 aprile con conseguenze pesanti sui mercati energetici globali. Terzo punto all’ordine del giorno: le terre rare. La decisione cinese di sospendere le esportazioni di terre rare e magneti correlati ha sconvolto le catene di approvvigionamento dell’industria automobilistica globale e della difesa americana, e Washington punta a un alleggerimento di queste restrizioni.

Cosa vuole Xi

Pechino arriva al vertice in una posizione di relativa forza, consapevole dei propri punti di leva. Nei primi due mesi del 2026, le esportazioni cinesi sono cresciute del 21,8% su base annua, riflettendo un riorientamento verso mercati non americani che ha attutito l’impatto del calo degli scambi con gli Stati Uniti. La priorità di Xi è la stabilità, nel senso più ampio del termine cinese, e il riconoscimento implicito dello status di Pechino come interlocutore indispensabile nell’ordine globale. Su Taiwan, il leader cinese punterà a ottenere da Trump un impegno esplicito a limitare le vendite di armi all’isola, o quanto meno una modifica nel linguaggio ufficiale americano sulla questione, che Pechino potrebbe presentare come una vittoria interna.

Xi comprende l’inclinazione di Trump per la lusinga, anche se non può permettersi le manifestazioni di deferenza ostentate da paesi più piccoli. Sa però che la Cina ha dimostrato, nella guerra commerciale dell’anno scorso, una capacità di resistenza superiore alle aspettative: quando Trump impose dazi al 145%, Xi ordinò la restrizione delle esportazioni di minerali critici e i mercati americani crollarono in pochi giorni, costringendo Washington a fare marcia indietro.

Sull’Iran, la posizione cinese è sofisticata: Pechino cercherà di non apparire come soggetto che fa pressione su Teheran per conto degli Stati Uniti, pur incoraggiando Trump a raggiungere un accordo che riapra Hormuz, la cui chiusura, sul lungo periodo, pesa anche sull’economia cinese e sui suoi mercati di esportazione.

La guerra in Iran cambia i rapporti di forza

Il conflitto in Medio Oriente è la variabile che più di ogni altra ha ridisegnato la geometria di questo vertice. Alcuni esperti vedono la Cina in posizione di vantaggio proprio per questo motivo: Pechino è il principale partner commerciale di Teheran e il maggiore acquirente del suo petrolio, il che le conferisce una leva negoziale significativa. La Cina ha saputo sfruttare la situazione su più fronti. Da un lato, il traffico ferroviario dalla Cina all’Iran è aumentato da quando è scattato il blocco americano sullo Stretto, con Pechino che fornisce a Teheran componenti elettronici, generatori e potenzialmente pezzi di droni, ricevendo in cambio prodotti petrolchimici. Dall’altro, Pechino si è posizionata come potenziale mediatore: la visita del ministro degli Esteri iraniano Araghchi a Pechino, pochi giorni prima del summit, è parte di questa regia.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva ottenuto, già ad aprile, l’assicurazione da parte di Pechino che la Cina non avrebbe fornito armi all’Iran, escludendo esplicitamente il trasferimento di missili terra-aria. Un impegno formale, ma che lascia fuori un’area grigia molto ampia. Perché se Pechino si è impegnata a non trasferire armamenti, sul fronte del supporto indiretto il quadro è ben diverso. Il dipartimento del Tesoro americano ha imposto sanzioni su tre aziende satellitari cinesi accusate di aver fornito all’Iran immagini satellitari che hanno facilitato attacchi contro forze statunitensi. Una risposta che Washington ha definito dura, ma che Pechino ha ignorato, ordinando alle proprie aziende di non riconoscere quelle sanzioni. È questo doppio binario, no alle armi dichiarate, sì al supporto sistemico, che rende la posizione cinese così difficile da aggredire per Washington, e così utile a Xi come leva negoziale al tavolo di Pechino.

La delegazione americana e il nodo Taiwan

La visita di Trump include incontri bilaterali, un banchetto di Stato nella Grande Sala del Popolo, una visita al Tempio del Cielo e un pranzo di lavoro con Xi prima della partenza. Il programma scenografico serve a entrambi: Xi vuole mostrare di ricevere il presidente americano come ospite d’onore, Trump vuole immagini di forza da riportare in patria.

Ma il dossier più delicato resta Taiwan. Il capo della diplomazia cinese Wang Yi, in una telefonata con il segretario di Stato Rubio alla fine di aprile, aveva definito Taiwan come il “maggiore punto di rischio” nella relazione bilaterale, invitando Washington a “mantenere le proprie promesse”. Trump, prima di partire, aveva dichiarato di voler discutere con Xi la questione delle vendite di armi a Taipei, un’uscita che ha suscitato allarme a Taiwan e tra gli alleati regionali, perché rischia di intaccare le cosiddette “Sei Assicurazioni” stabilite dall’amministrazione Reagan nel lontano 1982.

Gli esperti avvertono che anche una semplice variazione linguistica, per esempio il passaggio da “non sosteniamo” a “ci opponiamo” all’indipendenza taiwanese, potrebbe essere sfruttata da Pechino come una vittoria strategica di lungo periodo.

Cosa ci si può attendere

Secondo i principali analisti, questo vertice difficilmente produrrà una svolta storica. Cinquant’anni di incontri tra presidenti americani e leader cinesi insegnano che questi summit raramente trasformano la relazione. Quello che possono fare, se gestiti bene, è rendere una rivalità potenzialmente pericolosa meno volatile. Ed è già molto, in questo momento.

Sul fronte commerciale è probabile un annuncio di acquisti cinesi di soia e aeromobili Boeing. Sul fronte diplomatico, ci si attende la creazione di canali di comunicazione più strutturati, in particolare sull’intelligenza artificiale e la sicurezza informatica. Sull’Iran, una mediazione cinese formale sarebbe una novità rilevante, ma Xi non vuole apparire come il gendarme di Washington nel Golfo.

Quello che emerge con chiarezza, al netto della retorica e delle strette di mano, è una relazione bilaterale che si è stabilizzata, non normalizzata. Due potenze che si guardano con diffidenza crescente, che si misurano su ogni dossier, e che hanno entrambe tutto l’interesse a evitare che la rivalità si trasformi in collisione aperta. Per ora, questo basta a tenere in piedi il dialogo. Ma non a risolverlo.

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