
Energia e Patto di Stabilità: lo scontro tra Roma e Bruxelles
Il 17 maggio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inviato una lettera formale a Ursula von der Leyen. Non un’indiscrezione, non una dichiarazione a margine di un vertice: una lettera ufficiale, con firma e protocollo, che mette nero su bianco una richiesta che il governo italiano avanzava oralmente da settimane nei consessi europei. L’oggetto è la National Escape Clause, la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità già attivata per le spese di difesa, che consente agli Stati membri di derogare temporaneamente ai parametri di Maastricht fino all’1,5% del PIL. Meloni chiede che lo stesso margine venga esteso, temporaneamente, alle misure straordinarie per fronteggiare la crisi energetica.
Il ragionamento della premier è diretto: se la difesa è considerata una priorità strategica tale da giustificare la deroga al Patto, allora anche la sicurezza energetica, di fronte a uno shock che colpisce famiglie e imprese con effetti “pesantissimi e spesso asimmetrici”, merita lo stesso trattamento.
Ma c’è una seconda leva nella lettera, ancora più politicamente rilevante. Per la prima volta per iscritto, Roma ha messo in chiaro che in assenza dell’estensione della clausola sarebbe “molto difficile” per il governo spiegare agli italiani il ricorso al programma SAFE, cioè il fondo europeo da 150 miliardi di prestiti agevolati per il riarmo continentale, che assegna all’Italia un plafond di 14,9 miliardi di euro da sottoscrivere entro il 30 maggio. In altri termini: se non otteniamo flessibilità sull’energia, non firmiamo la difesa. Una minaccia che tocca uno dei pilastri dell’autonomia strategica europea.
Il nodo strutturale italiano
Per capire perché l’Italia si trova in questa posizione, occorre un passo indietro. L’Italia è ancora sottoposta alla procedura per disavanzo eccessivo, avendo chiuso il 2025 con un deficit al 3,1% del PIL, appena oltre la soglia del 3% che avrebbe consentito l’uscita dalla procedura. Questa condizione preclude formalmente all’Italia l’accesso alla clausola di salvaguardia nazionale per la difesa, di cui hanno già usufruito 17 altri Stati membri, e comprime ulteriormente i margini di manovra di bilancio.
Il governo ha già impiegato dall’inizio della crisi più di 2 miliardi di euro in misure di sostegno energetico (i tre decreti sulle accise dei carburanti) e la richiesta a Bruxelles equivale di fatto a chiedere un alleggerimento delle regole fiscali che consenta di intervenire quasi fino a fine anno. La forchetta indicata da Roma oscilla tra lo 0,2% e lo 0,4% del PIL, vale a dire tra 4,5 e 9 miliardi di euro aggiuntivi di spazio fiscale.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha portato il dossier anche al G7 dei ministri delle finanze di Parigi, il 18 e 19 maggio, cercando di costruire consenso internazionale attorno alla tesi che lo shock energetico sia una minaccia economica comparabile a quella della sicurezza militare, capace di colpire inflazione, redditi, manifattura e competitività delle imprese energivore.
La risposta di Bruxelles
La Commissione europea non ha ceduto. Il portavoce Olof Gill ha dichiarato che “al momento non stiamo includendo la clausola di salvaguardia nazionale tra queste opzioni, perché riteniamo che la gamma di strumenti presentata debba restare entro un quadro di vincoli fiscalmente responsabili”. Tradotto: usate prima i 95 miliardi di fondi UE già disponibili (NextGenerationEU, fondi di coesione, fondo per la modernizzazione) prima di chiedere nuove deroghe.
La linea della Commissione si regge su due argomenti. Il primo è di principio: se le eccezioni alle regole diventano più frequenti delle regole stesse (come avvenne durante la pandemia) è la credibilità dell’intero sistema del Patto a risentirne. Il secondo è congiunturale: al momento le previsioni di crescita del PIL europeo per il 2026 stimano circa l’1%, lontane dal crollo del 6-7% registrato nel 2020 quando fu attivata la clausola generale. Per quanto lo scenario possa peggiorare con il prolungarsi del blocco di Hormuz, il punto di caduta finale della crisi non è ancora determinato.
Resta però un elemento di apertura tattica. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, nell’Eurogruppo della settimana scorsa, ha usato parole più sfumate: “osserviamo l’evoluzione della situazione” e “siamo pronti a usare la flessibilità esistente nel quadro delle regole UE di bilancio”. Segnali che lasciano uno spiraglio, senza però cambiare la posizione ufficiale.
Il caso SAFE e la partita politica
Il punto più delicato dell’intera vicenda è proprio il programma SAFE. A oggi 19 Paesi UE hanno richiesto prestiti nell’ambito del fondo, ma solo tre hanno firmato: Polonia (43,7 miliardi), Lituania (6,3 miliardi) e Croazia (1,7 miliardi). L’Italia, con 14,9 miliardi richiesti, non ha ancora deciso se procedere, e la scadenza per firmare è il 30 maggio. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva scritto due volte a Giorgetti senza risposta, ha ottenuto risposta direttamente da Meloni con la lettera a von der Leyen.
Ma la logica finanziaria della minaccia è più debole di quella politica: il SAFE è un programma di prestiti che non ha nulla a che vedere con le deroghe al Patto di stabilità, e rinunciare a 14,9 miliardi di prestiti agevolati, a tassi più bassi di quelli che l’Italia paga sul mercato, per ottenere margini di spesa a deficit avrebbe costi reali per le casse pubbliche.
La partita si gioca quindi su più tavoli simultaneamente. A Cipro, dove venerdì si terrà l’Eurogruppo informale dei ministri delle finanze dell’area euro. A Strasburgo, dove il copresidente di ECR Nicola Procaccini annuncia che il tema sarà in agenda alla plenaria del Parlamento europeo. E nelle capitali alleate (Spagna, Grecia, qualche paese dell’Europa dell’est) dove il governo cerca sponde per costruire una minoranza di blocco sul SAFE e aumentare la pressione negoziale su Bruxelles.
Il risultato del confronto dipenderà in larga parte da come evolverà la crisi energetica nelle prossime settimane. Se il blocco di Hormuz si prolungherà e i prezzi dell’energia torneranno a salire in modo brusco, altri governi potrebbero associarsi alla richiesta italiana, modificando gli equilibri politici all’interno della Commissione. Se invece la situazione dovesse stabilizzarsi, Roma rischia di trovarsi sola, con una lettera formale agli atti e una scadenza SAFE che incombe.








