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Argomento: Energia

Hormuz, l’ultimatum che non finisce: Trump minaccia l’inferno, Teheran resiste

Sul suo social Truth, Trump ha postato il nuovo ultimatum all’Iran: 48 ore per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz, trascorse le quali, ha scritto, si scatenerà l’inferno. Era già il decimo giorno dall’ultimatum originale di dieci giorni, anch’esso ignorato da Teheran. Il regime iraniano ha rispinto la minaccia, affermando che in caso di aggressione estesa l’intera regione si trasformerà in un inferno, e che il vero disperato è Trump. Il presidente americano continua nel frattempo a dichiarare di aver vinto, come aveva fatto l’11 marzo davanti a un comizio in Kentucky, il 20 marzo nel giardino della Casa Bianca e il 25 marzo durante una raccolta fondi. Un sondaggio Reuters/Ipsos dipinge tuttavia uno scenario diverso: il 56% degli americani ritiene che la guerra avrà un impatto negativo sulle proprie finanze, l’86% è molto preoccupato per il rischio di vittime tra i militari Usa, il 52% pensa che la guerra renderà la regione più instabile.

L’arsenale iraniano: metà è ancora intatto

Quaranta giorni di raid non hanno prodotto la resa di Teheran, e i numeri iniziano a fare i conti con la realtà. Secondo fonti dell’intelligence americana citate dalla CNN, l’Iran avrebbe ancora circa la metà dei lanciatori di missili, mentre portavoce militari israeliani avevano annunciato di averne danneggiati due terzi. I Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, hanno ricostruito i siti sotterranei scavando tra le macerie subito dopo i bombardamenti. Il meccanismo che rende difficile neutralizzarli è stato descritto dal Wall Street Journal: le batterie missilistiche iraniane sono alloggiate in camere multispettrali capaci di rilevare le variazioni nel campo elettromagnetico sulle rotte di solito usate dai jet americani o israeliani e spostarsi automaticamente in quella direzione. Risultato: l’esercito iraniano non è più cieco come il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva più volte professato. L’esperto israeliano Danny Citrinowicz ha sintetizzato il paradosso: la campagna si è trasformata in tutto quello che non piace: lunga, non decisiva, senza una chiara immagine della vittoria.

Il caccia abbattuto e la crisi di immagine

Un colpo durissimo all’immagine americana è arrivato venerdì con l’abbattimento di un F-15 Eagle da parte della contraerea iraniana, con un pilota salvato e l’altro disperso per 48 ore. A questo si aggiunge un A-10 Warthog precipitato nei pressi di Hormuz senza danni per il pilota. L’abbattimento di due aerei ha fatto scricchiolare la convinzione Usa di avere il controllo dei cieli. Come ulteriore affronto, una nave per il trasporto merci collegata a Israele, la MSC Ishika, è stata colpita nella zona di Hormuz da droni iraniani. La Casa Bianca ha smentito le voci sempre più insistenti su un ricovero ospedaliero di Trump, con il portavoce Steven Cheung a precisare che il presidente era a lavorare nel suo Studio Ovale.

© Imagoeconomica

Lo Stretto: pedaggi in cripto e transiti a discrezione

Sul fronte navale, lo Stretto non è completamente chiuso ma funziona secondo le regole di Teheran. Secondo i dati Kpler, dal 1° marzo a venerdì sera sono passate circa 240 navi cargo sullo Stretto, a fronte delle circa 120 al giorno in tempo di pace, un calo del 94%. Delle navi transitate, quasi due terzi provenivano o erano diretti in Iran; le altre appartengono a Emirati, Cina, India, Pakistan, Arabia Saudita, Oman, Brasile e Giappone. Secondo fonti diplomatiche europee, per le navi che superano i controlli dei Pasdaran viene richiesto un pedaggio pagabile in stablecoin o in yuan: una prassi che potrebbe diventare la nuova normalità. La Cina occupa una posizione privilegiata: Pechino è acquirente dell’80% delle esportazioni di petrolio iraniane, e il governo cinese ha ringraziato l’Iran per il primo passaggio ufficiale di tre navi portacontainer del colosso Cosco, che dalla settimana scorsa ha ripreso le prenotazioni per le spedizioni di merci generiche dall’Asia orientale verso il Golfo. Per la prima volta giovedì è passata anche una nave con a bordo gas naturale liquefatto della compagnia giapponese Mitsui OSK Lines.

L’Arabia Saudita e il piano per aggirare Hormuz

La crisi sta accelerando piani strategici di lungo periodo che puntano a rendere lo Stretto irrilevante. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, i Paesi del Golfo puntano a creare una nuova rete di oleodotti, strade e ferrovie per smettere di dipendere da Hormuz. La principale opzione allo studio prevede una rotta commerciale che colleghi la penisola arabica al Mediterraneo attraverso il porto israeliano di Haifa. L’Arabia Saudita è l’unico Paese del Golfo ad aver mantenuto un flusso costante di esportazioni di petrolio durante la guerra, grazie all’oleodotto East-West che collega i giacimenti petroliferi al porto di Yanbu sul Mar Rosso, evitando lo Stretto. Il principale progetto alternativo su scala più ampia è il corridoio IMEC, India-Middle East-Europe Economic Corridor, lanciato al G20 del 2023, che coinvolge Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati, Unione europea, Italia, Francia, Germania, Grecia e Israele e che con il blocco di Hormuz è tornato centrale perché permetterebbe di bypassare lo Stretto collegando l’India al Mediterraneo attraverso una rete integrata di oleodotti, linee ferroviarie e strade.

Crisi energetica: carburante razionato in quattro aeroporti, l’Italia cerca alleati nel Golfo

La notizia più immediata e concreta della crisi arriva dagli scali. Uno dei principali fornitori del settore, Air Bp Italia, ha comunicato di essere in riserva di cherosene negli aeroporti di Milano Linate, Bologna, Treviso e Venezia, imponendo limitazioni alle forniture fino al 9 aprile. La priorità nel rifornimento è stata data ai voli ambulanza, a quelli di Stato e ai voli con durata superiore a tre ore; per gli altri la distribuzione sarà contingentata. Si tratta del sesto, settimo, ottavo e diciannovesimo aeroporto italiano per numero di passeggeri trasportati. La situazione rischia di aggravarsi proprio quando la domanda di viaggi aerei cresce vistosamente: di media, già dalla seconda settimana di maggio sui cieli italiani transitano oltre mille aeromobili in più ogni giorno rispetto ad aprile, rendendo maggio, giugno e luglio potenzialmente i mesi più critici.

Il cherosene raddoppiato: i numeri

Il prezzo del carburante per aerei ha subito un’impennata verticale dall’inizio del conflitto. Il 27 febbraio, giorno precedente i primi attacchi, il costo medio settimanale era di 99,40 dollari al barile. Il 6 marzo era già salito a 157,41 dollari (+58,4%); il 13 marzo a 175 (+11,2%); il 20 marzo a 197 (+12,6%). Alla fine del mese si è registrata una lieve flessione a 195,19 dollari (-0,9%), ma i livelli restano quasi raddoppiati rispetto all’avvio della crisi. Ryanair ha individuato il punto di rottura tra metà e fine maggio 2026, e ha già annunciato che dopo Pasqua le compagnie aeree alzeranno i prezzi dei biglietti a causa dell’aumento dei costi della benzina. Lufthansa monitora la situazione con preoccupazione crescente.

Alla pompa: gasolio sopra i 2,1 euro

Sulla rete stradale ordinaria, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service è pari a 1,777 euro al litro per la benzina e 2,130 euro al litro per il gasolio. Sulla rete autostradale il gasolio tocca 2,145 euro al litro. Dati che includono ancora il beneficio del taglio delle accise prorogato fino al 1° maggio. Il Codacons stima una stangata da 1,3 miliardi di euro per gli automobilisti italiani nei soli giorni di Pasqua. Il gasolio colpisce in misura molto più intensa della benzina per ragioni strutturali: l’Europa è esportatrice netta di benzina ma importatrice netta di diesel, con una dipendenza dal Golfo Persico diretta e massiccia che la crisi di Hormuz ha reso brutalmente evidente.

L’allarme di Meloni dal Golfo

Mentre in Italia deflagrava la notizia degli aeroporti a corto di carburante, la presidente del Consiglio si trovava nelle tappe finali di una missione lampo nei Paesi del Golfo, organizzata sotto la supervisione dell’ad di Eni Claudio Descalzi. In trentasei ore Meloni ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman in Arabia Saudita, lo sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani a Doha e il presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan negli Emirati Arabi Uniti. Obiettivi: dare solidarietà a partner commerciali sotto attacco dell’Iran, spingere sulla de-escalation della guerra e preservare le riserve energetiche italiane. Al termine della missione, Meloni ha dichiarato che se la situazione peggiora si può arrivare a non avere tutta l’energia necessaria anche in Italia. Il presidente dell’Enac Pierluigi Di Palma ha voluto ridimensionare l’allarme sugli aeroporti, sostenendo che le difficoltà sono legate al periodo pasquale di traffico intenso e non al blocco di Hormuz, e che le compagnie sono sui piani di contingenza.

La proposta europea: tassare gli extraprofitti

Sul piano della risposta strutturale, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha guidato una coalizione di cinque Paesi, Italia, Germania, Spagna, Austria e Portogallo, inviando una lettera al commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra per chiedere di introdurre una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. Il gettito sarebbe destinato a finanziare misure di sostegno a famiglie e imprese. Giorgetti ha sottolineato che chi trae profitto dalle conseguenze della guerra deve fare la propria parte. La Commissione europea ha risposto con cautela, assicurando che valuterà la proposta a tempo debito e ricordando le lezioni del 2022, quando una misura analoga produsse risultati disomogenei tra i Paesi. L’industria petrolifera italiana ha reagito con sorpresa e sconcerto, avvertendo che aggiungere ulteriori oneri metterebbe in crisi un settore impegnato a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti.

Le divisioni nella maggioranza e le opposizioni

Nemmeno la maggioranza è compatta. La Lega ha chiesto all’Europa di riconsiderare le forniture di petrolio e gas dalla Russia, tornando a battere su una posizione che il governo ha fin qui escluso in sede europea. Le opposizioni hanno attaccato su più fronti: la segretaria del Pd Elly Schlein ha accusato Meloni di essere acriticamente subalterna a Trump, il leader di Avs Angelo Bonelli ha ricordato i 1.700 impianti di energie rinnovabili bloccati dal governo che avrebbero potuto ridurre la dipendenza energetica italiana, e Riccardo Magi di +Europa ha accusato l’esecutivo di non avere una strategia.

Uno scenario senza soluzione rapida

La Commissione europea ha già chiarito che non ci sarà una soluzione rapida. Il prolungarsi del conflitto potrebbe rendere qualsiasi tassa sugli extraprofitti sempre più necessaria, ma anche sempre più difficile da costruire politicamente. Nel frattempo, l’Italia autorizza una riduzione temporanea delle scorte petrolifere di 10 milioni di barili fino a giugno, e il governo si prepara ad affrontare un dibattito in Parlamento su tutta la congiuntura energetica. Il quadro che emerge è quello di un Paese che gestisce l’emergenza giorno per giorno, senza ancora una risposta strutturale alla dipendenza energetica che questa crisi ha reso, una volta di più, dolorosamente evidente.

Accise prorogate fino al 30 aprile: i pro e i contro del nuovo decreto carburanti

Il primo decreto carburanti, approvato il 18 marzo, aveva previsto un intervento di natura temporanea ed emergenziale per far fronte al caro carburanti conseguente alle tensioni internazionali connesse al conflitto in atto, riducendo la tassazione su gasolio, benzina e GPL per un periodo di venti giorni a decorrere dal 19 marzo. Questa mattina il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo provvedimento. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il Cdm, ha annunciato la proroga del taglio delle accise fino al 1° maggio, un intervento mirato sulle aziende agricole, cui viene esteso il taglio delle imposte già adottato per la pesca, e il recepimento dell’accordo con le associazioni di categoria su Transizione 5.0.

Quanto costa e dove si trovano i soldi

Per la copertura della proroga sono stanziati 500 milioni, risorse recuperate sull’ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione CO2. Sommati ai quasi 417 milioni del decreto precedente, il conto complessivo supera abbondantemente il miliardo di euro.

Le ragioni della proroga

La giustificazione politica ed economica del provvedimento poggia sulla eccezionalità della situazione. A pesare sulla decisione anche l’annuncio da parte dei camionisti italiani di uno sciopero dal 20 al 25 aprile, indetto per protestare contro il caro carburanti. Sul piano internazionale, Giorgetti aveva sottolineato al G7 finanziario la necessità di interventi mirati, temporanei e condivisi, valutando misure straordinarie per bloccare i prezzi energetici, simili a quelle adottate nel 2022 durante la guerra in Ucraina.

I limiti

Le critiche all’impostazione del decreto arrivano dal fronte degli economisti. Queste misure generalizzate sono molto costose e la loro efficacia sul prezzo al dettaglio non è garantita. Il provvedimento che scadeva il 7 aprile non ha avuto un effetto pieno sui prezzi alla pompa: le imposte sono diminuite di 24,4 centesimi, ma dopo 14 giorni il prezzo della benzina è sceso di soli 10 centesimi e quello del diesel di appena 1 centesimo. Un risultato che, in rapporto alla spesa sostenuta, solleva domande legittime sull’efficienza della misura.

Il problema dei tempi corti

C’è poi un secondo ordine di critiche che riguarda la modalità con cui il governo ha gestito l’intervento. La strategia di prevedere prima un taglio di venti giorni e poi un prolungamento crea molta incertezza e non dà probabilmente il tempo sufficiente per programmare una ragionata variazione dei prezzi. Sembra più adeguata la scelta dell’Australia, che ha previsto un provvedimento di taglio delle accise della durata di tre mesi. Interventi troppo brevi e frammentati, secondo questa lettura, finiscono per amplificare l’incertezza invece di ridurla, con i distributori impossibilitati a pianificare gli acquisti di lungo periodo.

L’alternativa: bonus mirati invece di sconti universali

Il punto più controverso è di natura strutturale. Anche ammesso che il taglio delle accise si trasferisca interamente sul prezzo al consumo, provvedimenti di questo tipo hanno l’effetto di diminuirlo per tutti i consumatori, anche per coloro i quali potrebbero sopportarne un aumento, stornando risorse da altri settori di spesa importanti. L’alternativa proposta dagli economisti è quella di bonus mirati: uno sconto diretto o una social card per le famiglie a basso reddito, calibrato sull’Isee e accreditato come già avviene per l’assegno unico. Con le stesse risorse destinate alla proroga, si potrebbe teoricamente garantire a ogni possessore di patente un bonus di circa 16,5 euro, con la certezza che i 25 centesimi di risparmio andrebbero direttamente nelle tasche del consumatore senza passare per il sistema dei prezzi.

Lo scenario di fondo: i conti pubblici sotto pressione

Dietro la questione tecnica si nasconde una sfida più grande. L’Italia era vicina a riportare il deficit sotto il 3% del Pil, uscendo dalla procedura Ue e ottenendo maggiore flessibilità sui vincoli di spesa. Gli effetti della guerra in Medio Oriente, tuttavia, modificano gli scenari, sia per i partner europei sia per l’Italia, particolarmente esposta per la sua dipendenza energetica. Ogni nuova proroga è dunque una scelta che si misura non solo in centesimi al litro, ma in decimali di deficit e in margini di manovra futura: risorse che, una volta spese in sconti generalizzati, non potranno essere usate per investimenti strutturali in efficienza energetica e transizione verde, gli unici strumenti capaci di rendere il Paese meno vulnerabile alle prossime crisi.

Pichetto Fratin: “Nucleare di nuova generazione e rinnovabili, così l’Italia ridurrà la dipendenza energetica”

A proposito delle scorte e degli stoccaggi, lei ha più volte dichiarato che l’Italia è al sicuro. Al di là della contingenza della guerra in corso, qual è il piano del Governo per ridurre la dipendenza energetica dall’estero entro i prossimi 5-10 anni?

Le scorte di gas e petrolio sono a livelli abbastanza buoni . Abbastanza buoni nel senso che siamo in grado di ricostituirle completamente per il prossimo inverno. La nostra attenzione, in questo momento, è soprattutto sui prezzi, perché il problema non è quantitativo: è essenzialmente una questione di costo. Questa situazione deve essere una lezione per il futuro: dobbiamo renderci il più indipendenti possibile. Sul fronte delle infrastrutture abbiamo già fatto una prima svolta importante: i due rigassificatori di Piombino e di Ravenna, che valgono 10 miliardi di metri cubi, ci consentono di coprire quasi il 50% della nostra domanda di gas per uso energetico con GNL, e il GNL ha il vantaggio rispetto alle pipeline di poter essere acquistato ovunque nel mondo. Poi abbiamo quattro pipeline: quella dall‘Algeria, la più importante, con 20 miliardi di metri cubi; quella dall’Azerbaigian con 10 miliardi; quella dalla Libia, che potenzialmente potrebbe portarne 12 miliardi e mezzo ma che per la situazione interna libica lavora solo al 20-30%; e il collegamento con il nord Europa attraverso Passo Gries, fino a 6 miliardi, dove arriva sostanzialmente gas norvegese.

Ma c’è già stata un’altra svolta significativa in questi tre anni di governo, ed è quella delle rinnovabili. Le ultime aste di fotovoltaico ed eolico hanno raggiunto livelli importanti, con prezzi ormai competitivi grazie alle tecnologie: il fotovoltaico si è aggiudicato le aste sotto i 60 euro al megawattora, mentre il prezzo dell’energia in questi giorni è sui 140-150 euro. L’eolico è tra i 70 e gli 80 euro. Siamo quasi alla metà del prezzo ufficiale di mercato. E questo è un risultato molto importante: le rinnovabili non hanno più bisogno di incentivi. Il ruolo dello Stato oggi è regolatorio, non più di sussidio. Però dobbiamo essere onesti: con le sole rinnovabili non possiamo raggiungere l’obiettivo di decarbonizzazione e ridurre il consumo di gas, perché la rete deve essere sempre stabilizzata. Serve un’energia che garantisca continuità. E per il prossimo decennio questa risposta sarà il nucleare di nuova generazione, che dovrà integrare geotermico, idroelettrico — che può essere ulteriormente sviluppato, anche se abbiamo qualche nodo contrattuale con l’Europa da risolvere — fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo, sia batterie che pompaggio idrico con le dighe, che è un’operazione importante anche sul piano ambientale. Perché dobbiamo pensarci adesso? Perché la domanda crescerà moltissimo nei prossimi anni. Oggi consumiamo circa 310 terawattora l’anno. Tutti gli indicatori ci dicono che tra 10 e 15 anni supereremo i 450 miliardi — solo i data center incidono in modo significativo, ma l’aumento verrà anche dall’elettrificazione degli edifici e dell’industria. Per raggiungere l’obiettivo tra 10 o 20 anni, dobbiamo mettere le basi oggi. E non possiamo dimenticare la nostra vulnerabilità strutturale: dipendiamo dall’estero per circa l’80% del fabbisogno energetico. Il 20% lo importiamo dalla Francia, essenzialmente da fonte nucleare; il resto arriva tramite gas nelle pipeline, elettricità sempre dalla Francia, e pannelli solari dalla Cina. Questa dipendenza è una vulnerabilità reale del nostro sistema, ed è esattamente quello che dobbiamo ridurre.

A proposito di nucleare, qual è la strategia del Governo rispetto a questa forma di produzione energetica? E a quale tecnologia si sta pensando, eventualmente?

Il primo obiettivo di questa legislatura è definire un quadro giuridico che crei le condizioni per il ritorno al nucleare in Italia. Il piano si articola in due fasi: si partirà dalla fissione di nuova generazione, in particolare i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), tecnologie che nel giro di 4-6 anni sostituiranno le grandi centrali tradizionali. Il referendum del 1987 riguardava sistemi ormai obsoleti e non rappresenta quindi un ostacolo all’adozione di queste nuove tecnologie. L’obiettivo di lungo periodo è invece la fusione nucleare, considerata l’El Dorado energetico. Nonostante quasi 40 anni di assenza dal settore, l’Italia ha mantenuto un livello di competenza molto elevato. La direzione di ITER, il più grande centro mondiale di ricerca sulla fusione situato in Francia e promosso da Euratom insieme a USA, Cina, Russia e Giappone, è affidata a un italiano. Le imprese italiane sono il secondo fornitore europeo di tecnologie nucleari, e sarebbero probabilmente il primo se si escludesse la componente edilizia legata alla localizzazione fisica del centro in Francia. Va ricordato inoltre che l’ultima grande centrale nucleare europea è stata costruita da Enel. Il disegno di legge affronterà anche il tema della formazione professionale e universitaria, indispensabile per sviluppare le competenze specialistiche richieste dal settore. Le iscrizioni ai corsi di fisica e ingegneria nucleare sono già in forte crescita, segnale di un interesse concreto da parte dei giovani, che affrontano la questione con pragmatismo e senza condizionamenti ideologici.

Cosa risponde a chi dice che con il decreto bollette si è privilegiato il sistema produttivo rispetto alle fasce più vulnerabili della popolazione?

Il decreto bollette nasce per regolare il sistema energetico italiano, affrontando per la prima volta la questione dei grandi consumatori industriali. In particolare, i data center pongono sfide specifiche: richiedono fornitura continua di energia, producono grandi quantità di calore e consumano acqua in modo significativo. Per questo devono essere inseriti in una programmazione di rete e collocati con attenzione rispetto alle zone abitate. Il decreto include anche la gas release, uno strumento che facilita il collegamento tra estrattori di gas e grandi energivori, a beneficio di settori come ceramica, vetro e carta, fortemente penalizzati dagli alti prezzi del gas europeo.

Sul fronte manifatturiero, l’intervento da 17,50 euro al megawattora nasce dall’esigenza di avvicinare i costi energetici italiani a quelli tedeschi, visto che la Germania è il nostro principale competitor. Un confronto con Francia e Spagna non è praticabile: i loro prezzi sono rispettivamente la metà e un terzo dei nostri, grazie al nucleare e al fotovoltaico. Il decreto prevede, inoltre, misure per i soggetti più vulnerabili, nei limiti delle disponibilità di bilancio e delle possibilità di intervento sul mercato libero, che conta 20 milioni di contatori su 30. Va infine considerato che il contesto è cambiato rispetto al 20 febbraio, data di approvazione del decreto: i dazi americani e la volatilità del gas — passato da 28-30 euro a un picco di 62 — hanno alterato i calcoli iniziali. Resta però un dato politico importante: lo spread, che era a 200 all’insediamento del governo, è oggi a 60, segno della tenuta dei conti pubblici che il decreto intende preservare

Bollette, carbone e Qatar: l’Italia di fronte alla sua seconda crisi energetica in quattro anni

L’Italia entra in questa crisi con un’esposizione strutturale che non ha eguali tra le grandi economie europee. Mentre paesi come Francia, Spagna e Portogallo hanno alleggerito la propria esposizione grazie a nucleare e rinnovabili, l’Italia resta molto più sensibile a ogni scossa del mercato del gas. Secondo un’analisi del centro di ricerca sull’energia Ember, il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità per l’89% delle ore dall’inizio del 2026 in Italia, rispetto al solo 15% in Spagna. Il 25% del gas naturale liquido (GNL) consumato nel 2025 dall’Italia proveniva dal Qatar, circa 5-6 miliardi di metri cubi.

Il colpo di Ras Laffan

Il 2 marzo 2026 la crisi ha assunto contorni concreti e drammatici. Due droni iraniani hanno colpito gli impianti energetici di Ras Laffan in Qatar, il più grande centro di esportazione di GNL al mondo, e la compagnia statale QatarEnergy ha sospeso temporaneamente la produzione. Per l’Italia questo si è tradotto subito in un problema contrattuale concreto: il Qatar ha informato Edison che non potrà adempiere ai propri obblighi relativi ad alcune consegne di GNL previste presso il terminale al largo del Polesine a partire dall’inizio di aprile 2026. Nel corso del 2025, questo rigassificatore aveva immesso nella rete nazionale 8,2 miliardi di metri cubi di gas, pari a oltre il 13% dei consumi complessivi del Paese.

La risposta del governo: il decreto bollette

Di fronte all’emergenza, il governo Meloni ha messo in campo una serie di provvedimenti. Il primo, cronologicamente, è arrivato il 18 marzo: il Consiglio dei Ministri ha approvato un intervento emergenziale per far fronte al caro carburanti, articolato in un decreto legge e un decreto interministeriale, recanti disposizioni volte a ridurre per un periodo di venti giorni la tassazione su gasolio, benzina e GPL. È stato inoltre rafforzato il monitoraggio dei prezzi dei carburanti da parte del Garante, con previsione di sanzioni in caso di inadempimento, e riconosciuto un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per autotrasporto e pesca. Parallelamente è partito l’iter del decreto bollette, approvato dalla Camera e atteso al Senato entro il 21 aprile 2026. La misura più attesa è il contributo straordinario una tantum da 115 euro, destinato ai titolari del bonus sociale elettrico — le famiglie in condizioni di disagio economico — entro un limite di spesa complessivo di 315 milioni di euro stanziati per il 2026. Tuttavia, il giudizio delle associazioni dei consumatori è impietoso. Il Codacons afferma che il decreto bollette è già superato e le misure contenute al suo interno non appaiono in grado di affrontare il nuovo scenario. L’Unione Nazionale Consumatori sottolinea che è grave il fatto che il decreto non abbia agito per tamponare nel breve periodo il rialzo delle bollette, salite dell’8,1% per la luce nel mercato tutelato.

Il ritorno al carbone: scelta obbligata o passo indietro?

La misura più discussa è la proroga delle centrali a carbone. Per far fronte alla crisi energetica, in caso di emergenza si potrà continuare ad attingere al fossile più inquinante fino al 2038, tredici anni oltre la scadenza fissata dal Piano nazionale energia e clima, che prevedeva lo stop entro dicembre 2025. Il rinvio è entrato nel decreto bollette con emendamenti presentati da Lega e Azione. Le posizioni politiche si sono subito divise. Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti difende la scelta: “Tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, devono essere utilizzate al meglio”. Ma per il Pd si tratta di “chiacchiere pericolose e propaganda”, poiché gli impianti sono fermi da anni e riattivarli richiede tempo. Il leader di Europa Verde Angelo Bonelli accusa il governo di aver violato gli impegni climatici.

Tre scenari per l’economia italiana

Le conseguenze macroeconomiche dipendono in larga misura dalla durata del conflitto. Il Centro Studi Confindustria delinea tre traiettorie distinte. Nello scenario base — guerra conclusa entro fine marzo — il PIL italiano crescerebbe dello 0,5% nel 2026, con inflazione al 2,5%. Nello scenario intermedio, con il conflitto prolungato fino a giugno, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione con crescita zero e inflazione al 4,3%, un rincaro dei prezzi energetici del 60% e le imprese manifatturiere costrette a pagare 7 miliardi in più di bollette. La BCE sarebbe costretta a rialzare i tassi di un punto percentuale. Nello scenario peggiore, con guerra estesa per tutto l’anno, si entrerebbe in recessione con un calo del PIL dello 0,7%. Il conto per le famiglie è già reale. L’aumento stimato delle bollette di gas ed elettricità per il 2026 si aggira tra 350 e 585 euro annui rispetto all’anno precedente, con un incremento complessivo stimato al 21,5%.

La fragilità strutturale e il nodo delle rinnovabili

Al di là dell’emergenza immediata, la crisi ha riaperto una domanda scomoda: perché l’Italia si trova, per la seconda volta in quattro anni, più esposta degli altri? Le ragioni del grande ritardo nella transizione verso le fonti rinnovabili sono molte: le lungaggini burocratiche e i vincoli di tutela del paesaggio, ma il problema è soprattutto culturale e politico. Il confronto con la Spagna è emblematico: grazie a una quota elevata di rinnovabili, Madrid subisce in misura molto minore le oscillazioni del prezzo del gas. In Francia il 60% dell’energia è prodotto con il nucleare e solo il 6% viene dal gas, mentre in Spagna quasi il 60% dell’energia è prodotto con fonti rinnovabili. Sul fronte delle soluzioni strutturali, il think tank Ecco ha indicato una via: rinnovabili e riduzione dei consumi potrebbero permettere all’Italia di ridurre la dipendenza dal GNL qatariota nel giro di un anno, attraverso l’efficienza energetica negli edifici e nell’industria, l’elettrificazione dei consumi termici con pompe di calore, e misure immediate di risparmio sistematico.

La strategia della coercizione: tensioni USA-Iran e l’instabilità del mercato energetico globale

Le parole usate da Donald Trump per descrivere i contatti con Teheran — “great progress” con un “regime più ragionevole” — si collocano dentro una dinamica ormai riconoscibile: negoziare mentre si alza il livello della minaccia. Anche perché, il primo obiettivo — quel cambio di regime con una leadership più pragmatica — per ora non è riuscito. Mancava un’opposizione realmente organizzata, e non c’è stato per ora neanche un cambio all’interno dello stesso potere con una figura più moderata.

Il Paese ora è di fatto in mano al controllo, soprattutto militare ma anche politico, dei Pasdaran.

Mentre si apre il secondo mese di guerra regionale in Medio Oriente, la Casa Bianca lascia filtrare l’idea di un possibile accordo, ma allo stesso tempo prepara il terreno per un’escalation che avrebbe al centro non solo obiettivi mirati, ma l’intera infrastruttura economica dell’Iran. La minaccia è esplicita: impianti elettrici, pozzi petroliferi di esportazione come Kharg Island, fino agli impianti di desalinizzazione e potenzialmente al programma nucleare. Un piano di obiettivi redatto al Pentagono è probabilmente oggetto di verifiche dettagliate per missioni delle forze speciali e operazioni mirate.

Si tratta di una strategia che mira a colpire la capacità stessa dello Stato iraniano di funzionare, trasformando luce e acqua in armi negoziali. Al centro di tutto rimane lo Stretto di Hormuz, non solo come “choke point” energetico globale, ma come leva politica. Washington non sembra intenzionata a tornare al vecchio status quo nemmeno nel dopo-conflitto, ma punta a un nuovo equilibrio che controlli i flussi delle navi.

In questo scontro, il prezzo del Brent ha superato i 110 dollari al barile, spingendo al rialzo le aspettative di inflazione in Europa. Le banche osservano i margini di manovra e i dati sui transiti mondiali, mentre i volumi si spostano verso hub come Yanbu nel Mar Rosso e Fujairah.

La resilienza delle rotte rimane appesa al corridoio Suez-Bab El Mandeb, dove i ribelli yemeniti Houthi, con il sostegno dell’Iran, continuano a rappresentare un rischio. Il rafforzamento statunitense punta a una diplomazia coercitiva, ma la linea d’intervento è sottile: un’azione su larga scala avrebbe conseguenze invasive, ed è qui che emerge il dubbio di fondo degli alleati UE.

Follow the Oil: il nuovo ordine mondiale di Trump tra blitz e barili

Il riequilibrio che Donald Trump vuole imporre al mondo, esclusivamente a favore degli Stati Uniti, potrebbe essere riassunto in una battuta: follow the oil, segui il petrolio. Un po’ come quando il giudice Falcone capì che per ricostruire i business delle mafie bisognava seguire il denaro e coniò il famoso “follow the money”, ora, per provare a dare una spiegazione logica a cosa sta accadendo, bisogna interpretare le intenzioni di Trump verso quei paesi che non sono allineati al volere occidentale ma che sono ricchi di petrolio ma anche di terre rare.

Il Blitz di Caracas: L’Operazione “Absolute Resolve”

Tutto inizia i primi di gennaio con l’operazione “Absolute Resolve”, rapido blitz per esfiltrare Nicolas Maduro e sua moglie, Cilia Flores, da Caracas verso una meno comoda prigione a New York City. Qualche vittima, soprattutto tra le guardie del corpo cubane del dittatore sudamericano, e la sostituzione con una persona non vicina agli Stati Uniti ma sicuramente molto più incline e affabile, ma forse sarebbe meglio dire ricattabile, ad assecondare le richieste americane, Delcy Rodriguez. Con il Venezuela e i suoi 303 miliardi di barili di riserve provate nuovamente nell’orbita d’influenza americana, Trump ha messo in sicurezza il più grande deposito di greggio del pianeta.

Teheran e l’operazione “Ruggito del Leone”

A fine febbraio, l’operazione congiunta israelo-americana “Ruggito del leone” ha portato, a differenza dell’operazione venezuelana, all’eliminazione fisica della guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Khamenei, di buona parte dei comandanti militari e di alcuni esponenti di governo. Colpire l’Iran significa colpire il terzo serbatoio mondiale di petrolio (209 miliardi di barili), rendendo insicura e costosa ogni goccia di greggio che Teheran tenta di esportare verso est. Per ora però, a differenza del Venezuela, in Iran non si prevede un governo amico ma anzi una continuità in linea familiare con l’elezione, da parte dell’Assemblea degli esperti, di Mojtaba Khamenei secondogenito di Alì Khamenei. Gli USA e soprattutto Israele, quindi, continueranno sicuramente nella loro azione bellica per provare a posizionare politici che rendano l’Iran un paese più amico.

Il “Follow the Oil” come dottrina anti-Cinese

Ma perché, per mettere ordine in questo caos avviato dalla presidenza Trump, bisogna seguire la sottile linea nera del petrolio? I primi dieci paesi con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, nella classifica stilata dall’OPEC, l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio, troviamo al primo posto il Venezuela con 303 miliardi di barili di riserve provate, a seguire l’Arabia Saudita, 267 miliardi, ma già salda alleata degli Stati Uniti, e poi l’Iran con 209 miliardi. Insieme rappresentano circa il 50% dei trilioni di barili di riserve provate stimati globalmente. Solo questa classifica basta per spiegare ciò che sta accadendo nel mondo in cui la transizione ecologica, a cui Trump non ha mai creduto, fatica ad imporsi e non solo per gli alti costi di produzione, mentre il petrolio e la sua industria, che continuano ad essere il motore del mondo, sono ancora viste in maniera ostile dall’Unione Europea che si è attaccata da tempo alla transizione green con il risultato di trascinare le economie nazionali dei paesi aderenti quasi al collasso. Ma è così che gli Stati Uniti provano a controllare gli equilibri mondiali a partire dalla sicurezza fino all’economia, spezzando l’asse degli stati canaglia, ossia quei paesi che mostrano comportamenti aggressivi e pericolosi, e che non sono “allineati” al resto dell’Occidente. Non esiste una lista ufficiale di questi Stati ma è facile pensare che con le operazioni in Venezuela e Iran, giustificate anche dal fatto che in questo modo sono stati deposti e sostituiti dei pericolosi regimi dittatoriali che minacciavano i diritti umani, sono state colpite (poco) indirettamente le economie di due superpotenze come la Russia, con la quale sotto sotto Trump spera sempre di creare il nuovo ordine mondiale, ma soprattutto della Cina, che si approvvigionava a prezzi scontati di petrolio da Caracas e Teheran, ma che è il principale concorrente commerciale e minaccia militare degli Stati Uniti.

Verso un nuovo ordine mondiale

Trump sta ridisegnando la nuova carta del potere geopolitico e poco gli importa di mettere in difficoltà economiche gli alleati, soprattutto quelli europei. Il petrolio è ancora e sempre un mezzo di controllo, uno strumento di pressione. In questa nuova mappa energetica ridisegnata da quelle che in una prima lettura si presentano come azioni sconclusionate del miliardario presidente degli Stati Uniti, si delinea invece una sottile strategia energetica per controllare i governi. Ora bisogna solo sperare che non ci sia qualcuno che, invece di perdersi in nuovi lunghi e costosi conflitti stile Vietnam, prema subito un tasto per far partire un missile nucleare, potente strumento di deterrenza contro le intenzioni militari espansionistiche di alcuni paesi. Il petrolio invece, paradossalmente, continua a rimanere ancora la principale esigenza intorno a cui continua a girare l’economia mondiale. Trump questo lo ha capito molto bene e lo utilizza per riconquistare spazi e potere.