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Argomento: Energia

Aeroporti, Battisti: “Chi non investe in resilienza energetica oggi, domani subirà il mercato”

Il settore dell’aviazione civile sta attraversando un periodo di transizione senza precedenti. Non si tratta solo più di gestire i flussi dei passeggeri o di ottimizzare i tempi di rotazione degli aeromobili. Oggi la sfida si sposta su un piano strettamente infrastrutturale, energetico e geopolitico. Nell’intervista esclusiva rilasciata a PPN ADI Agenzia delle Infrastrutture, l’AD di Gesap, Gianfranco Battisti, delinea la rotta: “Nei prossimi cinque anni ci sarà una forte selezione tra aeroporti evoluti e non evoluti”. La sua analisi parte da un presupposto dirompente: l’aeroporto tradizionale, inteso come mera stazione di arrivo e partenza, è ufficialmente superato.

La logistica del jet fuel è in crisi globale: quali contromisure infrastrutturali deve adottare un aeroporto per non restare ostaggio dei fornitori?

Un aeroporto oggi non può più limitarsi a essere un punto di consumo e di passaggio deve diventare un nodo attivo della filiera energetica. Questo significa tre cose molto concrete: diversificazione delle fonti e dei fornitori, per ridurre la dipendenza da singole rotte energetiche; potenziamento della capacità di stoccaggio, per aumentare l’autonomia operativa nei momenti di stress; integrazione logistica con porto, ferrovia e rete nazionale, perché la sicurezza energetica è un tema di sistema. Il punto che deve essere chiaro è uno: chi non investe in resilienza energetica oggi, domani subirà il mercato.

Mancano aerei e i leasing sono alle stelle: la carenza di voli è un fenomeno passeggero o il settore sta programmando una riduzione permanente dei volumi?

Non è una fase congiunturale, anche se mancano per ritardo nelle consegne oltre 2000 aerei è un riequilibrio strutturale. Il settore sta passando da una logica di crescita quantitativa a una logica di efficienza e redditività. I costi carburante, leasing, manutenzione stanno imponendo una selezione naturale. Questo non significa meno trasporto aereo, ma una ottimizzazione su meno rotte marginali, più concentrazione sugli hub strategici e una maggiore disciplina nella capacità offerta.

Il biocarburante SAF costa il triplo del kerosene tradizionale: la transizione green è un suicidio finanziario per i gestori o esiste un modello di business sostenibile?

Se affrontata in modo ideologico, sì, diventa insostenibile. Se affrontata in modo industriale, è una grande opportunità.

In che senso?

Oggi il SAF ha un costo elevato, ma il punto non è il prezzo attuale che è ancora troppo alto, è la costruzione di una filiera. Ritengo che serva un modello basato su: economia di scala; partnership tra aeroporti, vettori e produttori; incentivi intelligenti e temporanei. La sostenibilità non può essere scaricata su un solo anello della catena, deve diventare un equilibrio economico condiviso.

Gli aeroporti stanno diventando piattaforme energetiche e digitali: chi non cambia pelle oggi è destinato a uscire dal mercato nei prossimi cinque anni?

Sì, l’aeroporto tradizionale non esiste più. Oggi è una piattaforma integrata: energetica, digitale, logistica, commerciale. Chi resta fermo a un modello infrastrutturale passivo è destinato a perdere rilevanza ed è quello che stiamo cercando di fare a Palermo. Nei prossimi cinque anni vedremo una forte selezione non tra aeroporti grandi e piccoli, ma tra aeroporti evoluti e non evoluti.

AccelerateEU, la risposta europea al caro energia

Nonostante le “buone sensazioni” di Donald Trump, la guerra con l’Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz continuano a spaventare l’economia europea. È in questo contesto che la Commissione europea ha preparato il piano “AccelerateEU”, la cui pubblicazione è attesa per il 22 aprile. Il piano nasce dall’urgenza di colmare le vulnerabilità messe a nudo dalla crisi in Medio Oriente, una situazione che richiama fedelmente lo shock energetico vissuto nel 2022 a causa della drastica limitazione dei flussi di gas russo. Il prezzo da pagare è già conteggiato: la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha quantificato che dall’inizio delle ostilità in Iran, la spesa dell’Unione per l’acquisto di idrocarburi è aumentata di oltre 22 miliardi di euro. I prezzi del petrolio sono tornati a superare quota 100 dollari al barile e le compagnie aeree hanno già lanciato l’allarme per possibili cancellazioni di voli estivi se il blocco dello stretto dovesse protrarsi fino a maggio.

Le misure: dai voucher allo smart working

Il cuore del piano è la riduzione del carico fiscale sull’energia elettrica, storicamente penalizzata rispetto ai combustibili fossili. Von der Leyen ha sottolineato che in molti casi l’elettricità è tassata fino a quindici volte di più rispetto al gas, con un onere sproporzionato sulle imprese che stanno compiendo la transizione verso l’elettrificazione. La Commissione presenterà a maggio un intervento mirato per consentire ai governi nazionali di applicare una tassazione più bassa sull’elettricità rispetto ai combustibili fossili, semplificando l’applicazione dell’aliquota zero per le imprese ad alta intensità energetica. Sul fronte dei consumi, tra le misure raccomandate agli Stati figurano almeno un giorno di telelavoro obbligatorio a settimana, trasporti pubblici più economici, taglio del riscaldamento negli edifici pubblici e voucher energetici per le famiglie vulnerabili. Per i settori più esposti, cioè agricoltura, pesca, trasporto stradale e marittimo e industrie energivore, le misure di sostegno saranno temporanee, con scadenza al 31 dicembre 2026, e potranno coprire fino al 50% dei costi extra dovuti alla crisi. Sul modello del 2022, la Commissione chiede agli Stati di agire insieme come avvenne allora, quando l’azione congiunta aveva permesso di ridurre del 18% la domanda di gas tra agosto 2022 e marzo 2023.

L’obiettivo strutturale: elettrificare l’Europa

Oltre alle misure d’emergenza, AccelerateEU punta a una trasformazione strutturale del sistema energetico europeo. La Commissione intende presentare un obiettivo vincolante di elettrificazione entro l’estate, rafforzando l’Affordable Energy Action Plan già in corso. Oggi l’elettricità rappresenta circa il 21% dei consumi energetici finali in Europa, ma le proiezioni indicano la necessità di raggiungere almeno il 35% entro il 2030. Secondo le stime della Commissione, saranno necessari investimenti pari a circa 660 miliardi di euro all’anno fino al 2030. Per finanziare gli interventi, gli Stati hanno a disposizione 184 miliardi dai loro PNRR e 38 miliardi dai fondi di Coesione: risorse già esistenti, senza nuove iniezioni di liquidità da Bruxelles. Sul lungo periodo, la Commissione collega il sostegno temporaneo alle imprese alla strategia di elettrificazione e alla pressione per anticipare l’accordo sul pacchetto reti, già presentato a dicembre, considerato indispensabile per non trovarsi di nuovo nella stessa situazione alla prossima crisi.

Guerra in Iran, allarme rosso per l’edilizia romana: “Rischio deflagrazione per le costruzioni”

La guerra in Iran si abbatte sull’edilizia italiana come una seconda tempesta, prima ancora che la prima, quella innescata dal conflitto in Ucraina, si fosse del tutto esaurita. A fotografare la situazione con parole nette è Antonio Ciucci, presidente di ANCE Roma-ACER, intervenuto a margine del convegno “Un piano per l’Italia”, organizzato dall’Associazione nazionale costruttori con la direzione di Francesco Rutelli. “È la seconda emergenza che affrontiamo in quattro anni — ha dichiarato Ciucci — e purtroppo le conseguenze le conosciamo già: aumento dei prodotti petroliferi, che già sentiamo come il gasolio, ma temiamo soprattutto l’aumento dell’energia, perché a cascata si rifletterà su tutti i prodotti delle costruzioni.”

Il nodo PNRR e i 2 miliardi ancora mancanti

Il punto più critico riguarda la fase conclusiva dei cantieri del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che rischia di essere compromessa proprio sul traguardo. “La sovrapposizione di queste due emergenze potrebbe essere deflagrante per il nostro settore — ha avvertito Ciucci — e purtroppo per i lavori del PNRR che sono in fase conclusiva. È come fare lo sgambetto proprio quando uno sta per raggiungere il traguardo.” A pesare c’è anche un’eredità irrisolta: la guerra in Ucraina aveva portato al decreto Aiuti, ma del fondo stanziato mancano ancora circa 2 miliardi di euro, una lacuna che oggi rischia di sommarsi ai nuovi aumenti.

Bitume oltre il 60%, e poi cemento, acciaio, plastiche

Sul fronte dei materiali, il campanello d’allarme più immediato riguarda il bitume, indispensabile per le pavimentazioni stradali: il prezzo è salito di oltre il 60% in pochissimo tempo, rendendo già oggi insostenibili molte lavorazioni. “Quelle lavorazioni sono già ineseguibili — ha spiegato Ciucci — ma il nostro timore è che dopo il bitume arriverà il turno del cemento, dell’acciaio, delle plastiche: tutto ciò che consuma energia e viene trasformato in Italia.” L’associazione ha già chiesto misure straordinarie, tra cui la sospensione delle lavorazioni più colpite e il congelamento del recupero delle anticipazioni, in attesa di capire come evolverà il conflitto nelle prossime settimane.

La richiesta all’Europa: sbloccare il patto di stabilità

Sul piano delle soluzioni, la posizione di ANCE Roma-ACER è chiara: servono risorse straordinarie, come quelle mobilitate all’epoca della crisi ucraina, e questa volta vanno chieste anche a Bruxelles. “Il contesto economico del nostro Paese è completamente diverso da quello del 2022 — ha sottolineato Ciucci — e non possiamo permetterci di affrontare questa emergenza con gli stessi strumenti ordinari”. La richiesta, sostenuta anche dalla presidente nazionale ANCE Federica Brancaccio, è di sbloccare il Patto di Stabilità per liberare risorse supplementari. Il dialogo con il governo, assicura Ciucci, è aperto e costante. Ma il tempo stringe: ogni settimana che passa senza un accordo diplomatico sul fronte iraniano è una settimana di rincari in più che i cantieri devono assorbire.

ANCI e caro energia, Pichetto Fratin risponde: “Serve il nucleare, rinnovabili da sole non bastano”

Il 14 aprile il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha incontrato Mario Conte, sindaco di Treviso e presidente di Anci Veneto, e Tommaso Ferrari, assessore del Comune di Verona e componente del Consiglio nazionale Anci. Al centro del confronto, i costi dell’energia e le ricadute sociali della crisi energetica sui territori. La delegazione ha lanciato un segnale chiaro: “I Comuni sono il termometro dei territori, vedono prima di altri le difficoltà delle famiglie, delle comunità e del tessuto sociale ed economico locale. C’è una preoccupazione forte non solo per il caro energia, ma per le ricadute sociali che questa congiuntura sta già producendo e che rischiano di aggravarsi nei prossimi mesi”. La richiesta è altrettanto netta: accanto alla gestione dell’emergenza, misure strutturali capaci di dare risposte stabili e di medio periodo, con i Comuni in prima linea nella transizione energetica e nella protezione delle fasce più vulnerabili. Sul piano operativo, i rappresentanti dell’Anci hanno segnalato la disponibilità a chiedere a breve la convocazione di un tavolo tecnico, con al centro la mappatura di edifici e superfici, i correttivi normativi, il trasporto pubblico e la qualità dell’aria.

Il ministro: “Siamo un paese che dipende quasi totalmente dall’estero

In un’intervista rilasciata a Prima Pagina News ADI Agenzia delle infrastrutture, il ministro Pichetto Fratin ha risposto con franchezza alle preoccupazioni dei sindaci. “Tra le tante emergenze di livello internazionale con ricadute nazionali, il costo dell’energia è una delle principali”, ha detto. “Il tema che mi viene posto è come riusciamo ad affrontare la condizione di un paese che dipende quasi totalmente dall’estero. Che futuro riusciamo a disegnare?”. In quella domanda, ha spiegato il ministro, convivono due piani distinti: il presente e il medio-lungo termine.

Il ruolo degli ETS e l’insufficienza delle rinnovabili

Sul fronte immediato, Pichetto Fratin ha sollevato una questione tecnica ma di grande rilevanza pratica: il ruolo degli ETS, i certificati per le emissioni di CO₂ , nella formazione del prezzo dell’energia. “In un paese in cui oltre il 40% dell’energia è prodotto da impianti termoelettrici, e in cui è proprio il termoelettrico a determinare il prezzo nel 70-75% dei casi, il peso degli ETS rappresenta una distorsione nel meccanismo di formazione del prezzo“. Una distorsione che pesa sulle bollette di famiglie e imprese, e che i Comuni si trovano ad assorbire in prima persona.

Il ministro ha ricordato i progressi già compiuti sul fronte delle energie rinnovabili: si stima che tra due e tre milioni tra famiglie e imprese abbiano già una copertura da fonti rinnovabili. “Ma dobbiamo andare avanti e raggiungere gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima con una tabella di marcia che stiamo rispettando”. Sul fronte della crisi contingente, Pichetto Fratin ha ricordato che si tratta di un’emergenza in larga parte importata: “Non siamo noi a determinare lo scenario dello Stretto di Hormuz”.

La prospettiva: 100-150 terawattora in più e il nodo nucleare

Guardando ai prossimi dieci-quindici anni, il ministro ha delineato uno scenario di domanda in forte crescita: “Le previsioni indicano la necessità di aggiungere tra i 100 e i 150 terawattora di energia elettrica rispetto alla condizione attuale. Possiamo incrementare fotovoltaico, eolico, geotermico, rinnovare e modernizzare l’idroelettrico. Ma senza una nuova fonte autonoma che ci garantisca indipendenza, come il nucleare, non si vede alcuna soluzione”. A sostegno di questa tesi, Pichetto Fratin ha citato due esempi europei: “La Spagna, che ha mantenuto il nucleare affiancandolo a tante rinnovabili, e la Francia, che ha puntato prevalentemente sul nucleare, non hanno i problemi che abbiamo noi. La Germania, che dipendeva invece quasi totalmente dal gas, sì”.

Burocrazia e resistenze locali: “ostili proprio chi fa propaganda per le rinnovabili

Sul tema della semplificazione burocratica, sollevato anche dall’Anci, il ministro ha confermato che si sta lavorando su più livelli, da quello nazionale a quello regionale e locale: “La legge sulle aree idonee va in questa direzione e dovrà essere recepita dalle singole regioni”. Ma Pichetto Fratin non ha nascosto la frustrazione per le resistenze che si incontrano sul territorio: “Con stupore devo dire che le realtà più ostili agli impianti sono spesso proprio quelle che più si vantano della propria capacità di promuovere le rinnovabili. E poi siamo un paese molto vivace: non c’è iniziativa che non abbia almeno tre comitati contro”.

Bankitalia: il conflitto in Iran affossa la fiducia (-47%), inflazione stabile

Un sistema produttivo italiano fortemente discontinuo a causa della guerra in Medio Oriente. Emerge questo dall’indagine pubblicata oggi della Banca d’Italia sul primo trimestre del 2026, il conflitto tra Iran e USA ha agito come un acceleratore di incertezza, nonostante all’inizio dell’anno si sia registrata una leggera stabilizzazione. Il clima di fiducia è cambiato radicalmente proprio nella fase delle interviste, tra febbraio e marzo.

Qui entra in gioco il concetto di “economia sospesa”, perché da un lato le imprese sono pessimiste sulle prospettive macroeconomiche generali e sul costo delle materie prime energetiche, dall’altro resistono investimenti e previsioni occupazionali che, stando alle stime attuali, non sembrano aver avuto una flessione al difficile contesto geopolitico. In questo scenario di estrema volatilità, l’inflazione non sembra spaventare le imprese: le previsioni restano basse, sotto il 2%. Ma perché accade? Le aziende, per non perdere i clienti in un mercato già debole di suo, preferiscono assorbire i rincari; di conseguenza riducono i propri guadagni piuttosto che alzare i prezzi e rischiare di vendere di meno.

Effetto guerra: lo stato d’animo crolla al -47%. Resiliente il settore delle costruzioni grazie al PNRR

Nel documento di Bankitalia c’è una distinzione precisa: l’effetto “pre e post” guerra nel Golfo Persico. Lo stato d’animo è crollato, il saldo tra ottimismo e pessimismo sull’attuale situazione economica è precipitato di oltre 30 punti percentuali subito dopo il 28 febbraio, giorno dell’inizio del conflitto. È passato dal -16% a un preoccupante -47%. La quota di imprese industriali che prevedono un peggioramento delle proprie condizioni operative nei prossimi tre mesi è triplicata, balzando al 39% dal precedente 13% circa. Al contrario, chi si aspetta un miglioramento si è dimezzato, scendendo al 5%. Tra le cause del peggioramento, per le aziende non c’è solo la normale paura della guerra, ma le scorie che ne derivano: l’incertezza geopolitica e l’aumento dei costi del comparto energetico, che vengono percepiti come gli ostacoli maggiori alla crescita nel periodo a breve termine. Mentre le imprese sono in allerta, il settore delle costruzioni per ora si dimostra resiliente (anche se si è passati da un positivo di 4 a un negativo di 13 punti), complici i cantieri legati al PNRR, che ammortizzano il difficile contesto globale.

Inflazione all’1,8%, ma nei parametri della BCE

L’inflazione, nonostante lo shock degli aumenti sui costi di produzione, per adesso non esplode, con previsioni a lungo termine all’1,8%, perfettamente all’interno del target della Banca centrale europea. Questo dato indica quindi una buona fiducia nei confronti delle banche e della loro capacità di contenere i prezzi. Il punto più importante è che le aziende stanno guadagnando meno per non perdere clienti. Anche se i costi per produrre sono aumentati, le imprese hanno deciso di alzare i prezzi solo del 2,1%. In pratica, stanno pagando loro la differenza: accettano di avere meno profitto pur di restare competitive e non farsi rubare fette di mercato dalla concorrenza.

Stabili i piani di investimento per il 2026. Migliorano le previsioni sulle assunzioni

Le imprese italiane però non stanno tagliando le spese programmate. Nonostante non ci siano delle condizioni ottimali per investire, il saldo è sceso a -30, rimangono stabili i piani di investimento per l’anno corrente, grazie soprattutto ai progetti del PNRR nel ramo edile, dove le aziende coinvolte mantengono attese positive. A sorpresa migliorano anche le previsioni sulle assunzioni. Il saldo tra chi assume e chi licenza è salito al 15% nei servizi e al 9% nell’industria. Le aziende hanno quindi fatto il calcolo che, temendo ripercussioni future per colpa della guerra in Iran, preferiscono scommettere sul futuro e su una visione a lungo termine tenendosi stretti i propri collaboratori per non perdere competenze utili in questa fase di continuo cambiamento tecnologico.

IA, divario sull’utilizzo tra imprese grandi (62%) e medio-piccole (30%). Un terzo delle aziende preferisce sviluppare modelli su misura

Dal report di Bankitalia spazio anche all’intelligenza artificiale. Dal focus sull’IA emerge un Paese ancora in una fase iniziale, di esplorazione, in cui il supporto tecnologico avanzato è visto come una grande opportunità, ma frenato da limiti strutturali. Il 62% delle grandi imprese utilizza in modo continuativo l’IA, mentre nelle PMI italiane la percentuale è meno della metà, il 30%. Un divario notevole, perché per il 30% delle aziende che la utilizzano poco il primo ostacolo non è il costo, ma la mancanza di personale qualificato. Una sfida più formativa che economica. Sull’IA c’è anche un dato interessante legato allo sviluppo del concetto di branding: le aziende che credono davvero nell’intelligenza artificiale preferiscono sviluppare soluzioni proprie (34%), anziché comprare software esterni perché cercano un vantaggio competitivo unico e fatto su misura.

Il momento peggiore per dipendere dal petrolio

C’è qualcosa di contradditorio nell’attuale crisi energetica. I contratti a termine del prossimo anno indicano valori a 70 dollari al barile, lo stesso livello di prima della guerra, mentre il greggio oscilla intorno ai 100 dollari nelle quotazioni spot. I mercati stanno scontando il rischio geopolitico, non una vera scarsità strutturale. Mai come adesso c’è stato tanto petrolio e gas, più facilmente accessibile, meglio distribuito, certo molto è ancora in Medio Oriente, ma con la possibilità di fare velocemente, nell’arco di pochi mesi, nuovi oleodotti per collegare i giacimenti al Mar Rosso al Mediterraneo.

Hormuz: quanto dura lo shock

L’EIA, cioè la United States Energy Information Administration, l’agenzia statistica e analitica del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti d’America che raccoglie, analizza e diffonde informazioni sull’energia, stima che Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain abbiano collettivamente ridotto la produzione di 7,5 milioni di barili al giorno a marzo, con una previsione di 9,1 milioni a aprile. È un numero enorme, ma non permanente. L’EIA prevede anche che il Brent raggiunga un picco nel secondo trimestre 2026 a circa 115 dollari al barile prima di allentarsi gradualmente, con un valore attorno ai 76 dollari nel 2027. Lo shock, insomma, ha un orizzonte temporale misurabile. Inoltre, sono state riviste al ribasso le previsioni di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026: ora ci si aspetta un aumento di circa 640.000 barili al giorno, rispetto alle stime precedenti di 850.000. La domanda si distrugge quando i prezzi salgono troppo: è un meccanismo doloroso, ma funziona.

L’Europa e il gas russo: il problema che non va via

Il nodo più complicato riguarda il gas. Negli ultimi mesi l’UE ha incrementato gli acquisti di gas dalla Russia il cui GNL è quasi raddoppiato fra i tre mesi estivi del 2025 e i primi tre mesi del 2026. Il Qatar, possibile alternativa, è tagliato fuori dalle forniture verso l’Europa dall’inizio del 2026. Il risultato è che la Russia rappresenta il 6% dell’offerta mondiale di metano liquido nel 2024 e, se l’Europa non lo comprasse, lo farebbe la Cina a prezzi scontati. Un mercato globale, dove le interdipendenze non si tagliano con un tratto di penna.

I numeri che contano davvero

La crisi di Hormuz, per quanto grave, è avvenuta in un momento in cui la struttura degli investimenti energetici mondiali stava cambiando rapidamente. Secondo il rapporto annuale dell’International Energy Agency (IEA) sull’investimento energetico globale, nel 2025 le tecnologie pulite (rinnovabili, nucleare, reti, stoccaggio ed efficienza) hanno attratto capitali pari a circa il doppio di quelli destinati ai combustibili fossili, con 2.200 miliardi di dollari contro 1.100 miliardi. L’investimento in solare, sia utility-scale che residenziale, è previsto che raggiunga 450 miliardi di dollari nel 2026, rendendolo la singola voce più grande nell’inventario degli investimenti energetici globali.

La finestra che si apre

Ogni crisi del petrolio ha storicamente accelerato qualcosa. Il 1973 spinse il Giappone e l’Europa verso l’efficienza industriale. Il 2022 ha fatto raddoppiare le installazioni di rinnovabili in Europa. Questo episodio non fa eccezione: solare e eolico coprono ormai oltre il 90% della crescita della domanda elettrica globale e la generazione combinata di queste due fonti toccherà i 6.000 TWh nel 2026. La Commissione europea sta elaborando misure strutturali: acquisti coordinati di gas per evitare che i Paesi si facciano concorrenza reciproca, maggiore uso dei fondi di coesione per l’efficienza energetica, e un’accelerazione degli investimenti in solare, eolico e biometano. Sono misure di emergenza che, se mantenute, diventano politica industriale.

Cosa serve per non “sprecare” la crisi

Il rischio è noto: passata l’emergenza, i prezzi calano, l’urgenza svanisce e gli investimenti rallentano. Le riserve strategiche dei paesi consumatori durano 90 giorni, una quantificazione sufficiente per uno shock di breve durata, non per una crisi strutturale. La vera partita non è sopravvivere a Hormuz, è decidere che questa volta i fondi straordinari non tornano nel cassetto. Una decade fa gli investimenti nei combustibili fossili erano superiori del 30% a quelli nell’elettricità. Oggi gli investimenti elettrici superano del 50% il totale speso per portare petrolio, gas e carbone al mercato. La direzione è giusta. La velocità, ancora no.

Il traliccio friulano che ha fermato il petrolio tedesco

Un’infrastruttura critica per l’approvvigionamento energetico europeo è stata fermata da un punto isolato delle montagne italiane. Non un dettaglio.

Succede il 25 marzo, in una zona di campagna inaccessibile al confine tra Friuli e Austria. Un traliccio della rete elettrica ad alta tensione di Terna della linea Tolmezzo-Paluzza, nel comune di Tolmezzo in provincia di Udine, crolla su un fianco tra gli alberi. Non è un fulmine, non è una frana. La base del sostegno, secondo quanto riferito dagli investigatori, avrebbe ceduto per un sabotaggio: i supporti sarebbero stati tagliati di netto, forse con una fiamma ossidrica. Ai piedi dell’impalcatura ci sono i segni di taglio.

Il traliccio serve a portare energia elettrica a una stazione di pompaggio della Siot, Società Italiana dell’Oleodotto Transalpino, la società italiana, con sede a Trieste, responsabile della gestione della prima parte dell’oleodotto (il terminale marino e la tratta fino al confine). Senza quella corrente, si ferma il petrolio che dal porto di Trieste raggiunge, attraverso 753 chilometri di infrastruttura quasi interamente sottoterra, le raffinerie della Germania meridionale: la Miro di Karlsruhe, la più grande della Germania, e la Bayernoil a Neustadt e Vohburg, in Baviera. Per tre giorni, fino alle 2 di notte del 30 marzo, queste strutture non hanno ricevuto greggio dall’Italia e hanno dovuto attingere alle riserve. Un’emergenza energetica nazionale, che in Germania è stata raccontata dai quotidiani Welt am Sonntag e Business Insider prima ancora che la notizia emergesse in Italia.

La versione ufficiale e i dubbi degli investigatori

Terna e TAL (Transalpine Pipeline) hanno raccontato la vicenda in modo cauto. Terna ha confermato il danneggiamento del 25 marzo, notificato alle autorità di polizia competenti, precisando che l’incidente non ha causato danni a persone o cose ma ha comportato la disalimentazione dell’impianto del cliente Siot nel comune di Paluzza, per la durata delle attività di ripristino. Il 29 marzo la situazione era tornata alla normalità. TAL ha descritto l’accaduto come un fermo operativo dovuto alla richiesta di Terna di scollegare l’impianto di pompaggio per consentire un immediato intervento di riparazione, smentendo categoricamente azioni esterne nei confronti del proprio impianto.

Eppure la situazione è più complicata di quanto le note ufficiali lascino intendere. Il fatto che l’indagine sia stata affidata ai carabinieri del ROS, il reparto operativo speciale, specializzato in criminalità organizzata e terrorismo, e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste dice qualcosa sul livello di allarme. Non si tratta dell’unità che normalmente si occupa di vandalismi o incidenti industriali. Sul caso lavorano anche i servizi di sicurezza italiani e, secondo quanto risulta dalle ricostruzioni della stampa, quelli tedeschi.

Chi ha agito sapeva cosa fare

Gli investigatori parlano di un’azione mirata, eseguita con competenze tecniche elevate. Non un gesto improvvisato, non un sabotaggio dimostrativo. Chi ha fatto crollare il traliccio ha studiato attentamente il piano: sapeva che l’approvvigionamento energetico di decine di milioni di persone e delle industrie del cuore d’Europa era appeso a quei cavi elettrici. Sapeva che, per bloccare l’oleodotto, presidiato dai militari, doveva colpire la linea elettrica che lo alimenta, non l’oleodotto stesso. Un punto apparentemente periferico, ma decisivo da cui passa l’energia necessaria a mantenere in funzione il flusso di greggio diretto al porto di Trieste verso la Germania meridionale.

La pista anarchica è una di quelle battute, anche perché il taglio di un cavo elettrico è storicamente una delle forme di azione di gruppi di quella galassia. Ma, in questo caso, manca la rivendicazione e la modalità operativa appare più sofisticata di un’azione dimostrativa. Gli investigatori non escludono la pista dei servizi segreti deviati di Paesi stranieri, e si ipotizza anche un attacco internazionale su larga scala.

Il contesto: Hormuz, la crisi energetica e un oleodotto già nel mirino nel 1972

La vicenda assume un significato più pesante se letta nel contesto del momento in cui è avvenuta: il 25 marzo, a quasi un mese dall’inizio del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, con lo Stretto di Hormuz bloccato e i prezzi del petrolio alle stelle. Nei giorni precedenti l’incidente, un numero insolitamente alto di petroliere era in rada nel Golfo di Trieste in attesa di scaricare il greggio. L’oleodotto Transalpino è, in questa fase, uno degli snodi più critici per l’approvvigionamento energetico dell’Europa centrale.

Non è la prima volta che il TAL finisce nel mirino. Nell’agosto del 1972 l’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero, la stessa del massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, aveva fatto esplodere i serbatoi nel porto di Trieste: quattro esplosioni nella notte avevano mandato in fumo circa 160.000 tonnellate di greggio, con fiamme alte 150 metri e colonne di fumo visibili a chilometri di distanza. Solo per una serie di errori nell’innesco la cisterna principale rimase intatta, evitando una catastrofe. Quel precedente, e il fatto che il TAL sia nel mirino degli attentatori da oltre cinquant’anni, non viene lasciato cadere dagli investigatori che oggi esaminano le immagini del traliccio piegato nel bosco friulano.

La Germania nella morsa e la politica nel caos

Le conseguenze dell’incidente hanno avuto riflessi anche sul piano politico tedesco. La Germania meridionale, già in difficoltà per i rincari del carburante provocati dalla guerra in Iran, ha subito un’interruzione delle forniture proprio nel momento peggiore. Il governo di Berlino si trova in un impasse sulla risposta alla crisi energetica, con il ministro delle Finanze Lars Klingbeil che chiede una tassa sugli extraprofitti delle aziende petrolifere e la ministra dell’Economia Katherina Reiche che la respinge, e l’episodio di Tolmezzo ha reso ancora più evidente quanto fragile sia la catena di approvvigionamento che alimenta le industrie della Baviera e del Baden-Württemberg.

Hormuz, uno shock globale che ha rivelato la fragilità energetica europea

L’arresto dei carichi di gas e petrolio provenienti dal Golfo sta avendo impatti drammatici su molti paesi asiatici, che assorbono la grandissima maggioranza delle commodities che attraversano Hormuz. In diversi paesi, quali India, Filippine, Thailandia o Vietnam, le conseguenze sono già visibili e, in molti casi, drammatiche, con razionamenti, chiusure industriali, aumento vertiginoso dei costi e misure straordinarie di contenimento dei consumi. Interi settori produttivi, dalla ceramica indiana all’agricoltura del Sud-Est asiatico , sono stati costretti a fermarsi. Una crisi energetica “reale”, che colpisce direttamente la disponibilità fisica di combustibili.

L’Europa e la vulnerabilità silenziosa

L’Europa, che è meno dipendente dal Golfo, affronta una crisi più sottile ma non meno insidiosa. Le importazioni di gas dal Qatar coprono appena il 4% della domanda di gas europea mentre gran parte dell’export di petrolio dal Golfo è destinato all’Asia. Quindi, a differenza della crisi del 2022 innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, non esiste un rischio immediato di interruzione delle forniture. Ciononostante, la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili si traduce in una significativa vulnerabilità economica. Una riduzione dell’offerta globale comporta infatti effetti sistemici sul mercato internazionale del GNL e del petrolio, generando una competizione più aggressiva tra acquirenti. In questo contesto, l’Europa si trova a dover pagare prezzi più elevati per assicurarsi forniture alternative. È qui che emerge la nostra fragilità strutturale: non controllando né i flussi né i prezzi, dipendiamo da un mercato globale altamente interconnesso e da decisioni geopolitiche completamente esogene. Secondo uno studio di Bruegel, se i prezzi del gas dovessero raddoppiare, la bolletta energetica europea aumenterebbe di circa 100 miliardi di euro in un anno. A ciò si aggiunge la dinamica del petrolio il cui mercato, ancora più globale, trasmette immediatamente ogni shock ai consumatori, siano essi famiglie o imprese. L’aumento dei prezzi energetici comporta pressione inflazionistica, riduzione del potere d’acquisto, rallentamento della crescita fino al rischio di recessione: l’energia è il primo canale attraverso cui la geopolitica si trasmette all’economia reale. In questo contesto, in uno scenario caratterizzato da navi ferme, carichi deviati, mercati in attesa degli sviluppi diplomatici, l’Europa resta spettatrice, senza strumenti di intervento se non politiche di mitigazione.

La diversificazione non basta

Negli ultimi anni, dopo lo shock russo, l’UE ha compiuto uno sforzo significativo di diversificazione, aumentando le importazioni di GNL, in particolare dagli Stati Uniti, che oggi rappresentano circa due terzi del totale. E, ragionevolmente, la Commissione sembra orientata ad allentare alcuni dei vincoli che gravano oggi sugli importatori in modo da allargare per quanto possibile la platea di fornitori globali. Tuttavia, questa stessa strategia espone il continente alla competizione globale per le forniture. In caso di crisi prolungata, una quota crescente di GNL americano potrebbe essere deviata verso l’Asia, disposta a pagare prezzi più alti pur di garantire la sicurezza energetica. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di rigidità: le limitate possibilità di diversificazione. Le nuove capacità di esportazione globale sono insufficienti nel breve periodo, mentre le alternative via tubo sono problematiche: l’idea di un ritorno al gas russo, oltre a essere politicamente controversa, riprodurrebbe le stesse vulnerabilità che l’Europa ha cercato di superare.

Non ci sono soluzioni immediate

Le leve esistono, ma sono interne e di medio-lungo periodo: riduzione della domanda di gas, accelerazione delle rinnovabili, elettrificazione dei consumi, maggiore integrazione fisica dei mercati, misure coordinate di efficienza e utilizzo delle risorse a livello europeo. E, su tempi ancora più lunghi, un rilancio a livello continentale del nucleare, fonte il cui contributo al mix elettrico si è più che dimezzato a partire dagli anni ’90. Paesi come la Spagna, che sono riusciti a ridurre la dipendenza dal gas nella generazione elettrica grazie alla crescita di eolico e solare, vedono prezzi più bassi e meno permeabili agli shock globali. Economie come quella italiana, che usano il gas come fonte principale per la produzione di elettricità, subiscono il contagio della volatilità nel prezzo del gas anche sulle bollette elettriche. La crisi attuale ci ricorda una realtà già nota: diversificare le fonti è necessario ma non basta a garantire la sicurezza energetica se non si riduce strutturalmente la dipendenza dai combustibili fossili. Altrimenti, ogni nuova crisi imporrà all’Europa di pagare il prezzo di decisioni prese altrove.

Il Decreto Energia 2026 è legge: bonus da 115 euro e stop ai contratti telefonici

Il percorso del Decreto Bollette si è concluso a Palazzo Madama con una fiducia che ha blindato il provvedimento, trasformandolo ufficialmente in legge dello Stato. Con 102 voti favorevoli, il Governo Meloni incassa un risultato che la Premier definisce coraggioso e concreto, puntando a offrire una sponda immediata a chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica. Il pacchetto di interventi, dal valore complessivo di circa 5 miliardi di euro, nasce per stabilizzare un mercato energetico reso incerto dalle nuove fiammate belliche in Medio Oriente, sebbene le opposizioni e le associazioni dei consumatori lamentino una parziale inadeguatezza delle cifre rispetto alla gravità dello scenario attuale.

Bonus una tantum e agevolazioni

Al centro della manovra si colloca il nuovo bonus una tantum di 115 euro per l’elettricità, destinato per l’anno 2026 a oltre due milioni e mezzo di cittadini già beneficiari del bonus sociale. Grazie alla possibilità di sommare questa cifra alle agevolazioni ordinarie, il risparmio totale in bolletta può toccare i 315 euro per i nuclei con ISEE entro i 9.796 euro, soglia che si alza a 20.000 euro per le famiglie con almeno quattro figli. Per la fascia di reddito fino a 25.000 euro è stato inoltre introdotto un meccanismo di contributo volontario erogato dai fornitori, pari a un massimo di 60 euro annui per il biennio 2026-2027.

Stop al telemarketing

Parallelamente agli aiuti diretti, la legge interviene con decisione sulla tutela della privacy dei cittadini, decretando il definitivo stop al telemarketing selvaggio. Da oggi viene sancito il divieto assoluto di stipulare contratti di luce e gas attraverso il telefono: qualsiasi accordo preso oralmente senza la firma fisica o digitale del cliente verrà considerato nullo, una vittoria storica per le associazioni che da anni chiedevano la fine delle attivazioni forzate.

L’aumento temporaneo dell’Irap

Sul fronte della politica energetica nazionale e del sostegno industriale, il decreto sceglie una linea di prudenza e continuità operativa. Viene infatti rimosso il vincolo di chiusura anticipata per le centrali a carbone, la cui operatività cesserà solo il 31 dicembre 2038 anziché nel 2025, garantendo così una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti durante la transizione. Per coprire i costi di queste operazioni, il governo ha previsto un inasprimento fiscale temporaneo per i giganti dell’energia, portando l’aliquota Irap dal 3,9% al 5,9% per i prossimi due anni. Mentre il ministro Gilberto Pichetto Fratin parla di un risultato importante in linea con gli obiettivi ambientali, dal Codacons arriva una bocciatura netta che liquida il provvedimento come un semplice palliativo già superato dai recenti eventi geopolitici.

L’infrastruttura nella morsa dell’energia: il rischio di una paralisi sistemica

L’impennata dei prezzi dei carburanti e l’instabilità del mercato energetico che stiamo attraversando in questo momento non possono più essere declassati a semplici “oscillazioni di mercato” o a un onere per il solo portafoglio dei cittadini. Per chi si occupa di infrastrutture, logistica e grandi opere, questi rincari rappresentano un segnale d’allarme rosso: siamo di fronte a una minaccia diretta alla stabilità del sistema-Paese.

Il cantiere energivoro

Il primo fronte di questa crisi è rappresentato dai cantieri. Costruire e ammodernare il Paese richiede materiali “pesanti”, acciaio, cemento, bitume, la cui produzione è intrinsecamente legata ai costi dell’energia e dei derivati del petrolio. Con l’attuale volatilità, i prezzari degli appalti rischiano di diventare obsoleti nell’arco di un’ora, mettendo le imprese esecutrici davanti a un bivio drammatico: lavorare in perdita o sospendere i lavori con tutte le conseguenze del caso, dal ritardo delle consegne fino alla desertificazione dei bandi di gara. Così facendo le opere strategiche nazionali si trasformerebbero in delle vere e proprie cattedrali incompiute nel deserto dei rincari.

Il paradosso della manutenzione

C’è poi una questione di gestione quotidiana che raramente finisce sotto i riflettori. Un’infrastruttura moderna consuma una grande mole di energia: dall’illuminazione dei tunnel ai sistemi di ventilazione, dai pannelli a messaggio variabile alla gestione digitale delle smart roads. Le concessionarie dunque si potrebbero trovare di fronte a un rincaro di bollette che rischia seriamente di mangiarsi risorse vitali. Il timore politico ma anche tecnico è che per far fronte ai costi operativi immediati si finisca per sacrificare la manutenzione ordinaria e programmata. Eventuali risparmi sulla manutenzione per pagare l’energia significherebbero un accumulo di debito strutturale che prima o poi presenterebbe il conto in termini di sicurezza e resilienza.

Verso l’infrastruttura “hub energetico”

Se è vero che non tutti i mali vengono per nuocere, questo preoccupante momento di crisi potrebbe rappresentare un’occasione per cambiare e guardare al futuro con più ottimismo: l’opera pubblica deve trasformarsi in un soggetto energeticamente attivo. L’infrastruttura del futuro non deve solo ospitare il traffico, ma produrre energia: pannelli fotovoltaici sulle barriere antirumore, sistemi di recupero cinetico e stazioni di ricarica integrate sono le uniche risposte strutturali alla volatilità dei fossili.

Sicurezza infrastrutturale e sicurezza energetica sono ormai due facce della stessa medaglia. Proteggere il comparto delle opere pubbliche dallo shock dei prezzi non è un favore a una categoria, ma l’unico modo concreto per garantire che l’Italia rimanga un Paese in movimento, capace di connettere e di competere, anche quando il vento dell’energia soffia contrario.

Hormuz, l’ultimatum che non finisce: Trump minaccia l’inferno, Teheran resiste

Sul suo social Truth, Trump ha postato il nuovo ultimatum all’Iran: 48 ore per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz, trascorse le quali, ha scritto, si scatenerà l’inferno. Era già il decimo giorno dall’ultimatum originale di dieci giorni, anch’esso ignorato da Teheran. Il regime iraniano ha rispinto la minaccia, affermando che in caso di aggressione estesa l’intera regione si trasformerà in un inferno, e che il vero disperato è Trump. Il presidente americano continua nel frattempo a dichiarare di aver vinto, come aveva fatto l’11 marzo davanti a un comizio in Kentucky, il 20 marzo nel giardino della Casa Bianca e il 25 marzo durante una raccolta fondi. Un sondaggio Reuters/Ipsos dipinge tuttavia uno scenario diverso: il 56% degli americani ritiene che la guerra avrà un impatto negativo sulle proprie finanze, l’86% è molto preoccupato per il rischio di vittime tra i militari Usa, il 52% pensa che la guerra renderà la regione più instabile.

L’arsenale iraniano: metà è ancora intatto

Quaranta giorni di raid non hanno prodotto la resa di Teheran, e i numeri iniziano a fare i conti con la realtà. Secondo fonti dell’intelligence americana citate dalla CNN, l’Iran avrebbe ancora circa la metà dei lanciatori di missili, mentre portavoce militari israeliani avevano annunciato di averne danneggiati due terzi. I Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, hanno ricostruito i siti sotterranei scavando tra le macerie subito dopo i bombardamenti. Il meccanismo che rende difficile neutralizzarli è stato descritto dal Wall Street Journal: le batterie missilistiche iraniane sono alloggiate in camere multispettrali capaci di rilevare le variazioni nel campo elettromagnetico sulle rotte di solito usate dai jet americani o israeliani e spostarsi automaticamente in quella direzione. Risultato: l’esercito iraniano non è più cieco come il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva più volte professato. L’esperto israeliano Danny Citrinowicz ha sintetizzato il paradosso: la campagna si è trasformata in tutto quello che non piace: lunga, non decisiva, senza una chiara immagine della vittoria.

Il caccia abbattuto e la crisi di immagine

Un colpo durissimo all’immagine americana è arrivato venerdì con l’abbattimento di un F-15 Eagle da parte della contraerea iraniana, con un pilota salvato e l’altro disperso per 48 ore. A questo si aggiunge un A-10 Warthog precipitato nei pressi di Hormuz senza danni per il pilota. L’abbattimento di due aerei ha fatto scricchiolare la convinzione Usa di avere il controllo dei cieli. Come ulteriore affronto, una nave per il trasporto merci collegata a Israele, la MSC Ishika, è stata colpita nella zona di Hormuz da droni iraniani. La Casa Bianca ha smentito le voci sempre più insistenti su un ricovero ospedaliero di Trump, con il portavoce Steven Cheung a precisare che il presidente era a lavorare nel suo Studio Ovale.

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Lo Stretto: pedaggi in cripto e transiti a discrezione

Sul fronte navale, lo Stretto non è completamente chiuso ma funziona secondo le regole di Teheran. Secondo i dati Kpler, dal 1° marzo a venerdì sera sono passate circa 240 navi cargo sullo Stretto, a fronte delle circa 120 al giorno in tempo di pace, un calo del 94%. Delle navi transitate, quasi due terzi provenivano o erano diretti in Iran; le altre appartengono a Emirati, Cina, India, Pakistan, Arabia Saudita, Oman, Brasile e Giappone. Secondo fonti diplomatiche europee, per le navi che superano i controlli dei Pasdaran viene richiesto un pedaggio pagabile in stablecoin o in yuan: una prassi che potrebbe diventare la nuova normalità. La Cina occupa una posizione privilegiata: Pechino è acquirente dell’80% delle esportazioni di petrolio iraniane, e il governo cinese ha ringraziato l’Iran per il primo passaggio ufficiale di tre navi portacontainer del colosso Cosco, che dalla settimana scorsa ha ripreso le prenotazioni per le spedizioni di merci generiche dall’Asia orientale verso il Golfo. Per la prima volta giovedì è passata anche una nave con a bordo gas naturale liquefatto della compagnia giapponese Mitsui OSK Lines.

L’Arabia Saudita e il piano per aggirare Hormuz

La crisi sta accelerando piani strategici di lungo periodo che puntano a rendere lo Stretto irrilevante. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, i Paesi del Golfo puntano a creare una nuova rete di oleodotti, strade e ferrovie per smettere di dipendere da Hormuz. La principale opzione allo studio prevede una rotta commerciale che colleghi la penisola arabica al Mediterraneo attraverso il porto israeliano di Haifa. L’Arabia Saudita è l’unico Paese del Golfo ad aver mantenuto un flusso costante di esportazioni di petrolio durante la guerra, grazie all’oleodotto East-West che collega i giacimenti petroliferi al porto di Yanbu sul Mar Rosso, evitando lo Stretto. Il principale progetto alternativo su scala più ampia è il corridoio IMEC, India-Middle East-Europe Economic Corridor, lanciato al G20 del 2023, che coinvolge Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati, Unione europea, Italia, Francia, Germania, Grecia e Israele e che con il blocco di Hormuz è tornato centrale perché permetterebbe di bypassare lo Stretto collegando l’India al Mediterraneo attraverso una rete integrata di oleodotti, linee ferroviarie e strade.

Crisi energetica: carburante razionato in quattro aeroporti, l’Italia cerca alleati nel Golfo

La notizia più immediata e concreta della crisi arriva dagli scali. Uno dei principali fornitori del settore, Air Bp Italia, ha comunicato di essere in riserva di cherosene negli aeroporti di Milano Linate, Bologna, Treviso e Venezia, imponendo limitazioni alle forniture fino al 9 aprile. La priorità nel rifornimento è stata data ai voli ambulanza, a quelli di Stato e ai voli con durata superiore a tre ore; per gli altri la distribuzione sarà contingentata. Si tratta del sesto, settimo, ottavo e diciannovesimo aeroporto italiano per numero di passeggeri trasportati. La situazione rischia di aggravarsi proprio quando la domanda di viaggi aerei cresce vistosamente: di media, già dalla seconda settimana di maggio sui cieli italiani transitano oltre mille aeromobili in più ogni giorno rispetto ad aprile, rendendo maggio, giugno e luglio potenzialmente i mesi più critici.

Il cherosene raddoppiato: i numeri

Il prezzo del carburante per aerei ha subito un’impennata verticale dall’inizio del conflitto. Il 27 febbraio, giorno precedente i primi attacchi, il costo medio settimanale era di 99,40 dollari al barile. Il 6 marzo era già salito a 157,41 dollari (+58,4%); il 13 marzo a 175 (+11,2%); il 20 marzo a 197 (+12,6%). Alla fine del mese si è registrata una lieve flessione a 195,19 dollari (-0,9%), ma i livelli restano quasi raddoppiati rispetto all’avvio della crisi. Ryanair ha individuato il punto di rottura tra metà e fine maggio 2026, e ha già annunciato che dopo Pasqua le compagnie aeree alzeranno i prezzi dei biglietti a causa dell’aumento dei costi della benzina. Lufthansa monitora la situazione con preoccupazione crescente.

Alla pompa: gasolio sopra i 2,1 euro

Sulla rete stradale ordinaria, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service è pari a 1,777 euro al litro per la benzina e 2,130 euro al litro per il gasolio. Sulla rete autostradale il gasolio tocca 2,145 euro al litro. Dati che includono ancora il beneficio del taglio delle accise prorogato fino al 1° maggio. Il Codacons stima una stangata da 1,3 miliardi di euro per gli automobilisti italiani nei soli giorni di Pasqua. Il gasolio colpisce in misura molto più intensa della benzina per ragioni strutturali: l’Europa è esportatrice netta di benzina ma importatrice netta di diesel, con una dipendenza dal Golfo Persico diretta e massiccia che la crisi di Hormuz ha reso brutalmente evidente.

L’allarme di Meloni dal Golfo

Mentre in Italia deflagrava la notizia degli aeroporti a corto di carburante, la presidente del Consiglio si trovava nelle tappe finali di una missione lampo nei Paesi del Golfo, organizzata sotto la supervisione dell’ad di Eni Claudio Descalzi. In trentasei ore Meloni ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman in Arabia Saudita, lo sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani a Doha e il presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan negli Emirati Arabi Uniti. Obiettivi: dare solidarietà a partner commerciali sotto attacco dell’Iran, spingere sulla de-escalation della guerra e preservare le riserve energetiche italiane. Al termine della missione, Meloni ha dichiarato che se la situazione peggiora si può arrivare a non avere tutta l’energia necessaria anche in Italia. Il presidente dell’Enac Pierluigi Di Palma ha voluto ridimensionare l’allarme sugli aeroporti, sostenendo che le difficoltà sono legate al periodo pasquale di traffico intenso e non al blocco di Hormuz, e che le compagnie sono sui piani di contingenza.

La proposta europea: tassare gli extraprofitti

Sul piano della risposta strutturale, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha guidato una coalizione di cinque Paesi, Italia, Germania, Spagna, Austria e Portogallo, inviando una lettera al commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra per chiedere di introdurre una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. Il gettito sarebbe destinato a finanziare misure di sostegno a famiglie e imprese. Giorgetti ha sottolineato che chi trae profitto dalle conseguenze della guerra deve fare la propria parte. La Commissione europea ha risposto con cautela, assicurando che valuterà la proposta a tempo debito e ricordando le lezioni del 2022, quando una misura analoga produsse risultati disomogenei tra i Paesi. L’industria petrolifera italiana ha reagito con sorpresa e sconcerto, avvertendo che aggiungere ulteriori oneri metterebbe in crisi un settore impegnato a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti.

Le divisioni nella maggioranza e le opposizioni

Nemmeno la maggioranza è compatta. La Lega ha chiesto all’Europa di riconsiderare le forniture di petrolio e gas dalla Russia, tornando a battere su una posizione che il governo ha fin qui escluso in sede europea. Le opposizioni hanno attaccato su più fronti: la segretaria del Pd Elly Schlein ha accusato Meloni di essere acriticamente subalterna a Trump, il leader di Avs Angelo Bonelli ha ricordato i 1.700 impianti di energie rinnovabili bloccati dal governo che avrebbero potuto ridurre la dipendenza energetica italiana, e Riccardo Magi di +Europa ha accusato l’esecutivo di non avere una strategia.

Uno scenario senza soluzione rapida

La Commissione europea ha già chiarito che non ci sarà una soluzione rapida. Il prolungarsi del conflitto potrebbe rendere qualsiasi tassa sugli extraprofitti sempre più necessaria, ma anche sempre più difficile da costruire politicamente. Nel frattempo, l’Italia autorizza una riduzione temporanea delle scorte petrolifere di 10 milioni di barili fino a giugno, e il governo si prepara ad affrontare un dibattito in Parlamento su tutta la congiuntura energetica. Il quadro che emerge è quello di un Paese che gestisce l’emergenza giorno per giorno, senza ancora una risposta strutturale alla dipendenza energetica che questa crisi ha reso, una volta di più, dolorosamente evidente.