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Durissimo attacco alla Rai, Caiazza (Ucp): “Troppi processi penali paralleli della TV di Stato. Una vergogna di Stato”
Durissimo attacco alla RAI dal Presidente dell’Unione Camere Penali d’Italia, il prof. Giandomenico Caiazza che interviene a muso duro sulla puntata che Report ancora ieri sera, sabato 9 gennaio in replica, ha dedicato alla Trattativa Stato Mafia: “Il servizio pubblico radiotelevisivo dovrebbe solo raccontarli, i processi, non celebrarseli per suo conto, per di più senza la fastidiosa presenza dei difensori, ma in rigorosa ed esclusiva compagnia di pentiti e Pubblici Ministeri”.
(Prima Pagina News)
Lunedì 11 Gennaio 2021
Roma - 11 gen 2021 (Prima Pagina News)
Durissimo attacco alla RAI dal Presidente dell’Unione Camere Penali d’Italia, il prof. Giandomenico Caiazza che interviene a muso duro sulla puntata che Report ancora ieri sera, sabato 9 gennaio in replica, ha dedicato alla Trattativa Stato Mafia: “Il servizio pubblico radiotelevisivo dovrebbe solo raccontarli, i processi, non celebrarseli per suo conto, per di più senza la fastidiosa presenza dei difensori, ma in rigorosa ed esclusiva compagnia di pentiti e Pubblici Ministeri”.
Parte da questa premessa di principio il numero-uno dei penalisti italiani: “La recente puntata della trasmissione “Report”, in onda sulla terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo, ha dedicato un ampio e per certi versi drammatico servizio all’annoso tema della c.d. “Trattativa” tra lo Stato (latamente ed anzi confusamente inteso) e la Mafia. Pezzi -diciamo così- delle Istituzioni (ah, non più Calogero Mannino, però) avrebbero intavolato con la Mafia stragista dei primi anni ’90 una inconfessabile trattativa, volta a scambiare il fermo dell’attività stragista mafiosa con benefici penitenziari e forse anche investigativi (latitanze protette eccetera) nei confronti dei boss di Cosa Nostra”.

Poi Giandomenico Caiazza precisa di non essere mai riuscito ad appassionarsi a questa storia, “come sempre mi accade appena si materializzano in TV sedicenti testimoni di inconfessabili e fino a quel momento inconfessati misteri, travisati nel viso e nella voce”.

Ho sempre pensato, e penso tutt’ora- aggiunge l’illustre giurista sul suo profilo Fb-, che se qualcuno ha qualche gravissimo fatto da raccontare, “non lo fa travestito e travisato in favore di telecamera, ma in un ufficio di Procura e poi -soprattutto- in un’aula di Tribunale per essere contro esaminato dai difensori di coloro che egli accusa, perché né la storia, né tantomeno i processi, si fanno sulla base dei soliloqui di chicchessia”.

L’analisi del Presidente Caiazza avviene dopo giorni dalla prima messa in onda della puntata di Report su Rai 3: “Ho letto forti ed argomentate critiche sul merito di quanto ricostruito in quel servizio, e mi sono parse talmente serie ed articolate (a partire dalla evocazione dei drastici e sprezzanti giudizi che di quelle fantasiose ipotesi avevano espresso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) da meritare repliche di equivalente livello, delle quali tuttavia, al momento, non leggo traccia”.

D’altronde- aggiunge il giurista-, “anche a me sembra utile diffidare di narrazioni secondo le quali chi ha arrestato Totò Riina e disvelato il grande tema degli appalti pubblici in favore della Mafia finisce sotterrato da anni di carcere, e la Mafia palermitana viene ridotta a manovalanza di Berlusconi e Dell’Utri, i veri strateghi di questa Spectre stragista di non meglio individuata matrice”.

Giandomenico Caiazza non conosce il senso della mediazione, ma a questo ci ha ormai abituati da anni, e alla fine tira fuori il vero rospo del problema: “Ognuno la pensi come crede, ma non è questo lo scandalo- dice- Il vero scandalo di quella trasmissione. Perché si dà il caso che la puntata di Report va in onda mentre è in corso a Palermo il processo di appello sulla medesima “trattativa”, a carico di imputati già gravati in primo grado da anni di carcere per un reato -come ci spiegò in modo magistrale il prof. Giovanni Fiandaca- di almeno dubbia configurabilità tecnica. Non dimentichiamo che i giudici del rito abbreviato scelto dal coimputato Calogero Mannino, definitivamente assolvendolo, hanno invece definito quella accusa ab origine “logicamente incongrua”.

L’affondo contro management della Rai è diretto al cuore dell’azienda di Stato: “Se non si può impedire ad una testata privata di fare le inchieste che crede, sostenere tesi colpevoliste ad oltranza e magari organizzare campagne di opinione a sostegno di quella accusa, “logicamente incongrua”, ma ognuno è libero di pensare come crede, questo non può accadere in una trasmissione del servizio pubblico radiotelevisivo”.

Per il presidente dell’Unione delle Camere Penali “Non può accadere che chi per legge è tenuto alla “completezza ed imparzialità” della informazione, e riceve uno stipendio finanziato dal canone di abbonamento pagato anche dagli imputati di quel processo, imbastisca una puntata del genere, a dir poco sbilanciata a sostegno della tesi accusatoria, mentre il processo è in corso ed una giuria popolare è chiamata a pronunciarsi”.

Non solo questo, dice Giandomenico Caiazza, “ma il servizio pubblico non può scegliere, peraltro, di impostare tutto il servizio su una tesi precostituita, raccogliendo testimonianze di pentiti di almeno dubbia credibilità, insieme alle opinioni dei magistrati della Procura Generale di Palermo e del Consiglio Superiore della Magistratura che ambiscono da quel processo la conferma del proprio controverso lavoro di inquirenti”.

Toni decisamente forti, che piombano su Viale Mazzini come macigni. È semplicemente una vergogna, aggiunge infatti l’illustre giurista- che i giornalisti Rai, oltre a non avvertire la gravissima inopportunità di un simile servizio in pendenza del giudizio penale, “non abbiano ritenuto indispensabile dare il medesimo spazio alla prospettazione difensiva ed alla ricostruzione critica di una narrazione d’altronde già demolita, in una parte assolutamente essenziale, da una sentenza definitiva di assoluzione”.

Da tutta questa vicenda conclude quindi il Presidente Caiazza la lezione che si deve trarre è questa: “Il servizio pubblico radiotelevisivo dovrebbe solo raccontarli, i processi, non celebrarseli per suo conto, per di più senza la fastidiosa presenza dei difensori, ma in rigorosa ed esclusiva compagnia di pentiti e Pubblici Ministeri. O mi sbaglio?” (b.n.)

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