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La biografia di Natuzza Evolo, la mistica che in Calabria il Venerdì Santo viveva il mistero delle stigmate
Da oggi tra le biografie del Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, curato dallo scrittore-giornalista Pantaleone Sergi per l’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC)., c’è anche la storia e la biografia della mistica calabrese che durante la Settimana Santa “sudava sangue” e viveva il grande mistero delle stigmate.
di Pino Nano
Venerdì 02 Aprile 2021
Roma - 02 apr 2021 (Prima Pagina News)
Da oggi tra le biografie del Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, curato dallo scrittore-giornalista Pantaleone Sergi per l’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC)., c’è anche la storia e la biografia della mistica calabrese che durante la Settimana Santa “sudava sangue” e viveva il grande mistero delle stigmate.
Conosciuta come Natuzza, anche se il suo nome era Fortunata, nasce a Paravati, frazione del comune di Mileto, all’epoca in provincia di Catanzaro. Non ha la fortuna di conoscere il padre, Fortunato, partito per l’Argentina in cerca di lavoro proprio qualche mese prima che lei nascesse.

Cresce con la madre, Maria Angela Valente, e con i nonni materni, Antonino Valente e Giuseppina Rettura, ma le condizioni della famiglia sono così povere che la bambina è affidata alla carità pubblica. Man mano che gli anni passano si adatterà a stare sempre chiusa in casa e fare anche da mamma ai fratelli più piccoli, Domenico, Antonio, Francesco, Vincenzo, e Pasquale.

Rimase analfabeta, ma “segnata” da particolari carismi. Francesco Mesiano scrive che fin da bambina Natuzza mostrò alcuni segni particolari: “È una donna che vede i defunti e conversa con loro, che va in trance, che ha sudorazioni ematiche, più evidenti durante la Quaresima, che vive anche il grande mistero delle stimmate.

Il sangue che sgorga dalle sue ferite, a contatto con bende o fazzoletti, si trasforma in segni strani, a volte incomprensibili, in testi di preghiera in varie lingue, in calici, ostie, Madonne, cuori, corone di spine”. «Una sera – raccontava la stessa Natuzza – dopo aver chiuso il portone, non appena mi ritirai nella mia camera, vidi entrare delle persone vestite come noi, le quali mi dissero di essere anime dell'altro mondo.

Ebbi una grande paura e scappai gridando». L’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani nel "Il Ponte di San Giacomo", sottolinea: “Ancora giovanissima Natuzza sognò San Francesco di Paola e gli chiese una grazia; il Santo le assicurò che “entro tre giorni” sarebbe stata esaudita. La grazia consisteva nel potersi allontanare dalla sua casa materna; dopo tre giorni precisi fu chiamata da un avvocato, nella cui casa, dopo circa un mese, entrò come persona di servizio.

Dopo una lunga serie di manifestazioni inspiegabili che Natuzza, allora ancora ragazza, viveva nel corso delle lunghe sue giornate di lavoro, nei primi mesi del 1940 la Chiesa decise di avviare un processo di chiarimento.

Natuzza raccontava ai padroni di casa dove prestava servizio dei suoi continui “dialoghi con la Madonna”. Sorprendente, poi, era la conoscenza che la ragazza diceva di avere dell’aldilà, con cui raccontava di riuscire a “entrare in contatto e dialogare con le anime defunte”.

Spesso capitava che la ragazza andasse anche in trance, ed era chiaro che questi fenomeni per nulla normali e per nulla ordinari mettessero in allarme la Chiesa del tempo. Sulla scia anche dell’enorme emozione popolare che già allora Natuzza suscitava, il vescovo della Diocesi di Mileto, mons. Paolo Albera, decide di rivolgersi a Padre Agostino Gemelli, per chiedergli un consiglio sul cosa fare.

È il 18 febbraio 1940. Alla sua lettera mons. Albera allega anche una relazione dettagliata di tutto ciò che accadeva dentro le mura della casa dove Natuzza viveva, e che era stata redatta nei minimi dettagli da un sacerdote del luogo, don Francesco Pititto. È quasi immediata, del 22 febbraio, la risposta di Padre Gemelli a Mons. Albera, rassicurandolo che «studierà il caso». Il 29 giugno del 1940 accade un altro fatto straordinario.

È la festa dei Santissimi Pietro e Paolo, e Natuzza riceve in Chiesa a Paravati dal vescovo Albera il sacramento della Cresima.

La ragazza incomincia a stare male, ha forti tremori, lo sguardo stralunato, la mente confusa. Immediatamente racconta di avvertire un brivido profondo lungo tutto il corpo, e sente qualcosa di gelido che le scorre sul davanti, poi improvvisamente sulla sua camicia bianca compare in maniera del tutto inspiegabile una grande croce di sangue. Lo sconcerto è generale, la gente presente in Chiesa grida al miracolo, e la notizia di quella croce di sangue formatasi da sola sulla camicetta bianca della ragazza fa il giro dell’intera Calabria. Mons. Albera scrive allora una nuova lettera a Padre Gemelli.

È l’8 luglio 1940: «La Evoli dal 29 giugno scorso – scrive sbagliando il cognome della ragazza – va soggetta a eruzioni cutanee sanguigne localizzate alla spalla sinistra in forma di croce e al petto, parte sinistra, in forma di croce. Le eruzioni sanguigne sono sempre precedute e seguite da forti dolori al cuore e alla spalla sinistra.

Si trova in uno stato di prostrazione. Il medico incaricato di visitarla ha dichiarato che la Evoli si trova in ogni parte del corpo perfettamente sana, e non sa spiegare il fenomeno». Padre Gemelli traccia in maniera netta, e questa volta definitiva, la sua diagnosi: «In linea di massima la soluzione è sempre quella: l’isolamento, in modo che si faccia il silenzio attorno alla persona». A mons. Albera non resta dunque che seguire le indicazioni ricevute e così, subito dopo l’estate, il 2 settembre del 1940, Natuzza viene rinchiusa nel Manicomio di Reggio Calabria.

Due mesi più tardi viene rimandata a casa perché, per il direttore del Manicomio, il prof. Annibale Puca, è perfettamente sana. Prima di lasciare il Manicomio, Natuzza manifesta al professor Puca il desiderio di poter prendere i voti e diventare suora, per poter rimanere così in ospedale con le «sorelle che tanto l’avevamo amata».

Torna però a Paravati, dove qualche mese più tardi, su suggerimento dello stesso psichiatra reggino, si unisce in matrimonio con Pasquale Nicolace, un falegname del luogo, che le resterà accanto per il resto della sua vita, e diventerà madre di 5 figli, Salvatore, Antonio, Anna Maria, Angelo e Francesco Nicolace. Nel 1958, in periodo di piena quaresima, si grida per la prima volta al miracolo. Le compaiono infatti le stimmate alle mani, ai piedi, alle ginocchia. Da allora le cicatrici non si rimargineranno mai più. La sua casa appena alle porte di Paravati diventa presto meta di pellegrinaggi continui.

Ogni anno, puntualmente, nella settimana di Pasqua le ferite, si riaprono e riprendono a sanguinare. È il periodo in cui Natuzza si chiude in casa e non accetta di ricevere nessuno. Le testimonianze dei medici che per tanti anni l'hanno seguita e visitata sono sconcertanti.

Raccontò il dottor Umberto Corapi, aiuto ortopedico all'ospedale di Lamezia: «Visitai Natuzza qualche giorno prima di una Pasqua di tanti anni fa; la cosa che più mi colpì fu il constatare la comparsa sul suo cuoio capelluto di una corona di spine, una corona di sangue.

Una di queste gocce di sangue che colava sulla tempia di Natuzza andò a finire sul cuscino. Straordinario. Come se vi fosse una penna invisibile quella goccia disegnò a caratteri stampatello la frase “Venite ad me Omnes”». Un giorno i medici scoprono un particolare che in passato era sfuggito alla loro attenzione: «Era sempre Venerdì Santo – ricordava il dr. Corapi – decidemmo di esaminarle le spalle e ci accorgemmo che sulla spalla destra stava formandosi un ematoma escoriato. Dal punto di vista medico fu una cosa impressionante, ricordo questa spalla diventare sempre più violacea finché non si formò l'ematoma.

Assistemmo alla progressione biologica di questo ematoma, come se sulla spalla di Natuzza qualcosa gli pesasse contro. Quando riprese conoscenza le facemmo molte domande, ci rispose di aver visto la crocifissione di Gesù».

Anche il racconto della dottoressa Isa Mantelli, che ha assistito Natuzza per due anni di seguito, nel 1979 e nel 1980, sempre il Venerdì Santo, mette in luce altri particolari indecifrabili: «Per tre ore, dalle dodici alle quindici ricordo questa donna tormentata da indicibili sofferenze e da una sempre crescente difficoltà a respirare, come di chi stesse per morire per asfissia. Alla fine, diventa cianotica e il corpo è squassato da tre forti convulsioni».

Di testimonianze come queste se ne contano a centinaia. Valerio Marinelli, docente all'Università della Calabria, le ha raccolte in una decina di volumi tutti dedicati al «Caso Natuzza», un vero e proprio mistero, sotto la lente di ingrandimento di studiosi e uomini di Chiesa per più di 80 anni e che, dopo la sua morte, è rimasto tale e quale.

Natuzza è morta nella sua casa all’età di 85 anni. Il 6 aprile 2019, con l’editto del vescovo Luigi Renzo, è stata avviata la causa di beatificazione, postulatore don Enzo Gabrieli. A Paravati, come da lei richiesto, è stato eretto un Santuario dedicato alla Madonna.

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