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Parigi si dice pronta solo a compiti di scorta quando la tensione sarà calata.
Parigi si dice pronta solo a compiti di scorta quando la tensione sarà calata.
Il panorama internazionale si fa incandescente, segnato da una frattura netta tra le potenze occidentali e un'accelerazione bellica senza precedenti.
Il Presidente francese Emmanuel Macron ha gelato le aspettative degli alleati dichiarando ufficialmente: "La Francia non prenderà parte alle operazioni per liberare lo Stretto di Hormuz". Una posizione di estrema prudenza che rimanda ogni intervento a tempi migliori: "La Francia si terrà pronta a partecipare alle scorte navali quando la situazione sarà più tranquilla. La Francia non ha scelto questa guerra e non vi partecipa".
Sul fronte opposto, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato in un video un colpo durissimo ai vertici di Teheran: "Abbiamo eliminato Ali Larijani, il boss dei Guardiani della Rivoluzione, il gruppo di gangster che de facto governa l'Iran e insieme a lui anche il capo della Forza Basij che diffonde il terrore tra la popolazione iraniana".
Netanyahu ha poi esplicitato l'obiettivo politico dell'operazione: "Stiamo aiutando i nostri amici americani nel Golfo e stiamo indebolendo questo regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo. Non accadrà tutto in una volta, non sarà facile. Ma se persevereremo, daremo loro la possibilità di prendere in mano il proprio destino".
Contemporaneamente, l'IDF ha diramato un'allerta massima per il fronte nord: "L'Idf ha dichiarato di aver individuato un'intensificazione dei preparativi da parte di Hezbollah per lanciare pesanti attacchi missilistici nelle prossime ore, e ha esortato la popolazione a rimanere in allerta". L'esercito ha spiegato il cambio di strategia comunicativa: "L'esercito ha dichiarato di aver scelto di avvisare il pubblico in anticipo, dopo essersi astenuto dal farlo durante la precedente escalation dei giorni scorsi. Il comando Nord sta lavorando per sventare gli attacchi pianificati attraverso raid aerei e bombardamenti da terra, oltre alla sorveglianza dei comandanti di Hezbollah e ad altre misure che per ora non sono state riferite".
La tensione travolge anche l'intelligence statunitense. Joe Kent, capo del Centro per l'Antiterrorismo americano, ha rassegnato le dimissioni con un duro attacco via social: "Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran. L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana".
Israele assesta un colpo durissimo ai vertici della Repubblica Islamica nel diciottesimo giorno di guerra attraverso un'ampia ondata di attacchi condotti dall'aviazione contro infrastrutture strategiche a Teheran e simultaneamente contro le basi di Hezbollah a Beirut.
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ufficializzato l'uccisione di Ali Larijani, potente segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, e di Gholamreza Soleimani, comandante delle forze Basij, dichiarando in un video accanto al capo di Stato maggiore che i due leader hanno raggiunto il capo del programma di distruzione Ali Khamenei e tutti i membri sconfitti dell'asse del male nelle profondità dell'inferno.
Larijani, considerato l'uomo più influente del regime e il leader di fatto dopo la morte di Khamenei padre, è stato eliminato in un appartamento sicuro di Teheran dove si trovava con il figlio, dopo che l'operazione era stata rinviata di ventiquattr'ore per garantirne la precisione.
L'Idf ha sottolineato che Soleimani era l'uomo che da sei anni guidava l'apparato armato incaricato della brutale repressione delle manifestazioni interne, mentre Katz ha ribadito la portata storica del colpo inflitto alla struttura di comando iraniana.
Sul fronte diplomatico e della resistenza, la linea di Teheran resta di totale chiusura: il leader supremo Mojtaba Khamenei ha respinto fermamente le proposte di riduzione delle tensioni o di cessate il fuoco presentate da due Paesi intermediari, affermando che non è affatto il momento giusto per la pace finché gli Stati Uniti e Israele non saranno messi in ginocchio, non avranno accettato la sconfitta e non avranno pagato un risarcimento.
Nonostante la conferma del decesso, i profili social di Larijani hanno pubblicato un messaggio postumo in cui il segretario celebrava il ricordo dei soldati della Marina definiti martiri che costituiranno per molti anni le fondamenta dell'Esercito della Repubblica Islamica.
Intanto, l'ex ministro israeliano Ron Dermer ha ammesso di essere stato richiamato dal premier Netanyahu per condurre i negoziati con il governo libanese, dichiarando di aver iniziato a fare progressi verso un potenziale accordo politico ma avvertendo che, affinché un'intesa venga attuata, Hezbollah dovrà essere disarmato poiché Israele non intende sacrificare la propria sicurezza.
L'escalation coinvolge ormai l'intera regione, con la Reuters che riferisce come molti stati arabi del Golfo stiano esortando gli Stati Uniti a non fermarsi nella loro azione contro l'Iran, convinti che Teheran abbia ormai oltrepassato ogni linea rossa. Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center, ha spiegato all'agenzia che se inizialmente i Paesi della regione si erano opposti alla guerra, ora considerano l'Iran un nemico a causa degli attacchi diretti.
Secondo tre fonti citate sempre da Reuters, Washington sta facendo pressione sugli stati del Golfo affinché si uniscano ufficialmente al conflitto, con il presidente Donald Trump intenzionato a dimostrare il sostegno regionale per rafforzare la legittimità della campagna.
Questa pressione si scontra però con il rifiuto dell'Australia, che per bocca della ministra Catherine King ha chiarito che non manderà navi da guerra nello Stretto di Hormuz nemmeno se richiesto, limitandosi al supporto aereo.
Mentre la Cina prende atto dei chiarimenti americani sulla libera navigazione e Macron convoca un consiglio di difesa d'urgenza a Parigi, la violenza sul campo non accenna a diminuire: un cittadino pakistano è stato ucciso ad Abu Dhabi dai detriti di un missile balistico intercettato, l'ambasciata USA a Baghdad è stata colpita da droni e razzi provocando una densa colonna di fumo, e le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato l'arresto di dieci spie straniere accusate di raccogliere informazioni su siti sensibili per conto di gruppi monarchici.