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L'amministratore delegato del colosso finanziario analizza gli scenari energetici tra rischi di escalation e spinte deflattive derivanti dall'intelligenza artificiale e dalla fusione nucleare.
L'amministratore delegato del colosso finanziario analizza gli scenari energetici tra rischi di escalation e spinte deflattive derivanti dall'intelligenza artificiale e dalla fusione nucleare.
Il futuro del mercato energetico globale potrebbe oscillare tra estremi opposti, condizionato pesantemente dagli sviluppi geopolitici in Medio Oriente.
Secondo Larry Fink, presidente e AD di BlackRock, l'esito della crisi iraniana sarà determinante per i prezzi del greggio.
In un'intervista rilasciata al "Corriere della Sera", Fink ha delineato uno scenario di distensione: mi pare sia più probabile che “si giungerà ad una qualche forma di neutralizzazione o cessazione della guerra in Iran. E se l’Iran è riammesso nel mondo, senza sanzioni, è più probabile che il prezzo del petrolio sia a 40 dollari”.
Di contro, il numero uno del fondo d'investimento non nasconde i rischi di segno opposto, avvertendo che “la minaccia è un petrolio a 150 dollari e magari lo sarà per i prossimi tre anni. Sarebbe un brutto risultato".
Nonostante l'incertezza globale, Fink mantiene un approccio fiducioso nella capacità umana di superare le crisi, citando l'esempio della pandemia: “Sull’Iran non so quale sarà l’esito. Non lo sa nessuno. Anche nel 2021 nessuno conosceva l’esito del Covid. Ma come esseri umani, tendiamo a risolvere le cose”.
La visione a lungo termine dell'AD di BlackRock punta su una riduzione strutturale dei costi dell'energia, trainata dall'innovazione tecnologica. “Verosimilmente c’è una probabilità maggiore che nel tempo i prezzi dell’energia scendano. Se vedi anche come l’intelligenza artificiale cambierà tutto, di nuovo, c’è una probabilità maggiore che attraverso l’IA la velocità della scienza acceleri. Che acceleri la possibilità della fusione nucleare. E se avessimo la fusione, pensi all’abbondanza di energia. Per me, il breve termine sta limitando troppi italiani, troppi europei, troppi americani", ha spiegato Fink.
L'analisi si estende poi al cambiamento del paradigma della globalizzazione, che sta passando dalla ricerca del prezzo più basso a quella della sicurezza degli approvvigionamenti. Sebbene questa transizione sia attualmente fonte di inflazione, Fink intravede una svolta futura: “Ci stiamo allontanando da una globalizzazione fondata sul principio del prezzo più basso, per ricercare dipendenze più domestiche che internazionali. È il costo di avere linee di approvvigionamento nazionali più forti. Alla lunga, al contrario, potrebbe essere deflazionistico perché stiamo creando ridondanze. Nel breve, è molto inflazionistico. Allo stesso tempo stiamo assistendo alla trasformazione della tecnologia: l'intelligenza artificiale spinge in direzione opposta”.