L’Italia di Mario Carbone, fotografo del neorealismo italiano, le sue foto al Metropolitan Museum di NY

Premio Fotografico Internazionale Mario Carbone , concorso che prende  il nome da uno degli artisti calabresi viventi oggi più famosi al mondo...

(Prima Pagina News)
Venerdì 11 Gennaio 2019
San Sosti (Cs) - 11 gen 2019 (Prima Pagina News)

Premio Fotografico Internazionale Mario Carbone , concorso che prende  il nome da uno degli artisti calabresi viventi oggi più famosi al mondo...

In Calabria e in Basilicata non si parla d’altro: anche per il prossimo anno il Comune di San Sosti, siamo in provincia di Cosenza proprio ai piedi del Pollino, riproporrà il Premio Fotografico Internazionale Mario Carbone , concorso che prende appunto il nome da uno degli artisti calabresi viventi oggi più famosi al mondo, e riconfermandosi nei fatti uno dei premi di fotografia più prestigiosi e più indovinati di quanto si potesse immaginare di mettere in piedi in una regione così marginale e così lontana da tutto come lo è la Calabria. Il Premo Mario Carbone è un premio “fotografico”, che nasce immediatamente dopo la consegna, da parte di Vincenzo De Marco, Sindaco di S. Sosti, della cittadinanza onoraria a Mario Carbone, cerimonia che prese corpo e vita quasi per gioco, almeno all’inizio, proprio in mezzo a questo grumo di vecchie case che si affacciano sulla Sibaritide, proprio ai piedi del Monte Pollino, e che è il paese natale di Mario Carbone. Fotografo straordinario e documentarista davvero come pochi in Italia, protagonista assoluto della fotografia e del neorealismo italiano negli anni in cui le foto in bianco e nero narravano nel mondo la bellezza, ma anche le mille tragedie dell’Italia di quegli anni, oggi all’età di 94 anni appena compiuti, questo straordinario artista calabrese che ormai vive a Roma, dietro Corso Francia e a ridosso della collina Fleming, apre finalmente le porte del suo studio al mondo dei media, e mette in mostra il suo immenso archivio storico, che è quanto mai ricco di immagini e di storia vera di questo nostro Paese. Non solo un archivio fotografico, ma molto di più: in questa sua abitazione piena di vecchi manifesti e di montagne di vecchie foto in bianco e nero, troviamo anche l’anima di un artista che dopo aver girato il mondo in lungo e in largo, e dopo aver incontrato e conosciuto i grandi della terra, sogna ora di poter mettere a disposizione del mondo esterno il suo grandissimo album fotografico personale, che in realtà è una mineiera inestimabile di ricordi, dettagli, fatti e avvenimenti, che Mario Carbone ha davvero vissuto in prima persona, se non altro perché un fotografo non può essere mai dall’altra parte dell’avvenimento. Mario Carbone sorride, poi sottolinea quello che è stato il suo mantra per tutta la vita: “per contare devi essere un numero uno, e per essere un numero uno devi arrivare sul fatto prima di tutti gli altri”. Questa corsa per lui è durata per tutta la vita. Ma chi è davvero Mario Carbone-fotografo? La sua storia, ripresa dai dépliant della sua mostra all'istituto Italiano di cultura di New York e l'acquisizione delle sue foto al Metropolitan Museum di New York, ha fatto ormai il giro del mondo. Nato in Calabria, a San Sosti nel 1924, in un epoca di grande povertà ed emarginazione, Mario Carbone apprende giovanissimo il mestiere di fotografo, dal ritocco alla stampa, dalle foto-tessera ai ritratti, svolgendo un primo lungo apprendistato in un piccolissimo e anonimo laboratorio fotografico di Cosenza. “Il punto di vista di Mario Carbone, fotografo e documentarista si sviluppa nel contesto della storia politica, sociale, culturale e artistica italiana dalla fine degli anni Cinquanta in poi, la sua vita artistica si estende attraverso l’osservazione diretta delle condizioni di vita sociale e politica. Dal viaggio con Carlo Levi in Lucania nel 1960 alle prime immagini dell’alluvione di Firenze del 1966, dal terremoto del Belice del 1968 alla manifestazione studentesca di Valle Giulia, Mario Carbone opera con la macchina da presa e con quella fotografica in quello che egli stesso definisce “un modo intuitivo, spontaneo e non meditato”. Mario Carbone vive da protagonista gli anni del secondo dopo guerra, della rivoluzione industriale, del benessere e della povertà, dell’arte contemporanea, documentandoli in innumerevoli opere, in una storia che parla per immagini. La sua ricerca ha come protagonisti assoluti le persone “senza volto”, gente semplice, che nessuno conosce, soprattutto i contadini, poi vengono i vecchi e i bambini, e non viene mai meno al suo ruolo specifico di documentarista, sia che l’artista utilizzi la macchina fotografica o la cinepresa. Con una propria cinepresa, ancora giovanissimo decide di filmare le manifestazioni politiche e sociali del suo tempo, un'attività quasi volontaria, che prosegue per tutti gli anni sessanta, anche grazie al rapporto che si stabilisce con la Unitelefilm, la società di produzione promossa dal Partito Comunista Italiano, e nel corso del decennio, racconta le lotte operaie alla Zanussi (Uomini nella fabbrica, 1964), l'occupazione delle terre a Melissa, in Calabria (Sedici anni dopo, 1967), la condizione del lavoro contadino (Dove la terra è nera 1966), nonché La rivolta degli studenti alla facoltà di architettura di Roma nel fatidico 1968. La sua vita e la sua carriera sono un crescendo, e oltre che per i documentari di impronta neorealistica, Carbone si fa presto notare anche per questo suo linguaggio moderno, da inchiesta giornalistica, a partire dai suoi “corti”, che affrontano i grandi temi della società del tempo, l’handicap e la malattia (Anche noi parliamo, 1967; Alla fine dell'arcobaleno, 1968), le barriere architettoniche urbane (La città ci è nemica, 1962), i conflitti generazionali e le nuove mode giovanili (Il muro dei giovani, 1961; Capelli fuori legge, 1962; Mini show, 1963). Come altri documentaristi della sua generazione, Carbone coltiva la passione per un cinema capace di eleggere a soggetto l'attualità sociale e civile del suo tempo, ma anche quella culturale, dall'arte alla letteratura, dalla musica al teatro. E’ il 1960 l’anno in cui scopre la superba bellezza letteraria di “Cristo si è fermato a Eboli”, scritto dal medico torinese Carlo Levi. Mario Carbone ricorda ancora a memoria parti di questo racconto a tratti così impietoso: “Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. ...Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l'inferno di Dante....in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto. ...alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera....E' davvero una città bellissima, pittoresca e impressionante.” E il 1960 è proprio l’anno in cui Carlo Levi gli chiede di accompagnarlo in un lungo viaggio in Lucania, questa volta per documentare fotograficamente quelli che erano stati i luoghi raccontati da Levi nel suo romanzo “Cristo si è fermato a Eboli”. Alla fine Mario Carbone scatta circa quattrocento foto, alcune delle quali confluiranno poi nel libro Viaggio in Lucania con Levi (1980) e nel documentario dedicato allo scrittore-pittore, Omaggio a Carlo Levi (1983). «Lasciando Matera e la Lucania- ricorda Mario Carbone- sulla strada del ritorno, sostammo con Carlo Levi in un distributore di benzina, dove Levi abbracciò affettuosamente il gestore. Si chiamava Michele Mulieri. Si conoscevano da tanto tempo, e ricordo che i due palarono a lungo insieme. Più tardi lo stesso Levi ci confidò che proprio quell’uomo gli aveva suggerito il titolo del suo libro “Cristo si è fermato a Eboli”. Lamentandosi delle sue cattive condizioni di vita e di salute il benzinaio, rivolgendosi a Levi, gli disse appunto: “Don Carlo qui siamo dimenticati da tutti, nessuno è mai arrivato da noi. Dimenticati anche da Cristo. Si è fermato a Eboli». E’ il 1960 l’anno in cui sceglie Franco Angeli -uno degli artisti della cosiddetta scuola di Piazza del Popolo, con il quale all'epoca Carbone divideva lo studio, come soggetto e protagonista del suo primo cortometraggio: “Inquietudine”. Un documentario senza testo, che l'amico Silvano Agosti ha recentemente programmato più volte nel suo cinema Azzurro Scipioni. Grazie a questo a lavoro antesignano di docu-fiction, Cesare Zavattini lo invita a collaborare, in qualità di operatore e regista, al film-inchiesta, a più mani, “I Misteri di Roma” (1963), in cui quindici giovani autori raccontano la vita di una città travolta dall'esplosione demografica e dal boom economico. Da questo momento in poi si moltiplicano i documentari dedicati agli artisti, grazie al rapporto personale che Carbone stringe con alcuni di coloro e che a Roma gravitano fra via Margutta e Piazza del Popolo, da Renzo Vespignani a Raphaël Mafai, da Titina Maselli a Tano Festa, e grazie anche all'impegno di sua moglie, Elisa Magri, che fra gli anni 60' e 70', dirige la galleria d'arte Ciak. Per lui sono anni di grande successo e dei primi riconoscimenti pubblici importanti. Nel 1964 vince il Nastro d'Argento con un documentario sull'abbandono delle terre feudali da parte della nobiltà calabrese, “Stemmati di Calabria”, e lo stesso anno parte per l'India, dove realizza con Giuseppe Ferrara due film prodotti dall'Eni, ma per lui questa è anche l’occasione ideale per fotografare scene di vita quotidiana delle grandi città di quel Paese, Calcutta Bombay Madras New Delhi, e da qui ai villaggi più sperduti dell’India. Oggi, vale la pena di rivederle e di ricordarlo, alcune di queste sue foto bellissime, veri e propri capolavori, sono stati conservati e riproposti nella mostra e nel volume "Paralleli. India-Italia anni Sessanta", edito da Gangemi nel 2006. Tre anni più tardi, nel 1967, conquista il Leone d'Argento alla Biennale di Venezia con “Firenze, novembre 1966”, folgorante testimonianza in bianco e nero interamente dedicata alla drammatica alluvione toscana, immagini e sequenze cinematografiche di una bellezza e di una forza dirompente, montate insieme su un testo appositamente scritto per lui da Vasco Pratolini, e letto in maniera magistrale e superba da quel grande figlio della terra Toscana che era Giorgio Albertazzi. Questo Premio che oggi porta il nome di Mario Carbone -sottolinea Giuseppe D’Addino- che nei fatti è diventato ormai il suo biografo ufficiale, e soprattutto l’autore di un documentario che racconta in maniera magistrale la storia del suo illustre amico-artista. Il nostro intento - aggiunge Giuseppe D’Addino- è quello di far conoscere e divulgare la sua intera opera artistica ed è in questa ottica che si sviluppa il Premio Fotografico a lui dedicato. L'organizzazione di tutte le fasi del concorso e del convegno porta la firma di Lucia Perri e Giuseppe D'Addino. Oltre al concorso fotografico, ogni anno, viene organizzato un convegno sull'opera del maestro. “In questi anni abbiamo visto la partecipazione di varie personalità e relatori del mondo della fotografia, della cinematografia, come Blasco Giurato, direttore della fotografia (allievo e collaboratore di Mario Carbone), di Rocco Brancati, giornalista di Rai 3 e grande estimatore dell'opera di Carbone”. Ora sottolinea Giuseppe D’Addino vorrei poter realizzare quello che è l’ultimo vero grande sogno segreto del Maestro: la realizzazione di un catalogo antologico, “L’Italia di Mario Carbone”, che racconti per sempre la sua vita e la magia della sua arte. L’Italia ne sarebbe fiera, ma non solo l’Italia, considerato che le foto di Mario Carbone sono ormai patrimonio vero dell’umanità”. Ad esempio restano uniche le 50 immagini scattate nel 1960 a Matera quando i sassi erano ancora abitati. Che dire di più? Buon Anno nuovo, al grande padre del neorealismo fotografico italiano. B.N.


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