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Un viaggio narrativo e giornalistico nell'universo dei “Maranza”, tra Torino, Milano, Napoli e Padova: Arditti e Gallicola raccontano baby gang, violenza urbana, social network e fragilità istituzionale, firmando un libro necessario per capire il disagio giovanile di oggi.
Un viaggio narrativo e giornalistico nell'universo dei “Maranza”, tra Torino, Milano, Napoli e Padova: Arditti e Gallicola raccontano baby gang, violenza urbana, social network e fragilità istituzionale, firmando un libro necessario per capire il disagio giovanile di oggi.
"Piumini e catene. Storie di Maranza" è un libro che non si limita a fotografare il fenomeno delle baby gang, ma prova a metterci dentro il lettore, costringendolo a respirare l'aria pesante di quartieri e luoghi che molti italiani conoscono solo attraverso titoli di cronaca e clip virali.
Roberto Arditti e Alessio Gallicola intrecciano in dodici capitoli il rigore del reportage con la tensione narrativa del romanzo civile, portando in pagina storie vere, nomi, episodi giudiziari e ferite ancora aperte.
Ogni capitolo è una tessera di un mosaico che attraversa buona parte dell'Italia urbana: dal “re caduto” Don Alì a Barriera di Milano, alle baby gang Z4 di Corvetto e Calvairate, dal branco che massacra il bocconiano su Corso Como ai ragazzini rom che uccidono sulle strisce al Gratosoglio, fino ai due minorenni senza casco che volano sull'SH a Forcella gridando “stasera si muore giovani”.
Il risultato è un atlante narrativo in cui la categoria “Maranza” diventa lente per leggere periferie diverse ma accomunate da abbandono educativo, iper-visibilità sociale e una normalizzazione della violenza come linguaggio di appartenenza.
Uno degli elementi più riusciti del libro è il metodo: ogni storia parte da atti reali – ordinanze dei Gip, sentenze, verbali di polizia, report statistici – che gli autori si trasformano in racconto, senza perdere precisione ma guadagnando potenza emotiva.
La descrizione di luoghi, odori, dialoghi, chat WhatsApp o live su TikTok non è mai puro colore: serve a mostrare come la violenza si costruisce, si organizza, si spettacolarizza, spesso in diretta sui social e quasi sempre davanti a un pubblico passivo.
Il libro non resta chiuso nell'immaginario “di strada”: mette in relazione la scena trappola lombarda (Baby Gang, Rondo Da Sosa, Neima Ezza, Kappa 24K) con le biografie dei ragazzi che affollano crew, raduni, risse e sparate di quartiere.
Allo stesso tempo, sposta lo sguardo su spazi “normali” – treni regionali, filobus 90 e 91, piazzette centrali, carrozze di pendolari – per mostrare come la paura non sia più confinata alle “zone rosse” ma si insinui nella quotidianità di chi torna dal lavoro o porta a spasso il cane.
Arditti e Gallicola non indulgono né al pietismo né al giustizialismo: i ragazzi vengono raccontati nella loro responsabilità piena, ma insieme al contesto – istituzioni lente, campi rom “permanentemente provvisori”, scuole che arrivano sempre dopo, città che tollerano zone grigie di illegalità strutturale.
Il libro denuncia senza ambiguità la catena “devianza minorile – impunità – rendita assistenziale”, mostrando quanto costi allo Stato (e ai cittadini che rispettano le regole) mantengono per decenni campi, insediamenti irregolari e micro-criminalità familiare senza una reale pretesa di doveri.
La postfazione di Maria Rita Parsi(scompara prematuramente in questi giorni) funziona come chiave di lettura psicopedagogica: collega i ragazzi delle borgate degli anni Settanta ai Maranza di oggi, passando dall'emarginazione materiale a quella affettiva.
L'idea centrale è che la violenza esibita sia, in molti casi, una richiesta distorta di riconoscimento e di amore, e che nessuna repressione potrà reggere se non sarà affiancata da un investimento serio in relazioni educative, spazi di parola e comunità reali.
“Piumini e catene” è un libro scomodo perché obbliga a tenere insieme tre piani: il dolore delle vittime, la rabbia delle periferie, e le responsabilità di una politica che spesso preferisce il titolo facile alla strategia lunga.
È un testo utile per giornalisti, amministratori, educatori, forze dell'ordine, ma anche per chi vive lontano dai quartieri citati e tende a liquidare tutto come folklore violento o “problema di altri”.
Chi chiudendo il volume non trova soluzioni pronte, ma guadagna uno sguardo più nitido: le baby gang non sono un incidente, bensì il prodotto di un ecosistema dove famiglia, scuola, istituzioni, media e piattaforme digitali hanno smesso troppo a lungo di parlare.