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Bookdown..."Il Virus della lettura..." a cura di CARMINE CASTORO
Idioti, controllati e disinformati.
Siamo nell’Impero del Green Pass
(Prima Pagina News)
Giovedì 02 Settembre 2021
Roma - 02 set 2021 (Prima Pagina News)
Idioti, controllati e disinformati.
Siamo nell’Impero del Green Pass

E così, ricapitolando, dal primo settembre, i movimenti più ovvi e scontati della vita quotidiana sono sottoposti al possesso di un lasciapassare delle libertà che la transizione ecologica tanto di moda osa pure battezzare col colore verde della speranza e dell’aria aperta, green.

Secondo un ormai conclamato regime delle follie istituzionali e della cialtroneria tele-giornalistica - che delle prime è cassa di risonanza quotidiana, con i suoi soundbite e le sue parole d’ordine ossessive e deliberatamente distorsive nei riguardi dell’opinione pubblica spaventata -, potremo prendere un caffè al bar in piedi al bancone senza Pass, ma per stare seduti al tavolo ci servirà; se vorremo andare al lavoro la mattina schiacciati come sardine in bus, metro e treni locali non ci servirà, se vorremo fare viaggi comodi in poltrona su un Intercity o un bel Boeing, ci servirà; se volevamo partecipare seminudi e alticci a un bell’happy hour in spiaggia a Ferragosto, non ci serviva, se vorremo mandare un nostro bimbo di dodici anni in piscina, gli servirà o sarà discriminato e se ne dovrà stare a casa davanti alla playstation. Tanto si sa, come quando il Covid usciva di notte dopo l’orario del coprifuoco come un vampiro succhia-polmoni, così adesso teme solo determinati luoghi e mezzi al chiuso, ma altrove si dimostra un attento e premuroso servitore della nostra salute…


L’illuminismo è solo un pallido ricordo, le idee chiare e distinte di cartesiana memoria solo un losco trastullo di tetri burocrati e virologi superstar che sovrintendono ormai millimetricamente alle nostre vite.

Ecco, appunto: chiarire. Fare chiarezza dovrebbe essere il diktat di una vera democrazia che voglia anche solo scimmiottare il piacere maieutico delle vecchie polis greche dove era sempre meglio il tumulto assembleare che non i cellulari della Polizia, l’allarmismo mediatico, la taccia di “terrorismo” per chi dissente da inoculazioni e vaccini sperimentali, le non-evidenze cliniche (continuiamo a parlare di “pandemia” con una media di pochissime decine di morti giornaliere su una popolazione nazionale di 65 milioni di abitanti). Trovare certezze autentiche, sfrondare il campo da ombre, reattività, teorie raffazzonate, psicologia delle folle frenetica e dissoluta.

E invece è stato (ed è ancora) proprio questo uno dei vulnus dell’intera vicenda Coronavirus, più ulceranti e molesti. L’affidabilità delle escogitazioni politiche, l’attendibilità dei report giornalistici, l’approvabilità delle tesi scientiste ce le siamo giocate nel solito vaudeville più o meno danzante dei pinocchi e degli usignoli da talk-show, e in questo modo ci siamo giocati anche tre importanti classi di formatori – governanti, intellettuali e camici bianchi – che sono la linfa di una democrazia, qualora si affacciassero sull’agorà con il sacro fuoco di chi cerca la massima accuratezza del dire, la difesa della dignità di tutti, la salvaguardia di quel processo di costruzione della prassi sociale che non è aderenza o assuefazione a qualcosa di chiodato e rimbombante, ma relationship, critica, arguzia, ventaglio di opzioni, cura del noi.

Di queste asimmetrie e derive patologiche nella comunicazione istituzionale e giornalistica, di una sacca pericolosa di rischi legittimamente non condivisibili e governance gentil-repressive che spiazzano il cittadino, si è sapientemente accorta Daria Cascarano (nella foto) presidente di Comitato art.34 - genitori per la scuola, che giorni fa ha presentato ufficiale denuncia ai carabinieri di san Lorenzo in Lucina a Roma, contro l’Istituto Superiore di Sanità. Secondo la Cascarano, in prima linea da tempo contro le opacità di un sistema politico-mediatico le cui campagne anti-Covid possono andare a detrimento di famiglie e minori, l’ISS ”cercando di smentire false notizie sui vaccini, ne dà una ancora più falsa. E’ scritto (nel sito ISS, ndr.) che tutti i vaccini 'hanno completato tutti i passaggi della sperimentazione', 'pertanto non sono sperimentali'. Cosa non affatto esatta perché come ben sottolineato sul sito di Ema Europa questo è previsto a dicembre 2023. Speriamo che questa inesattezza venga subito rettificata per non indurci a credere che sia stata fatta volontariamente con lo scopo di superare qualsiasi pensiero critico sul vaccino. Cosa che in una società civile non deve mai mancare per la crescita della stessa".

La notizia opportunamente shakerata (astutamente?) è stata poi in effetti corretta – ha ribadito nelle ultime ore la Cascarano – ,e tutto partiva dalla esternazione della Fda, Food and Drug Administration (Agenzia Americana che vigila sui farmaci) che però consisteva solo nell’approvazione rilasciata in data 23 agosto 2021 all’uso emergenziale della licenza del siero Pfizer BioNTech negli individui di età superiore ai 16 anni, non nell’avallo definitivo del siero stesso, di cui invece si chiedono ancora studi e monitoraggi fino ai prossimi due anni.

Tutto appare filtrato, gestito, manipolato dal mainstream. E ci troviamo ora col piombo di un dualismo non fra sani e sofferenti, fra curanti e pazienti, ma fra vaccinati e non vaccinati, con tutte le manovre ideologiche, sanzionatorie, securitarie e stigmatizzanti che questi termini, insensatamente, velenosamente, non razionalmente apportano al vivere civile, alle nostre abitudini, alle nostre prossimità, agli spostamenti, ai diritti universali, alle percezioni di un tema delicato come incolumità & contagio.

Con una mescolanza di convincimenti, stereotipi, battibecchi, grancasse, etichette, riassumibili nel vecchio logo del pensiero unico mai così efficace e martellante come oggi. Rei, in primis, i rappresentanti di una casta informativa ormai alla frutta, a livello deontologico e operativo, sempre più prona e passiva, dimidiata fra le onde emotive delle masse che fanno audience e incassi, e la soggezione filogovernativa che fa garanzia di protezione e futuro ingaggio.

Se ne sono accorti in un bel pamphlet da far studiare nelle facoltà di Comunicazione Daniele Nalbone e Alberto Puliafito autori di Slow Journalism. Chi ha ucciso il giornalismo? (Fandango), dove nelle pagine meglio distese e più attuali, citando i testi di un maestro come Claudio Fracassi, sottolineano come il problema dei giornalisti di oggi non sia la censura di vecchio stampo o la propaganda stile dittatura, ma la “fabbricazione” stessa delle news all’interno di sequenze, meccaniche, istanze segrete e involontarie che producono fatti per “inondazione”, non più per constatazione, divulgazione, emancipazione, ma per “masticazione” di pseudo-eventi che devono essere dati in pasto a fotografi e autori, perché l’impersonalità corrente del giudizio si alterni alla finta oggettività delle cose.

Un tempo, insomma, si parlava di mediazione perché il giornalista verificava, valutava e poi emetteva un giudizio certo, o improntato alla certezza e veridicità, su certi argomenti, oppure la notizia veniva interrotta, raffreddata e non rilanciata. Ora prima si butta nell’altoforno della comunicazione ogni reperto (meglio se bellico), ogni parola ed esternazione è carburante attivo di una gigantesca macchina del deliquio e della “condivisione”, e solo dopo ci saranno margini di correzione, pentimento, ripiegamento, quando il peggio sarà stato fatto, e mai come in fase-Covid questo riprovevole way of life, chiamiamolo così, è stato praticato da tutti, magistrati, medici, onorevoli, docenti, organizzazioni, penne famose, opinionisti di vaglia, consulenti dall’irreprensibile pedigree. Ma non è che stiamo morendo più di panico, sabotaggio informativo e illogicità che di malattie fisiche?

Abiurati i classici modelli di intermediazione, di impronta selettiva, intellettiva, meditativa, seppur spesso lobbistica e partitocratica, il giornalismo – e tutta la macina del Potere nel suo aspetto radiale e radioattivo – si è immerso in una perniciosa inframediazione, candidandosi a diventare stabilmente un giroscopio emozionale che risponde a canoni e pattern di tipo economicistico, tecnicistico, imitativo e spettacolarizzato, dunque a una mera potenza infrastrutturale che risponde a leggi di profitto e al disinnesco di qualsiasi carica politicamente e culturalmente destabilizzante incline a rompere il cristallo dell’intrattenimento e del populismo. Dicono gli autori: “Il modello “facciamo tanti click” ha letteralmente devastato il giornalismo contemporaneo e non ci si può meravigliare se la crisi, oltre che economica, è diventata da tempo anche di credibilità e di fiducia… Ma la verosimiglianza, accompagnata alla velocità, non è una categoria giornalistica”. Servono dunque non notizie “vere” – una notizia non lo è mai perché non può prescindere da scelte di campo, punti di osservazione, biografie di chi vede e scrive, inquadrature, tagli, montaggi – ma authentic news: ovvero approcci che ammettano la fallibilità, la parzialità soggettiva e si chiamino a un livello maggiore di ascolto e di superamento di ostacoli epistemici nell’elaborazione e diffusione di un accadimento.

Serve, insomma, tempo, calma, pazienza, premura, rispetto di sé, degli eventi, dei riceventi. Tutto quello che in questa fase concitata, fibrillata, impellente e turbocompressa del Green Pass abbiamo completamente dimenticato come metodo e come traguardo. Consegnandoci tranquillamente al controllo, all’abiura della nostra piena umanità e all’idiozia. Qualche minuto di vergogna non basta più.


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