Angelus di Papa Leone XIV, appello sul “Venezuela”: la “speranza” che diventa pace, diritti e vicinanza alle vittime

All’Angelus di oggi Papa Leone XIV intreccia teologia e cronaca: la speranza cristiana nasce dall’Incarnazione, diventa scelta di solidarietà e si misura nelle ferite del mondo. La preghiera per la tragedia di Crans-Montana, l’appello sul Venezuela e l’invito a restare vicini ai popoli in guerra delineano un pontificato che prova a tenere insieme misericordia e responsabilità pubblica.

di Maurizio Pizzuto
Domenica 04 Gennaio 2026
Roma - 04 gen 2026 (Prima Pagina News)

All’Angelus di oggi Papa Leone XIV intreccia teologia e cronaca: la speranza cristiana nasce dall’Incarnazione, diventa scelta di solidarietà e si misura nelle ferite del mondo. La preghiera per la tragedia di Crans-Montana, l’appello sul Venezuela e l’invito a restare vicini ai popoli in guerra delineano un pontificato che prova a tenere insieme misericordia e responsabilità pubblica.

C’è un filo che unisce il Natale che ancora illumina questi giorni, la piazza reale di San Pietro e le piazze ferite del mondo: Papa Leone XIV lo chiama speranza, ma si affretta a togliere ogni equivoco. Non è un ottimismo di maniera, non è un “andrà tutto bene” costruito su previsioni e calcoli; è, piuttosto, una postura del cuore e della storia che nasce da un fatto: Dio, nel cristianesimo, non resta spettatore. Si fa compagno di strada, e proprio per questo — suggerisce il Pontefice — l’uomo non attraversa mai da solo i passaggi più duri della vita.

In questa impostazione c’è già un’indicazione di metodo per leggere anche la cronaca. La speranza, per Leone XIV, non è una parentesi spirituale da consumare in privato: pretende conseguenze pubbliche, chiede coerenza, obbliga a prendere posizione. Quando richiama l’Incarnazione come “fondamento” della fiducia cristiana, il Papa compie un’operazione che è insieme religiosa e civile: se Dio sceglie di abitare la fragilità umana, allora nessuna fragilità può essere trattata come scarto, e nessun dolore può essere liquidato come rumore di fondo.

Da qui nasce il passaggio sulla dignità di ogni persona, definita inviolabile. È un’espressione che, detta in piazza, suona come un criterio: non un sentimento generico, ma un metro con cui misurare relazioni, scelte, politiche. Leone XIV lega quell’idea a un impegno concreto per fraternità e comunione, fino a trasformare la solidarietà in “criterio” delle relazioni umane. In tempi in cui la parola solidarietà viene usata come etichetta emotiva, il Papa la sposta sul terreno delle decisioni: essere solidali significa scegliere, rinunciare a qualcosa, riorientare priorità, proteggere i fragili, difendere i deboli.

Il momento in cui la predicazione incrocia la notizia è la vicinanza espressa per la tragedia di Crans‑Montana, in Svizzera. La preghiera per i giovani morti e l’attenzione ai feriti e alle famiglie non è un rito accessorio: è l’applicazione immediata della tesi centrale dell’Angelus. Se la speranza cristiana è il “Dio-con-noi”, allora essa si manifesta come prossimità, prima ancora che come spiegazione. In un’epoca che pretende di chiarire tutto e subito, il Papa sceglie il linguaggio più essenziale: stare accanto, nominare il dolore, custodire i nomi e i volti dentro una promessa più grande della cronaca.

La stessa logica si allarga al piano internazionale. L’appello sul Venezuela — segnato da preoccupazione e dalla richiesta di superare la violenza — non si ferma a una formula diplomatica: insiste su sovranità, stato di diritto, diritti umani e civili, e su un futuro costruito insieme con particolare attenzione ai più poveri colpiti dalla crisi. È una sequenza che rivela una visione: la pace non è solo cessazione del conflitto, ma architettura di garanzie, regole condivise e tutela concreta delle persone. Anche qui, la parola “speranza” smette di essere astratta e diventa progetto esigente: non basta invocarla, occorre predisporre condizioni perché i più vulnerabili non paghino il prezzo più alto.

E quando Leone XIV invita a pregare e a restare solidali con i popoli che soffrono a causa della guerra, l’Angelus assume una forma quasi corale: non un monologo del Pontefice, ma una chiamata a una comunità che non deve assuefarsi. In un contesto globale in cui le guerre rischiano di trasformarsi in scenari permanenti e “normalizzati”, l’insistenza sulla fede nel Dio della pace chiede di non cedere al cinismo. La pace, nel lessico del Papa, non è ingenuità: è resistenza morale alla rassegnazione, è scelta di non voltare lo sguardo, è esercizio quotidiano di responsabilità.

Sul fondo resta il Giubileo della speranza che si avvia alla conclusione con la chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro il 6 gennaio. È un dettaglio liturgico che diventa, per il messaggio di oggi, un simbolo potente: le porte si chiudono, ma ciò che il Giubileo ha provato a riaccendere non può richiudersi nelle chiese. Leone XIV sembra dire che il tempo straordinario finisce solo se non produce un tempo ordinario diverso, più giusto e più umano. La speranza, se è davvero fondata sull’Incarnazione, non può restare una stagione: deve diventare stile.

In questo Angelus del 4 gennaio 2026 la cifra complessiva appare chiara: il Papa tiene insieme consolazione e impegno, spiritualità e diritto, preghiera e storia. Non offre soluzioni facili, non promette scorciatoie; chiede però una cosa molto concreta e molto difficile: riconoscere in ogni persona un riflesso della luce di Dio e, da lì, cambiare il modo in cui ci si tratta. È una proposta radicale proprio perché è semplice: se nessuno è invisibile, allora nessuno è sacrificabile.


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