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Dopo Sorrento, Mimmo Nunnari: “Il Sud cambia se cambiano gli altri”

“Pregiudizi, maligna narrazione e “massa imbecille” razzista”.

di Mimmo Nunnari
Lunedì 23 Maggio 2022
Napoli - 23 mag 2022 (Prima Pagina News)

“Pregiudizi, maligna narrazione e “massa imbecille” razzista”.

Non è un paradosso e nemmeno una boutade dire che il Sud cambia se cambiano gli altri. Perché è lo sguardo del Paese sul Sud che deve cambiare perché il Sud cambi. Cominciando col rabberciare le spaccature che fendono la Penisola, ricomponendo l’unità territoriale, riducendo le asimmetrie che hanno “disaggregato” l’Italia rendendola un Paese incompiuto. Le imperscrutabili logiche della storia hanno fatto del Sud una terra “diversa”: differente, irredimibile, una terra in castigo, senza sapere il perché della punizione. Se questo passato non si cancella, resterà lì a rammentarci che il Sud è l’emblema della frammentazione.  

In realtà il Sud è così, se è così, è perché il Paese lo vuole tale e lo ha voluto da più di un secolo e mezzo fa, da quando ha alzato il ponte levatoio su metà dello Stivale, isolandolo, lasciandolo impantanato nei suoi mille problemi.

Nel Paese delle piccole patrie, degli egoismi, della costellazione di borghi e città in conflitto tra loro, tutto appare immutabile. Basterà riabbassare il ponte levatoio perché tutto possa tornare alla normalità?

E difficile dare una risposta e soprattutto, c‘è da chiedersi, sarà in grado il Paese non compiuto a riconnettere il Sud all’Italia? Adesso, col Next Generation Eu, c’è l’occasione, forse unica, che si aggira come il fantasma delle occasioni storiche. Sembra che il vento cambi. Al “Forum Sud” (idea buona del ministro Mara Carfagna) il presidente del Consiglio Draghi ha affermato che “il Mezzogiorno deve tornare ad avere la centralità che merita, in Italia e in Europa”.

Possiamo (dobbiamo) credergli, perché Draghi è stato chiamato da Mattarella al Governo del Paese anche per tentare di ridurre le distanze tra Nord e Sud, e poi perché è un leader che pesa le parole, non segue sondaggi e umori e prima di esprimersi non va a vedere per dove soffia il vento.

Tuttavia, l’esperienza consiglia che bisogna sempre diffidare, quando si fanno promesse al Sud, perché la strada meridionale è, da sempre, costellata di trappole. Anche nei giorni in cui al Forum sul Sud mentre si prendevano impegni e si facevano mille giuramenti è accaduto qualcosa che consiglia di stare vigili, perché c’è chi è sempre pronto a preparare il “pacco” per il Sud.  Spieghiamo. Come si sa è stato stabilito che il 40% dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) deve essere destinato al Sud. Ebbene, come rivela Vittorio Daniele - professore di Economia dello sviluppo all’Università Magna Grecia di Catanzaro - con un post sul suo profilo Facebook, ci sono già cattivi presagi: due Ministeri, quello dello Sviluppo Economico e quello del Turismo, hanno assegnato al Sud rispettivamente l’uno il 24,8 per cento e l’altro il 28,6 per cento, lontani molto lontani dal 40 per cento, come si rileva dalla tabella del documento che prevede la destinazione territoriale di fondi al Mezzogiorno.

A capo dei ministeri ci sono due ministri leghisti, Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia. Coincidenza?

Può darsi. Come dice qualcuno le coincidenze non sono mai casuali ma vanno interpretate. Chissà cosa pensano i leghisti meridionali (si, è un ossimoro l’accostamento di Lega con Sud) e i super distratti parlamentari del Sud. A noi sembra il solito “saccheggio”, la solita deviazione di fondi dall’irredimibile Sud al virtuoso (?) Nord. Ricapitolando, i fondi previsti per il Sud sulla carta sono il quaranta per cento ma come diceva l’allenatore bosniaco Boskov “rigore è quando arbitro fischia”, e dunque i fondi saranno il quaranta per cento quando sarà investito al Sud il quaranta per cento. Non sembra che stia accadendo per ora. Ragion per cui bisogna essere diffidenti al Sud. Guardinghi, adottando il metodo dei cammellieri africani del “pagare moneta vedere cammello”.  Bisogna sorvegliare che non ci siano “scippi” e tenere sotto controllo le aziende di Stato, soprattutto Ferrovie e Anas, che storicamente hanno sempre adottato due pesi e due misure: di più al Nord, di meno al Sud. Draghi a Sorrento ha detto con chiarezza un’altra cosa importante: “Vogliamo il Sud protagonista, basta a pigri pregiudizi”. Ha ragione. Il pregiudizio è punto centrale (da eliminare) se si vuole che il Sud cambi.

La storia è vecchia e rancida: giornali nazionali, televisioni, politica, opinione pubblica, cultura e intellettuali descrivono solitamente il Sud come una terra di misteri e ombre nere, una terra perduta. E solo per gentile concessione di questi “attori” il Sud a volte è anche descritto come scrigno di tesori preziosi e scenario di bellezze ineguagliabili. Ma anche in questo caso il pensiero corrente del Paese è che sono state date “perle ai porci”: espressione evangelica che significa dare cose preziose a chi è incapace di valutarle, o non è in grado di apprezzarle. E’ questa la distorta visione di Sud che ha la maggior parte degli italiani del Nord. Pregiudizi e maligna narrazione sono le cause principali - insieme all’assenza storica dello Stato - del confinamento del Sud nel limbo in cui si trova. E’ da qui che bisogna partire, interrogandosi sui veri motivi per cui le cose sono arrivate a tal punto di degrado nel pezzo d’Italia che si chiama Sud o Mezzogiorno.

Capire se, a parte le colpe interne che esistono, sono tante, e sono peccati mortali, ci sono cause esterne che hanno impedito, e impediscono, a milioni di cittadini di valicare il muro invisibile ma solido e altissimo che li separa dal resto del Paese e di impiantarsi con pari dignità nel campo di una comune realtà della Nazione. Non sarà facile, perché oltre al ceto intellettuale, politico ed economico che non ha lo sguardo “giusto” sul Sud, c’è quella “massa imbecille” razzista che odia, con cui fare i conti.

Quel tifoso che allo stadio di Vicenza ha pronunciato frasi oltraggiose all’indirizzo dei tifosi del Cosenza (“scimmie calabresi”) e prima ancora quei veronesi del “forza Vesuvio”, all’indirizzo dei napoletani, sono episodi emblematici di una certa grammatica nordista.

Non sono casi isolati, ma casi da “manuale del piccolo razzista”.

Non basta, perciò, la buona volontà (se c’è) di Draghi per cancellare il passato. Deve maturare l’Italia, prima che il Sud cambi. Sarà bello il giorno in cui un capo di Governo chiederà scusa al Sud, con convinzione, avendo l’animo sgombro da pregiudizi e consapevolezza delle trascuratezze secolari. Sanare la frattura storica Nord Sud, riconoscere che le debolezze del Sud e le sue “perversioni” hanno radice nella malcerta unità dell’Italia, che di un solo Paese ne ha fatti due, è il punto da cui partire.  


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