I “colori del Mondo” di Anna Baches, Roma New York Londra, per fermarsi alla fine in Sardegna.
Ha negli occhi e nel cuore i colori del mondo, Anna Baches, artista neo-espressionista e digital designer di successo. Oggi vive nella magica Isola dei Nuraghi. È da quella Terra antica che ci racconta un pò della sua storia. Attrice, pittrice e mamma di due splendidi bimbi, ha trovato la sua dimensione artistica ma il suo viaggio continua.
di Pino Nano
Sabato 31 Luglio 2021
Roma - 31 lug 2021 (Prima Pagina News)
Ha negli occhi e nel cuore i colori del mondo, Anna Baches, artista neo-espressionista e digital designer di successo. Oggi vive nella magica Isola dei Nuraghi. È da quella Terra antica che ci racconta un pò della sua storia. Attrice, pittrice e mamma di due splendidi bimbi, ha trovato la sua dimensione artistica ma il suo viaggio continua.

È un bel personaggio da raccontare. La sua storia è ricca di colori, curve e rettilinei, è piena di incontri e scontri prima di tutto con se stessa.Il suo cammino è cominciato nell’84 a Houston nel Texas, la terra dei cowboys che poi è diventata terra di petrolio affamata di arte e cultura.Anna Baches ha vissuto negli Stati Uniti fino ai 4 anni per poi spostarsi in Italia. Ha sentito sulla pelle Firenze, poi Roma dove ha studiato recitazione a Cinecittà. Con una valigia enorme ma quasi vuota ha raggiunto New York per poi spostarsi a Londra. Oggi vive a Cagliari, nell’antica terra dei Nuraghi. Il suo talento artistico è a tutto tondo: canta, dipinge, recita, scrive produce e dirige. La ferisce il mondo intorno a tutto questo perché la sua sensibilità è immensa, troppa. Lo si vede nei suoi lavori, un universo che attira come un pianeta attira i suoi satelliti.Oggi Anna ha un marito, due figli e la notte per dedicarsi alle sue intuizioni artistiche.Ha preso molto in regalo dal padre, artista grafico molto apprezzato in America, che oggi non c’è più a causa di una terribile malattia.Da piccola restava al suo fianco e cercava di imitare i gesti e le tecniche che lui usava per creare le sue produzioni. Col passare del tempo e con la distanza grazie a internet i due sono riusciti a continuare a scambiarsi idee e know how fino all’ultimo istante.Ha un gran bel bagaglio di vita Anna, nonostante la giovane età.A Roma, per tre anni, tra ore di recitazione, studio e audizioni hai seguito le lezioni di grandi sceneggiatori come Scarpelli.

-Ha fatto qualche comparsata in serie di successo come “Un medico in famiglia”, e poi?

Dopo Roma mi sono trasferita a New York dove sono stata ammessa a frequentare la

prestigiosa American Academy of Dramatic Arts, quella che ha sfornato artisti del calibro di Robert Redford e Lauren Bacall e dove ho conosciuto mio marito, una persona meravigliosa, un amico prima di tutto e un grandissimo talento. Sulla Madison Avenue, tra le mura della scuola ho respirato le vite e l’immaginazione infinita di grandi artisti ma anche di giovani talenti alle prime armi, anche loro con una gran bella storia alle spalle e la passione per il cinema e il teatro. Ho dedicato tempo a capire le basi e i diversi settori del mestiere, dalla scenografia alla creazione dei costumi. Passavo tante ore della notte a disegnare le storyboard delle produzioni

in cui facevo parte del cast e a studiare il mio personaggio per capirlo nell’anima. I miei libri di recitazione sono pieni dei loro ritratti.Far parte di quella famiglia mi riempiva di gioia ed energia. E al di fuori c’era New York, le sue strade piene di tutto, davvero di tutto, nel bene e nel male. Vivevo a China Town e ho imparato tanto anche solo osservando la vita che ruota intorno a quel quartiere.

-Da New York a Londra. Una scelta un po’ strana per chi vuole fare cinema, non crede?

La famiglia di Ralph, mio marito, è inglese, del Kent. Volevamo provare a sfondare a Londra. È stata un’esperienza durissima. Abbiamo avuto un grave lutto in famiglia, alle audizioni chiedevano un accento British perfetto e davano punti in più ai connazionali che avevano studiato in patria, comprensibilmente. Si arrivava sempre secondi con tanti complimenti e un “grazie, alla prossima”. Abbiamo accumulato tanta sofferenza e tante delusioni ma anche gioia per la nascita del nostro

primogenito. Londra è una città magnifica, multietnica e culturalmente molto generosa ma noi eravamo stanchi di girare a vuoto. Per questi motivi, dopo cinque anni, abbiamo deciso di andare a vivere in Sardegna, la terra di mia mamma, l’Isola magica del Mediterraneo dove ho vissuto un pezzo importante della mia vita di bambina.

-Il bilancio londinese è comunque positivo dal punto di vista della sua formazione artistica?

Insieme ad alcuni amici dell’AADA di New York che si erano trasferiti a Londra abbiamo messo su uno spettacolo nella West End, il quartiere dello spettacolo. Mi sono divertita molto anche se il lavoro era pesante ma ho notato che ciò che più mi aveva dato soddisfazione era stato creare il set ed i costumi. Non stavamo mai fermi, cercavamo in tutti i modi di trovare la strada del successo. Abbiamo fondato anche una casa di produzione che ha messo in scena diversi lavori interessanti e con critiche molto positive. Ma proprio la grande difficoltà a trovare un ruolo da interpretare sul palco o davanti alla cinepresa è stato lo stimolo a capire quale fosse in realtà la mia strada giusta. Ho cominciato a lavorare da casa. Ordinavo via internet tutto ciò che poteva servirmi per produrre arte. Non erano arnesi e attrezzi di gran qualità ma a me importava poco perché volevo disegnare. Sentivo la necessità di usare i pennelli. E per completare la formazione mi sono iscritta alla Regents University dove ho frequentato la facoltà di produzione e sceneggiatura. Non ho completato gli studi perché aspettavo il mio primo figlio. L’idea era quella di scrivere, produrre e dirigere il mio film. È lì nel cassetto e parla della mia Sardegna. Sono cresciuta vedendo Londra e la Gran Bretagna nei film che ho amato di più: Mary Poppins, Winnie the Pooh, Peter Pan, Love Actually. Come si fa a non amare quel Paese, nonostante tutte le sue contraddizioni. Il centro di Londra arricchisce, conquista, ipnotizza con i suoi musei, le sue gallerie d’arte, gli artisti di strada che in tanti casi sono uno spettacolo unico e gratis. Quella città ha una linfa vitale prodigiosa. E’ la terra di personaggi come Shakespeare e Sting, tanto per lanciarsi un’iperbole storica. Ricordo che mentre mio marito girava le riprese di un film di Kevin McDonald (The Eagle of the Ninth), anziché restare sul set mi sedevo davanti al Big Ben e ne tracciavo il suo profilo sul mio taccuino da disegno. E’ incredibile la perfetta semplicità di quella torre con il suo orologio famoso. Ci sono emozioni che solo le grandi metropoli sono in grado di darti. Pensiamo a Banksy e alla sua Street Art. Cammini su una strada grigia, circondata da pareti in pietra grigie e improvvisamente ti appare davanti agli occhi un’opera di Banksy, che sia la bimba che osserva il suo palloncino a forma di cuore volare via o l’uomo che cancella la scritta Eternity con una spugna. E’ un dono per la mente, per il tuo benessere fisico e psichico. Vivere in una grande città per me è come quando sei su un treno veloce, le immagini passano davanti ai tuoi occhi come in un film a fotogrammi accelerati mentre tu vai avanti sano e salvo e sapendo che arriverai alla tua meta. E’ una ricerca interiore che in centri come Londra trova uno sfogo importante.

-Il suo rapporto vero con l’arte grafica quando comincia?

Devo tornare un pò indietro. Durante il mio periodo romano guardavo moltissimi film. Apprezzavo molto Johnny Depp e ho voluto approfondire la sua storia. Era un nomade, il fratello maggiore ha avuto una grande influenza nella sua formazione, crescita e amore per la musica ma soprattutto leggeva, leggeva gli scrittori americani e fra questi c’era Allen Ginsberg che sono subito andata a cercare nelle librerie della Capitale. Mi sono ritrovata nel mio piccolo appartamento vicino a Piazza San Giovanni, a vivere in un pianeta solitario e affascinante, circondata dal profumo di sigarillos alla vaniglia, con film classici a tenermi costante compagnia mentre disegnavo e pitturavo su tele, cartoni, tovaglioli, pagine di libri. Non riuscivo a smettere di trasmettere i miei pensieri più profondi su qualsiasi materiale me lo consentisse.

-Com’erano i suoi lavori dell’epoca? Come definirebbe lo stile?

Si chiama Neo-espressionismo ed è una forma impulsiva. I miei sentimenti, le mie riflessioni, i miei credo si materializzano. Non si tratta di bellezza o di perfezione, tanto che a Roma lavoravo senza utilizzare la matita ma direttamente pennello e acquarelli. Mi sono lasciata conquistare dalla intuizione di Jean-Michel Basquiat di inserire nell’opera parole chiave: a volte sono graffiti, altre semplici sostantivi o aggettivi che però sono indecifrabili. Mi chiedevano sempre che cosa avessi scritto in un mio quadro nell’altro e nell’altro ancora ma rimane tutt’oggi un segreto, tranne che per i miei due bambini. E’ un po’ come la fisarmonica di Bob Dylan che riesce a farti provare qualsiasi tipo di emozione senza presunzione alcuna, lasciandoti libero di viaggiare con la tua mente collegandola al tuo cuore. A volte si tratta di sensazioni positive, altre no.

-Qui entra anche la musica, se non sbaglio, ispirazione fondamentale nei suoi dipinti e non solo.

Sì, e vero. Dopo Roma sono rientrata a Cagliari per un breve periodo per imparare a stare dietro la telecamera. Ho girato diversi documentari e cortometraggi in veste di regista oltre che sceneggiatrice e produttrice. Però, la notte, tutta la notte, dipingevo e ascoltavo Bob Dylan. Mi piaceva tantissimo tanto che ogni settimana, quando ancora i negozi di dischi erano facili da trovare, andavo a comprare un suo LP. Facevo finta che fosse appena uscito e disco dopo disco sono riuscita ad ascoltare e imparare tutte le sue canzoni. Fra queste mi ha colpito Hurricane, canzone stupenda anche se con un errore . . . attualissima anche oggi. Un pugile di colore viene accusato di un omicidio che non ha commesso. Ho studiato a fondo il suo caso giudiziario. Il passo successivo è stato convincere mia mamma a lasciarmi dipingere un murales nel vestibolo di quattro pareti che porta alle camere da letto della nostra casa. L’appartamento oggi è mio e di mio marito e io mi diverto a portare gli ospiti in quello spazio colorato per fargli vivere l’esperienza di Rubin Carter.

-Ma la Sardegna, artisticamente parlando, è una terra difficile per emergere?

Per alcuni versi sì, ma è talmente ricca di persone di grande talento che se ti fermi per un istante e ti guardi intorno vedi arte dappertutto. Per me è una cosa strana, nel senso che inizialmente per me non era casa, non la sentivo come la mia terra. Ho sempre pensato a Houston come la mia città, fino a che, qualche tempo fa ho ritrovato i quaderni su cui scrivevo da piccola e ho riletto le parole di amore infinito per questo luogo. Allora mi sono ricordata i tanti momenti di malinconia che mi stringevano il cuore quando ero lontana. Non ho mai staccato il cordone ombelicale con questo pezzo di terra in mezzo al mare, il mare più bello del mondo. Io credo sinceramente che le piattaforme disponibili attualmente, come Instagram per citarne una, siano ormai delle gallerie d’arte senza confine. Si può ottenere una enorme visibilità, non importa il luogo in cui uno fisicamente si trovi. Ci sono tantissime realtà artistiche sarde, soprattutto nel nord dell’Isola. Si tengono informate su come si muove il mondo e cercano di capire come funziona oggi il vivere d’arte. E’ anche vero che gli artisti sardi devono faticare un po’ di più per farsi conoscere ma il modo per emergere prima o poi si trova. Un artista sardo che si chiama Manu Invisibile e che tiene nascosta la sua identità ha “autografato” con la sua Street Art gran parte dei muri e delle strade della Sardegna. Tutti noi lo conosciamo per il suo lavoro in cui esprime anche le sue opinioni sulla società e sul mondo però non sappiamo che aspetto fisico abbia. E’ riuscito a trovare il suo spazio con successo. Io ho creato il mio sito web, la mia pagina instagram. Si chiama Colorsof84 se qualcuno fosse interessato.

-E adesso Anna, adesso che sta facendo, dove la sta portando questa vita?

Intanto mi sto divertendo moltissimo. Ho ricominciato a dipingere ogni giorno, a volte ogni notte e faccio quasi tutto in digitale. Mi affido alle tecniche che mi ha insegnato mio papà. Ho finalmente trovato il posto dove stampare i miei lavori come piace a me e anche un corniciaio eccellente, Gianni Aresu, con il quale ci capiamo benissimo. Qui l’ispirazione è uno stato d’animo costante. Credo ci sia molto di più nel popolo sardo di ciò che si conosca o percepisca. La gente sarda ha un senso d’humor sorprendente, è un popolo ribelle, forte e molto coraggioso ma soprattutto immensamente innamorato della sua Terra. Siamo in sofferenza continua per la gestione delle cose della vita quotidiana, per la mancanza di opportunità di lavoro, per gli abusi da parte di imprenditori senza rispetto ma non ci arrendiamo. Dobbiamo trovare il modo per uscire da questo stallo e io con la mia arte voglio collaborare e contribuire a creare un buon futuro per noi e per quelli che verranno.


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