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Associazione Dirigenti di Giustizia, “Basta con i magistrati ai vertici della PA”, si torni ai Grand Commis di Stato

“Non se ne può più di taluni magistrati ai vertici della PA”. Forte denuncia dell’Associazione Dirigenti di Giustizia al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Ministri della Giustizia e della Pubblica Amministrazione, alle Commissioni Giustizia e Affari Costituzionali della Camera e del Senato, alle Forze Politiche e Sociali, alle Organizzazioni Sindacali, alle Associazioni del mondo della Giustizia, agli Organi di Stampa.

di Maurizio Pizzuto
Venerdì 24 Luglio 2020
Roma - 24 lug 2020 (Prima Pagina News)

“Non se ne può più di taluni magistrati ai vertici della PA”. Forte denuncia dell’Associazione Dirigenti di Giustizia al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Ministri della Giustizia e della Pubblica Amministrazione, alle Commissioni Giustizia e Affari Costituzionali della Camera e del Senato, alle Forze Politiche e Sociali, alle Organizzazioni Sindacali, alle Associazioni del mondo della Giustizia, agli Organi di Stampa.

Da sempre – scrive Nicola Stellato (nella foto in alto accanto al ministro Bonafede) - come Dirigenti della Giustizia abbiamo rappresentato l’anomalia istituzionale rappresentata dall’eccessivo numero di magistrati fuori ruolo presenti nel Ministero della Giustizia.

Da ultimo, con una lettera indirizzata l’11 giugno u.s. al Ministro Bonafede, abbiamo ricordato che, quando venti anni fa con la riforma del Ministero furono istituite nuove direzioni generali, molte di esse,pressoché tutte quelle che esercitavano funzioni gestionali, furono attribuite a dirigenti di carriera: dalla Direzione Generale del Personale a quella dei servizi informatici, dalla Direzione Generale delle risorse materiali a quella del Bilancio.

Così come altre posizioni rilevanti, ricoperte negli anni da dirigenti di carriera con ottimi risultati, quali quelle di vicecapo dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, degli affari di giustizia e dell’amministrazione penitenziaria.

Da allora è però iniziata una controriforma strisciante, in forza della quale si è arrivati alla situazione odierna nella quale tutte posizioni di capo dipartimento e vice, quasi tutti quelle di direttore generale e, persino, numerose di quelle di seconda fascia nel Ministero della Giustizia sono coperte da magistrati. E’ chiaro che qualche problema di adattamento e di vita in comune c’è ed è abbastanza palese.

Ora, l’incessante e crescente richiesta, che viene dall’opinione pubblica e dalla politica, di una riforma profonda della Giustizia nel nostro Paese, ci spinge a formulare – sottolinea Nicola Stellato- “un forte appello affinché si arrivi ad un ripensamento su questa discussa prassi dei fuori ruolo al Ministero della Giustizia. Autorevoli studiosi si sono espressi in tal senso”.

nella sostanza l’appello è questo, e che non si può non condividere e far proprio: “E’ venuto il momento – precisa Nicola Stellato- di valorizzare un ruolo professionale già presente nell’Amministrazione, grazie a reclutamento, formazione ed esperienza maturata, e capace di interpretare non soltanto gli indirizzi programmatici del Ministro della Giustizia, ma anche quelli dei Capi degli Uffici giudiziari, cui è affidata la responsabilità e il governo dell’attività giudiziaria.

E prendere atto che, sia in sede di amministrazione centrale, sia negli Uffici giudiziari, è funzionale all’indipendenza della giurisdizione, una dirigenza amministrativa con funzioni distinte da quelle dei magistrati.

 

Affidiamo pertanto senza remore a questa dirigenza di carriera, e non più a magistrati, le posizioni di vertice del Ministero della Giustizia dove si esercitino funzioni prettamente gestionali, rivedendo quelle norme contrastanti con una effettiva separazione tra politica, amministrazione e giurisdizione. Non soltanto eviteremmo di distogliere dalle funzioni giurisdizionali un numero sempre maggiore di magistrati, ma arricchiremmo la cultura professionale e la governance dell’intero Ministero, in un momento nel quale avrebbe un grande bisogno di alimentarsi di più saperi, di più esperienze professionali.

In gioco non ci sono soltanto le legittime aspirazioni di un ruolo professionale, ma anche la capacità della nostra organizzazione di corrispondere ad una domanda di governo e di gestione dei processi di cambiamento di crescente complessità e spessore. In assenza di un significativo e tangibile cambio di passo, in questi tempi in cui si stanno prefigurando un ruolo unico ed interministeriale della dirigenza e espletando concorsi unici per il reclutamento di nuovi funzionari, la nostra Amministrazione rischia di non essere più scelta dai migliori giovani, che finiranno per optare per Enti e Amministrazioni, nei quali trovare riconoscimento e valorizzazione. Se si vuole ciò, si abbia il coraggio di dirlo chiaramente, e di agire poi di conseguenza, lasciando anche andar via le figure dirigenziali che possano ambire a contesti più stimolanti.

Come dirigenti associati continuiamo ad auspicare che ciò non avvenga e a confermare instancabilmente la disponibilità e la determinazione ad assumerci le nostre responsabilità, affinché non vada ancora una volta sprecata ogni chance di riforma della Giustizia in questo Paese”.

Vale la pena di ricordarlo, il Prof. Sabino Cassese proprio di recente ha sottolineato, parlando di"magistratizzazione" del ministero della Giustizia che: “Il ministero è parte del governo e, quindi, dell'esecutivo, ma una gran parte del ministero è occupata da magistrati, in particolare le posizioni apicali …. i magistrati sono scelti per giudicare, ma vengono assegnati a compiti amministrativi, per cui non sono idonei perché non addestrati, né specializzati a questa funzione.

Poi, fanno parte di un ordine autonomo, quello giudiziario, ma vengono messi al vertice dell'apparato amministrativo, che è parte del potere esecutivo. Che ne penserebbe Montesquieu, se fosse tra di noi?”.

è sempre l’illustre giurista che avverte come “ il frequente scambio fra funzioni giurisdizionali e funzioni amministrative svolte dalle medesime persone può nuocere sia alla indipendenza della magistratura, sia soprattutto alla indipendenza delle scelte politico-amministrative del Governo da eccessivi influssi .” Analoghe le riflessioni del prof. Ernesto Galli della Loggia per il quale: “L’indipendenza dei magistrati dalla politica è stata assicurata dall’impossibilità per la politica di determinare la carriera dei magistrati e dall’obbligatorietà dell’azione penale per il pubblico ministero.

Non minore insidia è rappresentata dalle offerte di benefici, cariche, incarichi, con cui direttamente o indirettamente la politica può allettare o ricompensare i magistrati. Offerte di cui è ovvia la capacità condizionatrice”, e poi ancora, “L’indipendenza dei magistrati è un bene posto a garanzia della collettività, non è un privilegio del singolo magistrato”.

Ma vale la pensa di ricordare- aggiunge il Presidente dell’Associazione Dirigenti di Giustizia- che anche l’Avvocatura ha fatto sentire la sua voce su questi temi, come attestano recenti documenti delle Camere Penali, dove si legge che “La magistratura italiana non si limita ad esercitare il potere giurisdizionale che la Costituzione le affida, ma letteralmente amministra e governa settori vitali del potere esecutivo, soprattutto - ed in modo assoluto ed incontrollabile - il Ministero di Giustizia.

È necessario ed urgente un intervento che ponga fine alla prassi indecorosa dei fuori ruolo, perché in una democrazia il Governo è riservato a chi viene eletto dal popolo sovrano, e ad esso infine ne risponde. La Magistratura ha altra e diversa funzione, solennemente assegnatale dalla Costituzione.”

Né sono mancati -riflette Nicola Stellato-dichiarazioni di esponenti politici di tutti gli schieramenti, divenute incessanti dopo l’avvio dell’inchiesta della Procura di Perugia che ha fatto emergere come l’attribuzione di incarichi anche di vertice del Ministero della Giustizia sia stata strumentalizzata a fini opachi e diversi dagli obiettivi di innovazione e miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione amministrativa.

Va molto oltre il Presidente dell’Associazione Dirigenti di Giustizia e dice: “Accogliamo nondimeno con forte preoccupazione un disegno di legge sulla disciplina del conflitto di interessi all’esame della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati. Nonostante il condivisibile obiettivo disporre un argine al fenomeno delle “porte girevoli” tra politica e magistratura, si propone tuttavia in detto testo che: "ai magistrati candidati ed eletti o ai magistrati titolari di cariche di governo è precluso il rientro nei ruoli organici della magistratura ordinaria o speciale di appartenenza al magistrato.

Costoro, alla scadenza o alla cessazione del mandato, sono collocati nei ruoli amministrativi della propria o di altra amministrazione, conservando il proprio trattamento economico".

Si finisce così per disporre, con un rimedio peggiore del male, che i magistrati di rientro da esperienze politiche siano dirottati su posizioni amministrative anche del Ministero della Giustizia. Le contiguità e le ambiguità del rapporto magistratura - politica, con tali disposizioni, riteniamo si amplifichino, con l’effetto di ingrossare, ancor di più e senza alcun limite numerico, le file dei magistrati che non esercitano la giurisdizione . Ne sarebbero anche accresciute le distorsioni denunciate dalla Commissione europea nel suo annuale confronto sulla efficienza, qualità e indipendenza dei sistemi giudiziari degli Stati membri dell’UE”.

Come dire? Il ministro Alfonso Bonafede anche in questo caso è stato avvertito in tempo, e mai come in questa vicenda viene anche chiamato pesantemente in causa per via di un progetto di riforma che porta il suo nome, e la sua voglia di chiudere presto.

Signor ministro non sottovaluti le riflessioni dell’Associazione dei Dirigenti di Giustizia, che noi condividiamo fino in fondo, e che richiamano pesantemente in causa il grave malessere generale e i troppi mali della giustizia nel nostro Paese.

E che dopo le rivelazioni del giudice Luca Palamara hanno finalmente preso corpo e forma reale, in una società che per troppi anni ha tenuto gli occhi chiusi solo per non vedere e per non capire.


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