Gregorio Corigliano, “Il mare è stata la mia vita”: è il vecchio cronista RAI che ora racconta se stesso.

Venerdì 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, sulla Terrazza Pellegrini a Cosenza il lancio ufficiale dell’ultimo libro del giornalista calabrese Gregorio Corigliano, in cui racconta la sua vita in riva al mare, nella sua casa paterna di San Ferdinando di Rosarno, “perché è da qui che è nato tutto il resto”

(Prima Pagina News)
Mercoledì 11 Dicembre 2019
Reggio Calabria - 11 dic 2019 (Prima Pagina News)

Venerdì 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, sulla Terrazza Pellegrini a Cosenza il lancio ufficiale dell’ultimo libro del giornalista calabrese Gregorio Corigliano, in cui racconta la sua vita in riva al mare, nella sua casa paterna di San Ferdinando di Rosarno, “perché è da qui che è nato tutto il resto”

Nel suo ultimo libro “Nero di Seppia, dai taccuini di un giornalista seduto in riva al mare” (Edizioni Pellegrini) Gregorio Corigliano, storico giornalista Rai e per lunghissimi anni inviato speciale e massimo esperto della RAI sui sequestri di persona che hanno riguardato in particolare la Calabria, racconta questa volta se stesso e la sua vita da “marinaio”.

Lo fa con una delicatezza inusitata, con un linguaggio d’altri tempi, che trasuda di nostalgia, di emozioni per le cose perdute, di ricordi atavici forti, di leggende e di novelle sempre attuali, ma lo fa soprattutto con un garbo ed un “senso di rispetto” verso il mare, che ha segnato profondamente la sua vita, che merita davvero grande ammirazione generale: “È stato lo zio Nino a farmi amare il mare. Non potrò mai dimenticarlo!...Quando mi sono iscritto al social più famoso, ho pensato di aggiungere “giornalista che ama il mare!” Perché? Lo si intuisce, ovvio. E perché lo amo? Perché sono nato, tantissimi anni fa a venti-venticinque metri dal mare. Tanto distava la casa dei miei genitori dal Tirreno. Mi affacciavo, quando ero più grandicello, e dalla finestra ammiravo il mare.

Lo vedevo, lo respiravo, lo gustavo”. Figlio di mare in tutti i sensi, perché figlio di un uomo e di un intellettuale che amava egli stesso così tanto il mare da essersi dimenticato di lui, che proprio quel giorno stava per venire alla luce: “Quando sono nato, mio padre era a mare. Era andato a pesca.

Lo sapeva bene che i giorni del parto si erano compiuti. Pur nondimeno il mare per lui era una calamita, d’estate. Non riusciva a non raggiungere la spiaggia, d’estate e di inverno. Era più forte di lui. Quando è tornato io ero già nato, ed ero il primo figlio. …Sono nato, alle sette del mattino, due ore dopo che lui era andato a mare.

Quando è tornato, felice e contento perché aveva pescato quattro seppie, ha avuto la sorpresa, che lo ha mandato in estasi, di trovarmi accanto a mia madre. Ero nato. Tutto questo per dire dell’amore per il mare che non ha frenato mio padre neanche nei “giorni del batticuore” intimo”.

215 pagine, una prefazione di Tommaso Labate (storico notista politico del Corriere della Sera), una post fazione di Agostino Pantano (inviato televisivo di punta de LaCnews 24) 34 capitoli diversi, tutti pezzi di autentica storica calabrese, ritratti coloriti e ammalianti di una generazione e di un tempo ormai lontani, ma pieni di amore per quegli anni e per quelle traversie, dalla nascita alla prima elementare, poi le medie, gli anni del liceo, l’Università a Messina, i primi viaggi all’estero, l’abbraccio mortale del giornalismo, e poi ancora il primo giorno di assunzione alla Sede Rai della Calabria, di cui è stato anche Caporedattore, e i mille successi nazionali e internazionali legati al suo lavoro quotidiano, con tutto quello che ne deriva dall’avere la fortuna di fare per mestiere e per passione l’inviato speciale di una grande e meravigliosa azienda pubblica come la Rai.

Ma una delle pagine più struggenti di questo suo racconto di vita è il momento in cui suo padre gli regala la sua prima macchina: “La mia prima macchina, ricordo che andammo, con mio padre e con Ciccio, all’Icar di Gioia Tauro e Sandro Benedetti mi consegnò l’unica Fiat 500 che aveva, azzurra e, ahimè, senza sedili ribaltabili… allora indispensabili. Fu targata RC 78101, lo ricordo ancora”. E’ l’inizio della grande avventura nel mondo del giornalismo: “Il primo ed unico sequestro di persona avvenuto a San Ferdinando, quello di Franco Bagalà.

Una prigionia di dodici giorni. Del riscatto non ho mai saputo alcunché di ufficiale. Con il grande Gigi Malafarina, facciamo, con mia grande soddisfazione, i pezzi a due firme sulla Gazzetta del Sud. Quale onore!”.

Ma è chiaro che San Ferdinando è solo una parentesi della sua vita futura, costellata di incontri importanti e soprattutto di amici influenti e di grandi giornalisti. E’ il caso di Franco Bucarelli, forse il più grande cronista di nera che la Rai abbia mai avuto, dallo stile irripetibile e dalle mille risorse professionali. Gregorio Corigliano lo ricorda in questo modo: “E’ proprio alla partenza per Istanbul che conosco il giornalista che più di tutti, in assoluto, sarà il mio mentore, il mio amico non calabrese più affettuoso, il mio consigliere, il mio maestro, anche di vita: Franco Bucarelli, inviato speciale del Gr2 dell’epoca. Quanti consigli, quante spinte ideali, quante esperienze con lui, da Bangkok a Tokio, da Malta a Copenaghen. L’ultima a maggio 2019 a conoscere Cracovia e dintorni, il regno di Papa Giovanni Paolo II. Un’esperienza unica. Anche di questa sarò grato a Franco tutta la vita”. Il viaggio forse più emozionante per lui fu quello negli Stati Uniti, New York, la Grande Mela, la Little Italy, il Ponte di Brooklyn, la Statua della Libertà, il Grande museo di Ellis Island, e qui una nuova scoperta della sua vita, la più inattesa: “Non ci crederete ma è solo nel 1970 che ho conosciuto altri tre Gregorio Corigliano, i figli dei miei zii.

Nessuno allora era mai venuto in Italia, men che meno in Calabria. Solo due di loro, ma negli anni ’90. A mala pena conoscevano un po’ di dialetto calabrese”. Emigrati tra emigrati, emigranti tra emigranti, alla fine anche lui ha speso da emigrato tutta la sua vita lontano da San Ferdinando di Rosarno, il paesello di cui il libro trasuda sangue, per via dell’amore viscerale che da sempre lega Gregorio Coriglano alla sua gente e al suo paese natale: “ Vinisti?” “Sì”. “E quando vinisti?” “E quando tindi vai?” “Non lo so”.

“Veni e mangi ‘a casa mia?” Queste, in sintesi, le prime parole che ascolto quando arrivo nel luogo dell’anima per le vacanze. Costa smeralda, Billionaire? Ma quando mai?

Vuoi mettere il posto dove gli odori, i sapori, gli sguardi ti appartengono e cambiarli con il lusso che secondo me vacanza non è? È sempre così”. Ma tra una missione e l’altra all’estero torna nella sua vita, prepotente e indomita, la voglia di mare, e qui i ricordi del suo mare sono davvero infiniti e per certi versi anche strazianti : “Una volta, addirittura, Zarafino mi ha portato da mezzanotte alle sei del mattino per la pesca dei tonni. Non ho resistito che fino alle tre: il sonno ed il freddo furono più forti. Il modo per riscaldare i piedi era tenerli in acqua.

Non ci crederete, ma l’acqua di notte, rispetto alla temperatura esterna, è molto calda. Poi su un angolino, alla meno peggio, mi addormentavo ed i marinai mi sfotticchiavano. Giustamente: sei voluto venire ed ora dormi? Svegliati, lupo. E chi ce la faceva?” Delle sue radici Sanferdinandesi Gregorio Corigliano ne fa in questo suo romanzo, perché tale è questo suo nuovo saggio, motivo di vanto.

E’ come se essere nato da queste parti gli desse prestigio e autorevolezza, proprio perché figlio di una tradizione senza fine, che è la tradizione dei nostri paesi più piccoli e della gente che li vive, testimone privilegiato di una storia infinita: “Chi è nato ed è cresciuto in un paese piccolo piccolo di vicini ne ha quanti ne vuole, se li vuole, ed anche se non li vuole.

Eccome se li ha. Perché un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta lì ad aspettarti”.

E per chi non avesse capito fino in fondo questa “ammissione di colpa”, Gregorio Corigliano va ancora oltre e riconosce che aveva proprio ragione Cesare Pavese nella “Luna e i falò”: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che, anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. E questo è (o era) San Ferdinando, non più, e da tempo, frazione di Rosarno, ma il luogo della tendopoli e di Sarko! E questo in aprile, maggio, giugno e vieppiù in luglio ed agosto. Sempre gli stessi rituali”. Un saggio letterario? Forse.

Un romanzo? Forse ancora di più. Un’analisi antropologica? Certamente anche quello. Di fatto in questo suo ultimo libro il grande inviato di un tempo ricorda il suo passato con una forza ancestrale da lasciare esterrefatti: “La mia vita, solo giochi? No, di certo. Mio padre, in piena estate, ma di mattina, mi mandava a ripetizione da un altro vicino, anzi esattamente di fronte a casa mia. Il professor Giovannino Celeste.

Docente molto attento che mi plasmava sulle lettere e sulla scrittura. Letture, letture, dettati e commenti. Autori i più vari. Pascoli, De Amicis, Leopardi, Foscolo e via dicendo. Questo per l’italiano. Per il francese, sempre di mattino, dal professor Peppino Cimato. Due ore toste, con pochissimi alunni a ripetere. Poi con lui, a mare.

Mia madre attendeva sull’uscio ed in tre scendevamo sulla spiaggia. “Mamma mu jettu”? Va bene, ma aspetta un poco, asciuga il sudore”. Mamma, e poi ancora mamma, disperatamente mamma for ever: “Mio padre era già partito col Guzzino rosso, tutto imbardato con giubbotto, giornali al petto, berretto con copri orecchi e occhialoni anti vento per insegnare a Spina, una contrada di Rizziconi. Mia madre restava a casa, al focolare, in tutti i sensi. Sistemare la casa, rifare i letti, cucinare al fuoco (‘u focularu) i fagioli (o i ceci) nella pignata, la verdura al fuoco della legna o ai fornelli di una modestissima cucina a gas”.

Il libro di Gregorio Corigliano è anche lo specchio dell’anima del suo paese natale e della sua gente, e che il cronista rilegge qui in chiave moderna, dandoci la sensazione che la cosa non gli sia mai pesata, ma in realtà tutte le sue pagine sono impregnate di solitudine e di amarezza per il tempo perduto: “E dopo cena, verso le 19.30?

Se era inverno, si stava attorno alla ruota di legno col braciere (ancora ho sia l’una che l’altro) e mio padre ci parlava della guerra, era partito nel 1939 e rientrato dopo 9 nove anni, e soprattutto delle pene patite in prigionia, in India, ai piedi dell’Himalaya. Mia madre, quando mio padre si addormentava, ci raccontava dei sacrifici fatti da suo padre e dai suoi fratelli per coltivare la terra. Divertimento? Non tanto, anche perché la televisione non c’era.

L’aveva un nostro cugino, Pasquale Ferro, padre di Mimì e Carmela. Andavamo a casa sua per vedere “Lascia o raddoppia” o “Campanile Sera”. Nel periodo 94 di Natale, c’era “Canzonissima”, con l’estrazione dei biglietti della Lotteria. Per il resto, niente, cioè tutto, rientravamo sereni, anche se morti di freddo. La casa era gelata, il calore veniva dal braciere che spostavi nelle varie stanze. Ed a letto? Un mattone caldo, o la bottiglia di vetro con acqua bollita! E ti addormentavi pronto a rialzarti al mattino e a ripetere ritmi e serenità dei giorni precedenti”. Dio mio che efficacia! Ma quella era la nostra vera vita. Capitolo dopo capitolo, il libro ricostruisce con una lucidità storica ricca di dettagli e di riferimenti personali, mille nomi diversi, mille situazioni diverse, mille aneddoti altrettanto diversi, la vita della gente comune scandita da tanto lavoro e da tanta fatica: “Una volta, in campagna, al giardino di arance e mandarini, si andava “a giornata” d’inverno e a “matinata” d’estate. La differenza non era di poco conto: a giornata significava iniziare a lavorare al sorgere del sole o alle prime luci del giorno, alle sette o al massimo alle otto e per sette otto ore. Col buon tempo o con il “malutempu”. E tutti i santi giorni, a volte, anche la domenica.

Un’intera giornata di lavoro. “A matinata, significava cominciare quasi col buio, partendo con la bicicletta col fanalino che si accendeva con la dinamo che strusciava sul copertone della ruota, per arrivare appena faceva giorno”. Ancora più struggente il ricordo del giorno in cui nella Piana di Gioia Tauro arrivarono le ruspe per favorire il “sogno” del quinto centro siderurgico, e qui il romanzo di Gregorio Corigliano si fa “amaro” e “disperato”: “Una “carneficina”! Quale spettacolo ai nostri occhi! Interi appezzamenti di terreno della Lamia, una delle contrade più floride per la produzione delle clementine, erano stati “livellati”.

E la ruspa continuava imperterrita, senza pietà, ad abbattere, sradicandoli, altri alberi, sotto gli sguardi impietriti ed esterrefatti dei vecchi proprietari (vecchi perché i terreni erano passati di proprietà dello Stato che li aveva espropriati, pagandoli anche a prezzo di mercato) che a stento riuscivano a trattenere le lacrime. Qualcuno piangeva ancora! Dalla ruspa senza cuore all’inferno dell’abbandono il passo è breve”.

Quanta tristezza atavica!

Quanto rancore personale nei confronti di un Paese che non ha mai condiviso le ragioni del Sud e le necessità della gente che lo vive: “Questi appunti li ho scritti (a penna su carta a quadretti di cui conservo l’originale) a marzo del 1981. Allora veramente andai in campagna in contrada Granatara perché, dopo l’esproprio del nostro terreno per il (fallito) quinto centro siderurgico, mio padre non voleva restare senza un agrumeto e aveva investito il ricavato del risarcimento in un nuovo terreno, che ancora, per poco, abbiamo.

Sono vent’anni, però, che, ad annate alterne, non provvede per se stesso. Ci rimetto del mio. Un giorno, abbastanza presto venderò. Con dolore, ma devo farlo! Chiuderò gli occhi sui tantis- 85 simi, immensi sacrifici fatti da mio padre. La crisi è tale che non conviene più avere pensieri ed occuparsi di terreni”.

E’ storia vera, ancora attualissima, incontestabile, ma per la prima volta oggi, forse, un romanzo dai toni crudi e pesanti ricostruisce questa fase utilizzando l’arma impropria della malinconia e del senso di solitudine: “Mio padre non aveva piantagioni di clementine. Aveva in zona Colline, un ettaro di uliveti con una decina di piante di fichi, bianchi e neri (i fichi “milingiana”).

Ricordo benissimo che andavamo a raccogliere le olive, con mia madre e tre-quattro donne del paese che fungevano da raccoglitrici con le scope che mio padre preparava qualche giorno prima perché, non si trattava, come tutti qui sanno, di scope normali, ma proprio di ramazze in grado di raccogliere le olive tutt’intorno all’albero, farne un unicum e poi sistemarle nelle sporte che bisognava portare all’ingresso della proprietà”.

E’ storia contemporanea, del Mezzogiorno di questi ultimi 50 anni, storia nuda e cruda, impietosa e irritante, a volte offensiva e oltraggiosa verso chi ne è rimasto vittima, che qui viene riproposta con grande efficacia da un testimone autorevole e privilegiato come lo è ancora Gregorio Corigliano, e che ha fatto del linguaggio scritto la sua unica mission di vita.

Leggiamo insieme questo passaggio, che è davvero impietoso: “E se un giorno la terra te la chiede lo Stato? Che fai? Puoi non dargliela? Certo che no, anche se ti batti con le unghie e coi denti per evitare l’esproprio e la distruzione di quel che avevi creato con grandi sacrifici.

Tu, tuo padre, tuo nonno, perfino il tuo bisnonno, La terra significava anche e soprattutto essere radicati proprio lì, nel tuo paese.

Quel paese che hai dentro di te, al punto che torni spesso anche se vivi a Torino, Parma, Milano o a Cosenza. Ti manca l’aria, ti manca il profumo, ti manca l’atmosfera. E forse ti manca la gioventù che te lo aveva fatto (e te lo fa) apprezzare ed amare”. Ne deriva il ricordo immediato dei vecchi amici i infanzia, che ti porti dentro per tutta la vita: “Il primo a tirare fuori il dialetto dell’anima, è Ciccio, che pur vivendo a Parma, da quaranta e passa anni, è quello che ricorda il dialetto alla perfezione, anche quello non più in uso. “Vieni a casa mia stasera?”

Ti faccio una “mpagghiata”. E cos’è? E di undi veni i Bolzanu?... Poi tutti insieme ricordiamo quelli che c’erano gli anni scorsi e non ci sono più. A partire da Mino il bello, da Renato, la cui moglie, di Oslo, veniva ogni giorno al paesello, con Denise e Grethe. Adesso anche Christine è volata…! Ciccio il grande e Ciccio il parmigiano, sono i “mastri della serata”. Con occhio svagato guardiamo le ragazze che sostano in piazza. Solo l’occhio. Altre cose sono ricordo del tempo che fu e che non ritornerà”. Dal passato all’attualità di queste ore.

Oggi San Ferdinando è icona della “tendopoli”, un nuovo popolo vive queste terre e nessuno meglio di Gregorio Corigliano riesce qui a darci l’immagine vera di cosa accada ogni giorno dietro le tende della piana: “Uomini privati di dignità, “dannati della terra”.

Specifico “dannati della terra nostra, della terra del sole e del mare”: dannati come Sacko Soumaila che ci ha rimesso la vita, come le altre vittime, tra e quali Becky Moses e Moussa Ba. Nella tendopoli il dolore si rinnova, è forte. Il dolore è stato molto forte quando ha perso la vita Sacko, che era il loro punto di riferimento, la loro guida”. Nient’altro? Potremmo andare avanti per ore ancora, c’è un capitolo di questo libro per esempio dove il grande cronista ricostruisce l’arrivo a San Ferdinando del regista Roberto Rossellini e Ingrid Bergman :”A cena si apprese che Ingrid Bergman e Roberto Rossellini erano diretti proprio a Stromboli per girare l’omonimo film.

Mio padre diede loro tutte le informazioni possibili perché sua madre, mia nonna, Mariangela De Simone, era proprio di Stromboli. Rossellini aveva 43 anni, Ingrid 34. Una storia d’amore che gli esperti di cinema conoscono bene. Nessuno, o pochi, forse, hanno mai saputo della sera d’amore calabro-sanferdinandese”.

Volete saperne di più? Semplice. Venerdì prossimo 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, Gregorio Corigliano e Walter Pellegrini presenteranno in anteprima nazionale il libro alla Terrazza Pellegrini, e lo faranno insieme a Maria Antonietta Cozza e due vecchi compagni di lavoro e di vita di Corigliano, Riccardo Giacoia e Mario Tursi Prato, che sono cresciuti con lui in redazione e che da lui hanno imparato fino in fondo l’amore per la scrittura e la parola. (P.N.)


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