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Dal Quirinale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella traccia un bilancio di un anno “non facile” e rilancia l’appello alla pace, invitando a “disarmare le parole”. Nel messaggio di fine anno guarda agli anni della Repubblica, richiama i pilastri della Costituzione e sprona i cittadini, soprattutto i giovani, a non arrendersi a diffidenza e rassegnazione.
Dal Quirinale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella traccia un bilancio di un anno “non facile” e rilancia l’appello alla pace, invitando a “disarmare le parole”. Nel messaggio di fine anno guarda agli anni della Repubblica, richiama i pilastri della Costituzione e sprona i cittadini, soprattutto i giovani, a non arrendersi a diffidenza e rassegnazione.
Nel messaggio di fine anno dal Palazzo del Quirinale, Sergio Mattarella ha accompagnato l’Italia verso il 2026 con un intervento denso di richiami civili e istituzionali. Il Capo dello Stato ha riconosciuto la fatica di un periodo complesso e ha indicato nella pace la prima aspettativa collettiva, di fronte alle guerre e alle sofferenze che continuano a segnare lo scenario internazionale, dall’Ucraina a Gaza.
Il Presidente ha insistito su un punto chiave: la pace non è soltanto un obiettivo diplomatico, ma “un modo di pensare”, che parte dalla vita quotidiana e dal rispetto reciproco. In questa prospettiva ha valorizzato l’invito, rilanciato anche in ambito religioso durante le festività, a “respingere l’odio” e a praticare dialogo e riconciliazione, richiamando con forza la necessità di “disarmare le parole” per evitare che lo scontro verbale diventi normalità e mini la convivenza.
Guardando al calendario che si apre, Mattarella ha ricordato che il 2026 porterà con sé gli 80 anni della Repubblica, occasione per rileggere un percorso fatto di conquiste e passaggi decisivi. Nel suo “album immaginario” della storia repubblicana ha evocato il voto alle donne, la capacità dell’Assemblea Costituente di costruire sintesi alte nonostante contrasti duri, e il ruolo della Costituzione come bussola di diritti, libertà e autonomie, con uno Stato che non “sovrasta” ma riconosce dignità e tutele.
Nel ripercorrere le tappe dello sviluppo, il Capo dello Stato ha richiamato l’Europa e le relazioni transatlantiche come coordinate della politica internazionale italiana, le riforme sociali, il valore del lavoro e dei diritti, l’importanza del Servizio sanitario nazionale e del welfare da preservare nei cambiamenti. Ha ricordato anche le pagine più buie: stragi e terrorismo, e poi la lotta alla mafia, con Falcone e Borsellino come simboli di legalità, fino al ruolo della cultura e del servizio pubblico radiotelevisivo come presidio di pluralismo e coesione democratica.
Mattarella ha quindi messo in guardia dalle “crepe” che possono indebolire il Paese: vecchie e nuove povertà, diseguaglianze, corruzione, infedeltà fiscale e reati ambientali. Il filo conduttore resta la responsabilità condivisa: “la Repubblica siamo noi”, ha ricordato, invitando ciascuno a non cedere al fatalismo e a sentirsi parte attiva della vita democratica. Un passaggio speciale è stato dedicato ai più giovani: non accettare etichette di sfiducia e rabbia, essere esigenti e coraggiosi, “scegliere il proprio futuro”, con l’augurio finale: Buon 2026.