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Verso le elezioni. Che fa Matteo?

Quella di Matteo Renzi è una minaccia o una promessa?

di Gregorio Corigliano
Venerdì 29 Luglio 2022
Roma - 29 lug 2022 (Prima Pagina News)

Quella di Matteo Renzi è una minaccia o una promessa?

Non è la stessa cosa. Se minaccia di farlo significa che alza il prezzo della sua partecipazione alle elezioni del 25 settembre in accordo con altri, se una promessa, invece, si dice certo di poter raccogliere i frutti della Leopolda, della nascita di Italia viva e soprattutto dell’aver determinato la caduta del governo giallorosso a guida Conte e, di conseguenza, la nascita del governo a guida dell’uomo che tutto il mondo ci invidia(va). Prima ipotesi. Fa bene.

Renzi ritiene di non poter esser trattato come un politico di seconda-terza fila e di dover essere aggiunto o sopportato, per esempio, dal Pd che, lui aveva portato a superare il 40 per cento e che poi, lo sappiamo tutti, fece precipitosamente crollare, fino ad essere costretto ad abbandonare la casa madre. Avrebbe voluto quella riforma costituzionale che, allora, tutti fecero finta di condividere, soprattutto all’interno del suo partito, ma che poi gli negarono il voto. Sarebbe stata tutta un’altra storia, evidentemente.

Con i se e con i ma non si può fare politica. E non solo. E così, con tanta spregiudicatezza ma anche tanto coraggio, fondò “Italia viva” che sperava potesse raggiungere, nei sondaggi, percentuali a due cifre. Speranza disattesa perché si è sempre attestato tra il due ed il tre per cento. E non si comprende bene il perché.

Tra le tante proposte politiche, quella di Renzi viene riconosciuta dagli osservatori tra le più attendibili. Gli stessi interventi al Senato della Repubblica vengono seguiti dai giornali e dai social con una attenzione non comune.

Quando, poi, portò alle dimissioni del Conte bis, a parte i grillini stessi ma anche molti esponenti del suo ex partito, ci fu un forte consenso.

Certo si ribellò lo stratega di lungo corso Rocco Casalino ed i ministri del pd che avevano ricevuto in eredità la cadrega. Salvo poi accorgersene che, a parte le conferenze stampa sui vari dipiciemme, e poco altro, non era riuscito a sfondare come presidente del consiglio.

In molti hanno sparato a zero contro Renzi perché aveva fatto cadere lo statista di Vulturara Appulia.

Eppure, c’è voluto molto tempo per capire che dopo Conte sarebbe stato scelto Mario Draghi. E se l’ex presidente della Bce ha potuto trascorrere più di un anno a Palazzo Chigi lo si deve a Renzi e pochi altri. Il Pd, dopo lunghe riflessioni, ha riconosciuto che il senatore fiorentino faceva sul serio e si è subito impadronito della cosiddetta area, giustamente.

Fin quasi ad estrometterlo dai giochi politici, perché aveva il peccato originale di aver abbandonato il Nazareno. E c’è voluta, ancora una volta, l’insistenza di Renzi per non far vincere la corrente thailandese del pd guidata da Goffredo Bettini che avrebbe voluto, anche per il dopo Draghi, l’accordo con Conte che, pure, con Salvini, era stato l’autore della crisi più scriteriata del dopoguerra.

Guerra, pandemia, inflazione, siccità, mezzogiorno, rigassificatori possono aspettare. Fino a questi giorni è stato così, con Enrico Letta, leader del pd che si è autoproposto come front-runner per le prossime elezioni. Con chi? Con Calenda-Bonino, Speranza e pochi altri tra centro e sinistra. E se quella di Renzi fosse una promessa? Non sarei così sicuro che percorrerebbe la strada giusta.

Non sono, infatti, venuti segnali concreti dallo stesso Pd in direzione dell’accoglimento di Renzi nel suo ex partito. Tranne il sen. Marcucci e pochi altri, sono pochi quanti vorrebbero il rientro nel pd dell’ex presidente fiorentino.

Nessuna voce si è alzata per parlare di accordo tra pd e Italia viva. C’è stato solo qualche vedremo, forse. Timidi segnali che hanno indotto lo stesso Renzi alla promessa di correre da solo. Anche da qui la convocazione straordinaria della Leopolda per i primi di settembre.

Un’idea da apprezzare: l’ex sindaco di Firenze consulta la sua base. E fa bene. L’idea, però, di correre da solo, nonostante tutto sarebbe peregrina perché, fino a questo momento, segnali di consenso non ce ne sono stati. Ed il rischio è grosso per Renzi.

Non può fare altro che applicare il “calati junco ca a fiumara passa” e trovare un accordo con gli altri gruppi di centro e di sinistra perché così si può isolare Conte e quel che resta dei cinque stelle, ed andare a sostegno di quel pd, che giocoforza, è il più forte antagonista della Meloni.  

 


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