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Natuzza Day, sabato si inaugura in Calabria la grande Basilica

Non c’era momento della sua vita e del suo percorso spirituale in cui Natuzza Evolo non ripeteva: “La Madonna mi è apparsa in sogno e mi ha detto di costruire per lei una grande chiesa”.

di Pino Nano
Martedì 02 Agosto 2022
Vibo Valentia - 02 ago 2022 (Prima Pagina News)

Non c’era momento della sua vita e del suo percorso spirituale in cui Natuzza Evolo non ripeteva: “La Madonna mi è apparsa in sogno e mi ha detto di costruire per lei una grande chiesa”.

Oggi la Basilica di Paravati è pronta per essere aperta al culto, e a tagliare il nastro di questa imponente struttura architettonica, che è poi la vera eredità fisica che Natuzza lascia al suo popolo, sarà un giovane sacerdote originario di Palmi, Vescovo e pastore della Diocesi, mandato a Mileto da Papa Francesco per riannodare i fili di un colloquio tra la Chiesa e i suoi fedeli che nel tempo sembravano essersi in qualche modo compromessi per sempre.

Il suo nome è Attilio, don Attilio Nostro. Guai a chiamarlo “eccellenza”. Un ex giocatore di pallacanestro, bello come un dio greco, occhi chiari, alto un metro e novanta, con un background culturale da intimorire, e una disponibilità all’ascolto che è sempre più rara. Immagino che la cosa non gli farà piacere, ma l’uomo ha “le physique du rôle” di un leader moderno e assolutamente credibile, portatore di certezze, immagine di autorevolezza, una affabilità fuori dal comune, e soprattutto il senso della fierezza che è tipica di certi figli della Chiesa moderna, un microcosmo fatto di gesti concreti, di umanità e di solidarietà, di trasporto verso gli ultimi della terra, e di conoscenza quasi maniacale del territorio che si vive. Catapultato da Roma a Mileto, per rimettere ordine nella vita del Vibonese, una delle province più vissute e più sofferte della regione, e per rileggere con calma quelle che lui stesso chiama “le varie declinazioni della storia di questa terra”.

La Basilica di Paravati, continuamente evocata richiamata e financo descritta in vita da Natuzza Evolo, oggi non è ancora aperta al culto. Ma lo sarà dal prossimo 6 agosto, anno 2022, sabato prossimo quindi, giorno ufficiale della sua consacrazione ufficiale.

Vi do appuntamento sabato 6 agosto 2022, Festa della Trasfigurazione di nostro Signore Gesù Cristo per la consacrazione di questa meravigliosa chiesa!”.

La gente presente in Basilica applaude a piene mani, è chiaro a tutti ormai che don Attilio sia stato mandato in Calabria dal Papa per riaprire finalmente un dialogo interrotto tra la Chiesa ufficiale e il “mondo di Natuzza Evolo”, e oggi lo fa dando al popolo di Natuzza l’annuncio più solenne e più importante che il Vaticano potesse mai far giungere in Calabria. Ma già nella sua prima omelia ufficiale, quella celebrata sul Sagrato della Basilica, don Attilio aveva già dichiarato pubblicamente la sua immensa ammirazione per la donna che la Settimana Santa di ogni anno viveva nella solitudine della sua casa il grande mistero del sangue e delle stigmate.

Natuzza è un segno, in questa terra. Natuzza è la prova che Dio non si distrae, che Dio ha un progetto per ciascuno di noi. E tutti noi che l’abbiamo conosciuta, che abbiamo avuto modo di vederla, di ascoltarla, siamo stati colpiti da questa sollecitudine. Potremmo riassumere così il senso del suo messaggio. “Tu non sei solo”. “Dio è accanto a te”. “Dio ti conosce”. “Dio non si è sbagliato con te”.

Il giovane vescovo parlava a braccio quel giorno, un linguaggio semplice, avvolgente, da grande comunicatore, la parola del cuore più che della ragione, alla vecchia maniera, come Gesù tra gli apostoli, la vecchia scuola lateranense di Roma, accademia di teologia e di principi morali, di fede e di costruzione di speranza, Università che ha visto crescere educare allevare e formare questo giovane vescovo calabrese alla guida delle sue anime.

Un vescovo come lui dalle nostre parti fa molto presto a diventare una leggenda popolare vivente, e questo da una parte è bello, ma dall’altra parte può anche essere rischioso. Ma lui va avanti lo stesso, per la sua strada, motivato dalle sue convinzioni e dalle sue certezze.

Una mattina arriva a Vibo in punta di piedi, e la prima cosa che fa è andare in carcere a far visita ai detenuti. Prima ancora di incontrare altra gente. Prima i detenuti e gli ammalati in ospedale, poi i tradizionali saluti di rito. E questo la gente comune, che vive per la strada o nelle periferie più interne della provincia lo ha apprezzato moltissimo.

-Perché lo ha fatto? “Puro egoismo personale”, risponde don Attilio al giornalista Nicolino La Gamba che lo ha ospite negli studi di Radio Onda Verde 98, e che credo gli abbia fatto una delle interviste personali più belle da quando don Attilio è sceso in Calabria.

Il vero grande miracolo di Natuzza non solo le tante guarigioni che da più parti sono state segnalate agli esperti che in Vaticano esaminano in queste ore il suo fascicolo personale e la pratica della sua beatificazione, ma il vero grande miracolo che Natuzza lascia ad ognuno dei suoi credenti è l’arrivo in Calabria di questo giovane sacerdote che fino ad un anno fa nessuno conosceva, di cui non si sapeva assolutamente nulla prima della sua nomina, e che una volta arrivato a Mileto ha dato immediatamente il segno forte della sua presenza e del suo carisma, raccontando il suo primo incontro con la “donna che parlava ai defunti” con una venerazione e un senso di rispetto verso di lei che nessuno quel giorno si sarebbe mai aspettato da un ministro di Santa Romana Chiesa..

È un giorno che segue altri giorni, nel quale sono venuto qui pellegrino, mendicante, pieno di dubbi o di presunzione. In altri due incontri con Natuzza, avevo discusso di quanto potesse essere difficile essere sacerdote, non avrei mai immaginato che sarei diventato il suo vescovo. E quindi, per me è una ragione di enorme grazia poter dire a questa serva di Dio tutto l’amore, in risposta all’amore con il quale sono stato da lei accolto. Spero che la sua sollecitudine, spero che questa carità fraterna che mi ha voluto manifestare possa trovare nella mia vita, ma soprattutto nel mio ministero una saggia e adeguata risposta”.

Austero, impeccabile, con questo suo portamento da atleta che sembra essere pronto a qualunque sfida impossibile, elegantissimo nei modi, e una fierezza palesata in ogni suo atteggiamento esterno, don Attilio non conosce perifrasi nel ricordare la Santa di Paravati.

Rileggere oggi l’omelia che don Attilio fece il suo primo giorno appena arrivato a Paravati, con lo sguardo rivolto alla Basilica che sabato prossimo sarà aperta proprio da lui al culto popolare, è quanto di più avvolgente ed emozionante si possa immaginare, perché la parola di Cristo questa volta assume le sembianze fisiche di questo giovane vescovo che ammalia e convince, e che sembra essere caduto dal cielo proprio nel momento più buio della storia di Paravati. Natuzza è la prova che Dio non si distrae, che Dio ha un progetto per ciascuno di noi”.

Avrei mille motivi personali per non parlare di lui. Credo che in 40 anni di giornalismo militante don Attilio sia stata una delle pochissime persone che non ha mai risposto alle domande che io avrei voluto fargli su Natuzza, e sul futuro della sua Diocesi, ma capisco anche perfettamente bene che dietro il ruolo di “Vescovo importante” come lui, catapultato dalla sera alla mattina in una delle provincie più insidiose della Calabria, ad affrontare e gestire per giunta una delle storie di fede più complesse e più discusse di questi ultimi 80 anni di storia della Chiesa locale, ci sia anche la necessità del rispetto del silenzio. Che non è diffidenza verso nessuno, immagino, ma che è solo invece comportamento attento ed equidistante da tutto e da tutti, atteggiamento e scelta di vita necessari per riflettere meglio sulle cose da dire e da fare, e regola sacra per un apostolo di fede e di speranza come lui.

Figlio di questa terra, don Attilio lo è nei fatti dalla testa ai piedi. Nato a Palmi il 6 agosto 1966 -il che significa che l’inaugurazione della nuova Basilica di Natuzza Evolo coinciderà proprio con il suo compleanno- una coincidenza forse non casuale, ma che segnerà per sempre il resto della sua vita.

Ha appena vent’anni Attilio quando la sua famiglia decide di lasciare Palmi e di trasferirsi a Roma, e da quel momento per lui inizia un meraviglioso percorso di fede profondamente segnato però, a un certo punto, dalla morte del fratello. Dopo la laurea, il giovane Attilio avrebbe dovuto incominciare a lavorare in uno studio da commercialista, perché a questo si era preparato, ma dopo la morte del fratello e un viaggio di preghiera ad Assisi, già adulto, decide invece di dare una svolta profonda alla sua vita. 

Dopo essere entrato nel Pontificio Seminario Romano Maggiore e aver conseguito il baccalaureato in filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, ottiene la licenza in studi su “Matrimonio e Famiglia” presso la Pontificia Università Lateranense, e il 2 maggio del 1993 viene ordinato presbitero, nella basilica di San Pietro in Vaticano, da papa Giovanni Paolo II. Poi, dal 1993 è vicario parrocchiale della parrocchia di Santa Maria delle Grazie al Trionfale e, concluso questo incarico, viene trasferito come vicario parrocchiale della parrocchia di Gesù Divino Lavoratore in Roma. Qui rimane dal 1995 al 2001. Dopo di che, dal 2001 al 2014, diventa parroco della parrocchia di San Giuda Taddeo in Roma, quartiere Appio Latino, in via Crivellucci, a due passi dalla Basilica di San Giovanni che nei fatti lo ha visto crescere. Dal 2011 è anche prefetto della XIX prefettura della diocesi di Roma per un intero quadriennio, e nel 2014 diventa infine parroco della parrocchia di San Mattia a Roma, quartiere Monte Sacro Alto, e ironia della sorte per un figlio di Palmi come lui vuole che la sua chiesa sia alla confluenza con Via Corrado Alvaro, figli di Calabria tra figli di Calabria, e Roma ne è davvero piena.

Non c’è anima viva da queste parti, a Roma, che non ci parli di lui come di un sacerdote alla vecchia maniera, educato al sorriso, rispettosissimo anche della sua ombra, riservato, sobrio, capace di non dire mai di no a nessuno, eternamente presente, disponibile con tutti, aperto cordiale e soprattutto amatissimo dai suoi studenti che al Liceo Scientifico Nomentano ne parlano ancora come di “uno di loro”, un amico a cui confidare anche i segreti più intimi della propria stagione di vita, e forse ancora di più come di “un vecchio atleta e campione di pallacanestro” con cui magari trovare il tempo di fare quattro salti a canestro.

L’immagine che di lui mi porto ancora dentro, e che mi ha molto colpito la sera in cui il 25 settembre di un anno fa fu ordinato Vescovo nella Basilica di San Giovanni in Laterano dal cardinale Angelo De Donatis, vicario generale per la diocesi di Roma, è l’averlo colto chino e in adorazione della vecchia mamma. Lui già Vescovo, lei sua madre in prima fila in cattedrale seduta in carrozzella ad aspettarlo, lui con gli occhi pieni di commozione e le mani tremanti che cercavano le mani della mamma. Quasi gli servisse in quel momento la consacrazione ufficiale anche della donna più importante e più amata della sua vita.

Un incontro tra madre e figlio è sempre un incontro sacro, ma immagino che lo sia ancora di più se il figlio è un sacerdote che ha appena preso i voti, o come nel suo caso un Vescovo che accetta di dedicare il resto della sua vita al popolo che la Chiesa gli ha appena assegnato di seguire. Non c’è nulla di più emozionante e di più commovente, immagine forte di due anime che si vogliono bene tra mille altre intorno.

Riconoscente e per nulla scontato il saluto che giunge al nuovo vescovo da parte del Presidente della Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, Pasquale Anastasi.

Le sue parole – sottolinea Pasquale Anastasi- sono un’ulteriore conferma di sostegno e di supporto per il nostro cammino che è ormai rivolto in avanti. Ci siamo lasciati alle spalle il passato, abbiamo accolto quanto la Chiesa ci ha suggerito e ora insieme a lei vorremmo fare questo tratto di strada per portare a compimento l’Opera della Madonna, così come la Vergine ha manifestato a mamma Natuzza già nel lontano 1944. Le voglio assicurare, eccellenza reverendissima, e confermare, se fosse necessario, che la Fondazione intende proseguire il suo cammino nella Chiesa e con la Chiesa con la consapevolezza che essa ha riconosciuto la testimonianza di vita e di fede di mamma Natuzza”.

Sulla grande spianata di Paravati, davanti alla Basilica che il 6 agosto si prepara ora ad accogliere migliaia di pellegrini e di gruppi di preghiera in arrivo da ogni parte del mondo, qui ancora tutto odora del profumo lasciato dai frutti migliori di Madre Natuzza. 


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