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Otello Profazio, all’Auditorium della musica di Roma, un trionfo per la leggenda del folk.

Un vero trionfo ieri sera all’Auditorium della Musica di Roma per il concerto di Otello Profazio, il re dei cantastorie di tutti i tempi, un artista che ammalia, affascina, commuove, coinvolge, e che sul palcoscenico più prestigioso di Roma Capitale ieri sera ha proposto una concerto che rimarrà negli annali della storia della musica italiana.

di Pino Nano
Domenica 15 Maggio 2022
Roma - 15 mag 2022 (Prima Pagina News)

Un vero trionfo ieri sera all’Auditorium della Musica di Roma per il concerto di Otello Profazio, il re dei cantastorie di tutti i tempi, un artista che ammalia, affascina, commuove, coinvolge, e che sul palcoscenico più prestigioso di Roma Capitale ieri sera ha proposto una concerto che rimarrà negli annali della storia della musica italiana.

Un vero e proprio trionfo ieri sera a Roma, all’Auditorium Parco della Musica Ennio Moricone, per il grande concerto di Otello Profazio, giornalista, scrittore, poeta, Disco d’oro e Premio Tenco 2016, primo presidente del Gispe, il gruppo di specializzazione dei giornalisti dello spettacolo fondato a Reggio Calabria nei mesi scorsi dal direttore di Giornalisti Italia Carlo Parisi. 
Otello Profazio, grandissimo interprete, musicista raro. Dopo averlo sentito ieri sera all’Auditorium di Roma mi verrebbe quasi voglia di rimettermi a lavoro, per fare della sua vita e della sua storia un docufilm, perché gli ingredienti per farne un documentario storico di grande impatto mediatico ci sono davvero tutti. Che errore non averci pensato prima. Ottantotto anni, etnomusicologo, cantautore, cantastorie, dottore in lettere classiche, memoria storica ormai della vita di interi paesi del Sud, romanzo vivente di intere generazioni di uomini, menestrello erudito e moderno, poeta filosofo storico e antropologo insieme, dentro di lui ci siamo noi e c’è la vita di ognuno di noi. 
Il concerto di ieri sera all’Auditorium del Parco della Musica rimarrà un evento senza precedenti, che ripropone sul palcoscenico più prestigioso d’Italia la vita e la storia di uno dei più grandi interpreti della musica folk Italiana, e cristallizza una volta per tutte nel grande album della musica internazionale il peso il valore la classe la tradizione e la bellezza delle opere di questo cantautore calabrese che ha girato il mondo, almeno 80 volte di seguito in tutta la sua vita, e che del made in Italy è oggi una delle icone viventi più reali di tutti i tempi. 
 
Perché Otello è anche la mia vita, la mia storia professionale, la mia ricerca, l’affanno per le radici perdute, lo smarrimento di ogni apolide moderno, la confusione di chi come me vive a metà strada tra il paese ombra e il paese reale, la carezza del dialetto che è quasi scomparso, il ricordo di mio padre che una sera a Sant’Onofrio mi portò in piazza a sentire e a vedere per la prima volta in vita mia un cantastorie d’altri tempi. Otello è la mancanza dei miei amici più cari di un tempo, ma è anche la magia per averli poi ritrovati oltre oceano tra New York Boston Chigago Filadelphia e le mille e infinite praterie industriali dell’Ontario. 
 
Otello è la Calabria, Otello è la storia di Carlo Levi, Otello è Nino Scopelliti il magistrato ucciso dalla mafia e che al liceo di Reggio Calabria era stato suo compagno di banco, Otello è quella che gli americani mi hanno insegnato a chiamare “Omsic”, la malattia del distacco, della lontananza, dell’aria che ti manca quando ti allontani per sempre dal tuo paese natale, Otello è la forza della musica d’autore, che con lui si fa vangelo e documento iconografico, Otello è il ritorno alla stalla, alle nostre origini, al profumo dell’incenso dei nostri cimiteri. Otello è il passato, il presente e forse anche il futuro. 
 
Affascinante, scontroso, estroverso, eclettico, sofisticato, strafottente e irritante, iroso e avvolgente, ammaliante e superstizioso, Otello è tutto questo insieme, è la Calabria in tutte le sue fattezze, antica e moderna, pregi e virtù, vizi e privilegi, storia di soprusi sopraffazioni violenze diritti negati, poche certezze, immensa solitudine, sconfinate praterie di delusioni e di attese, di speranze inutili e di sogni impossibili, sull’altare di una libertà mai reale e mai esistita. Un vero e proprio monumento. 
Otello Profazio è l’odore della terra, è la sua anima, è il suo respiro, Otello è il Sud, Otello è la musica popolare italiana, Otello è il mago della chitarra, Otello è il re dei cantastorie di tutti i tempi, Otello è Otello Profazio, una vera leggenda vivente, una sorta di icona della nostra musica country, “e di lui –mi scrive dalla lontana Ungheria il sociologo e scrittore calabrese Rocco Turi- “parleranno per sempre i libri di storia”. Perché la storia dell’antropologia e della sociologia meridionale passano anche attraverso la sua vita, attraversano le sue canzoni, grazie alle sue ricerche, ai suoi studi, ai suoi saggi, e ritornano al cuore del mondo per via del soul che segna la sua musica”. Ogni suo concerto è una magia, è un pezzo di storia locale, è un affresco di battaglie sociali e civili che nessuno ha mai saputo raccontare meglio, perché quello che sa dire la musica non sa dirlo nessun altro. 
 
Otello, moderno Robespierre. Otello straordinario e strafottente Sigmund Freud. Otello meraviglioso compagno di strada e di vita. Peccatore ribelle e socialmente squinternato, ma insieme anche sacerdote illuminista e grande saggio, bandito e poliziotto insieme. Malandrino, uomo d’onore, figlio del clan, e giudice nello stesso momento. Una medaglia bifronte. Due vite insieme, emozioni contrastanti, condivise, il bene e il male che occupano gli stessi spazi di aria e di movimento, perché nei testi delle sua ballate c’è di tutto e di più. 
 
Otello, dunque, e ancora Otello Profazio, una vera e propria pop star, alla stregua di grandi poeti musicali country d’America, la famosissima scuola di Nashville, Hank Williams, Merle Haggard, Waylon Jennings, Willie Nelson, George Jones, Townes Van Zandt, Kris Kristofferson, Johnny Cash, e Jimmie Rodgers. O anche alla stregua dei più conosciuti Pete Seeger, Bob Dylan, Jackson Browne, Paul Simon, Stevie Wonder, ma tanti altri ancora. 
Ieri sera Otello è stato ancora più grande del solito. Prima chiama sul palco il suo amico Giancarlo Governi, pietra miliare della storia della RAI, per ricordare i suoi inizi e i suoi esordi televisivi, poi presenta il suo nuovo chitarrista, è suo figlio Ermanno, musicista per caso, nella vita di ogni giorno ingegnere elettronico della Eriksson a Stoccolma, e che ieri sera lo ha preso per mano evitando che suo padre dimenticasse i dettagli più importanti della sua lunga esperienza artistica, un duo commovente, a tratti tenerissimo, che riempie di musica e di parole il grande auditorium di Roma. In prima fila c’è questa volta, forse per la loro prima volta insieme, la grande famiglia di Otello, la moglie, i figli al completo, i nipoti, in prima fila la nipotina più piccola, gli amici degli amici, un tourbillon di affetti e di emozioni che Roma rispetta e accoglie in maniera trionfale. Applausi a scena aperta e standing ovation per il vecchio grande Otello che avverte ormai il peso dell’età e gli affanni della vita. Un concerto storico questo di ieri sera, che rimarrà negli annali della storia del più prestigioso palcoscenico di Roma capitale.
L’ho già scritto da qualche parte, mi pare. Il giorno in cui Otello volerà in cielo, chiamato dal Signore mi piace immaginare a rallegrare con le sue tarantelle e ballate di malaffare gli ospiti del paradiso o del purgatorio, mi diventa difficile stabilire oggi dove alla fine lo destineranno: di una cosa però sono certo, ed è che la prima canzone che al suo arrivo gli angeli del cielo gli chiederanno di farsi cantare è “Qua si campa d’aria”, il vero straordinario e bellissimo manifesto del Sud che Otello non ha mai smesso di cantare. Un milione di copie vendute, un record assoluto per una canzone dialettale come questa e per quegli anni e che ieri sera all’Auditorium gli è valsa l’ennesima interminabile e indimenticabile standing ovation.
 

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