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Tangentopoli 30 anni dopo. Mimmo Nunnari “rilegge” la storia di “Mani Pulite”
Il mistero della valigia (piena di soldi) a Botteghe Oscure.
di Mimmo Nunnari
Martedì 18 Gennaio 2022
Roma - 18 gen 2022 (Prima Pagina News)
Il mistero della valigia (piena di soldi) a Botteghe Oscure.

Fra qualche settimana (il 17 febbraio 1992) saranno trent’anni da quando Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio (a Milano chiamato la Baggina), venne arrestato dopo aver incassato una tangente di sette milioni, da Luca Magni, titolare di un'impresa di pulizie. Era un lunedì e quel giorno cominciò la storia giudiziaria più famosa del secolo scorso battezzata “Mani Pulite” che pose fine alla prima Repubblica e demolì alcuni partiti storici come la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, che allora avevano un ruolo fondamentale nel governo del Paese. Una lunga agonia ebbero partiti minori come il Psdi che si disgregò successivamente e altri movimenti piccoli, ma storicamente importanti, come Pli e Pri.

Con l’arresto di Chiesa si alzò il vento della ribellione popolare anche sotto la spinta dell’onda mediatica giustizialista che investì leader della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista che all’epoca si identificava totalmente in Bettino Craxi, politico carismatico che aveva occupato la scena politica e diviso la sinistra italiana, mai uscita dai rancori delle scissione di Livorno del 1921 che partorì il Partito comunista.

Era stato proprio un esponente del Pci, Tonino Tatò, giornalista, braccio destro del segretario Enrico Berlinguer, a definire Craxi “bandito di alto livello”, nelle famose note preparate per il segretario comunista.

Quella tangente a Chiesa era la punta di un enorme scandalo, che prese - non a caso - il nome di Tangentopoli. L’inchiesta giudiziaria avviata dalla Procura di Milano toccò i vertici della politica e dell’imprenditoria: nomi eccellenti finirono nella rete dei magistrati, ma non tutti furono travolti, e resta, sullo sfondo di quel terremoto giudiziario, qualche mistero, come a valigia piena di soldi (un miliardo di lire) lasciata dall’imprenditore Raul Gardini nella sede del Pci-Pds. Non si seppe mai chi la prese. Intanto gli esponenti di quasi tutti gli altri partiti furono processati in un clima da grande inquisizione.

Durissime furono le requisitorie di Antonio Di Pietro, personaggio popolarissimo e pubblico ministero all’epoca tra i più famosi nel mondo.

Indimenticabile resta l’immagine tremenda della schiuma alla bocca di un uomo mite e considerato perbene come Arnaldo Forlani, segretario della Dc, che incassava spaventato i colpi di Di Pietro, il quale dismessa la toga poi entrerà in politica a porte spalancate, auspice la sinistra (erede del Pci) che lo candidò nel collegio super blindato del Mugello, a Firenze. Anche Gerardo D’Ambrosio, altro protagonista di primo piano del pool di Mani Pulite, più tardi entrerà in Parlamento, al Senato, eletto, nel 2006, nella lista dei Democratici di Sinistra. Quando l’inchiesta della Procura milanese si concluse, il bilancio presentava numeri da capogiro:4525 persone arrestate, 25400 avvisi di garanzia, 1100 tra parlamentari e politici arrestati o inquisiti. Il terremoto Tangentopoli provocò pure una catena di suicidi: furono 41 le persone che si tolsero la vita in carcere, fuori dal carcere, o addirittura prima di essere indagate. Nell’ elenco figurano il deputato socialista Sergio Moroni, l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari e Raul Gardini, l’imprenditore della valigia piena di soldi a Botteghe Oscure che era in attesa di essere interrogato da Di Pietro.

Moroni provato da un tumore al rene in stato avanzato che lo aveva costretto al ricovero, lasciò alcune lettere indirizzate a parlamentari del suo partito; lettere che i Carabinieri subito sequestrarono e che furono immediatamente rese pubbliche.  Fu uno shock per l’Italia Tangentopoli: svelava l’esistenza di un sistema di corruzione dentro il quale c’erano tutti, ma non tutti furono coinvolti alla stessa maniera.

 Nel suo lungo discorso alla Camera - nel luglio 1992 - Craxi sostenne, senza essere smentito, che tutti sapevano e tutti godevano del sistema ombra di finanziamento ai partiti che affondava le radici nel dopoguerra.

Allora, si pensò che Mani Pulite potesse cambiare la storia italiana; che il bubbone della corruzione potesse essere estirpato. Ma non fu così.

Ora che quei tempi di Mani Pulite sono lontani, e la storia non è cambiata, perché il sistema corruttivo italiano è più vivo e famelico di prima, si può riflettere, serenamente, non sul fondamento dell’inchiesta, ma sui risultati che ha prodotto nella società civile, facendo immaginare che gli unici a interpretare un’idea di Stato, quando la politica per sue colpe è delegittimata, sono i giudici.

È un “vizio” politico sociale che l’Italia si porta dietro.  

Quell’inchiesta sembrava favorire un “repulisti generale”, dare una svolta epocale, ma niente di tutto ciò accadde, e la “rivoluzione” sperata fu un fallimento.

L’Italia cambiò, ma non in meglio. Piercamillo Davigo, fonte insospettabile, magistrato che faceva parte del pool guidato da Francesco Saverio Borrelli, lo ammette. In un libro appena pubblicato (dal titolo emblematico, “L’occasione mancata”) dice: “Poteva essere l’inizio di un positivo rinnovamento per l’Italia. Ma fu un’occasione persa”. Trent’anni dopo, dunque, cancellati quasi tutti i partiti resta come eredità di Tangentopoli, una politica del protagonismo personale, e prospera un sistema corruttivo peggiore di quello che avrebbero voluto combattere i giudici di Milano.

Come nel processo a Socrate (definito “L’avvenimento mitico della storia della filosofia”) viene il sospetto (ma noi non sospettiamo) che gli accusatori, come il giovane Meleto del processo a Socrate, cercassero notorietà e magari non si muovessero da soli nell’ambizioso progetto di cambiare il sistema politico italiano.

Sono sospetti non fondati naturalmente.

Di tutta la vicenda giudiziaria del 1992 resta comunque sullo sfondo la strana storia dell’unico partito sfiorato dall’inchiesta e rimasto in vita senza grossi danni: il Pci-Pds, che da Mani Pulite fu indirettamente avvantaggiato, ma non seppe utilizzare il vantaggio. Sembrava che avesse la strada spianata per vincere le elezioni, ma la “gioiosa macchina da guerra” inventata da Achille Occhetto, il segretario di allora, che doveva dare il colpo definitivo al sistema governante, si rivelò un super flop, un congegno sgangherato somigliante alle vecchie auto a vapore mentre eravamo già da tempo nell’epoca delle Ferrari.

Il fiasco elettorale della sinistra portò dritto al ventennio di Silvio Berlusconi. Un regalo impensato della sinistra alla destra. Essere uscito indenne da Tangentopoli, al Pci-Pds non servì. Per la storia resta il mistero di chi intascò il miliardo di lire contenuto nella valigetta lasciata da Raul Gardini nel palazzo di delle Botteghe Oscure come “ringraziamento” sui benefici fiscali promessi per Enimont. Non si seppe mai, ma mentre per Craxi i giudici dissero che era colpevole perché non poteva non sapere dei finanziamenti al Psi, per i dirigenti del Pci-Pds non fu usata la stessa teoria.

Una sentenza, nell’aprile 1994, stabilì che Raul Gardini aveva finanziato illecitamente quel che restava del disciolto Pci, ma i giudici stabilirono che il destinatario era impossibile da individuare perché purtroppo Gardini non poteva più parlare, visto che era morto suicida nel luglio 1993. Così è scritto nella sentenza. A trent’anni dall’evento che avrebbe dovuto segnare una svolta nella storia della Repubblica Mani Pulite rimane vicenda controversa che diede la spallata finale al vecchio sistema politico ma in eredità ha lasciato un nuovo sistema, quello attuale, che fa rimpiangere la prima Repubblica.


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