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“Il Buco”. Antonio Larocca, l’angelo custode di Michelangelo Frammartino: “Genio e poeta del cinema”.
Intervista allo speleologo che ha guidato il regista all'interno della Grotta raccontata nel film.
di Pino Nano
Mercoledì 22 Settembre 2021
Cosenza - 22 set 2021 (Prima Pagina News)
Intervista allo speleologo che ha guidato il regista all'interno della Grotta raccontata nel film.
Quando il regista Michelangelo Frammartino sale sul palcoscenico del Festival del Cinema di Venezia per ritirare il Premio Speciale della Giuria per il suo film “Il Buco”, si lascia andare ad un momento di commozione, e la prima persona che ringrazia in pubblico, davanti alle televisioni di tutto il mondo è un signore che lui chiama Antonio Larocca “vecchio speleologo” e nei fatti suo angelo custode all’interno della Grotta raccontata dal suo meraviglioso film d’autore, una di quelle opere difficilmente paragonabili a qualcos’altro nella storia del cinema internazionale. Noi lo abbiamo cercato al comune di Alessandria del Carretto dove vive la sua mamma e suo fratello, e dieci minuti dopo, Nino Larocca come lo chiamano tutti laggiù, ci richiama con una carica e un entusiasmo fuori dal comune.

-Nino, partiamo dall’inizio. Lei hai visto il film? Che giudizio si sente di dare?

“Si certo, l’ho visto a Venezia alla Prima, però ho avuto anche il piacere di toccare con mano il lungo lavoro di studio che Michelangelo ha affrontato prima di montarlo. E poi ho avuto il privilegio di partecipare attivamente nel 2019 alle riprese vere e proprie del film. Questo, penso, mi dia la possibilità di esprimere oggi un giudizio complessivo, veritiero, se pur di parte. Il film non è solo la cronaca delle esplorazioni dell’Abisso di Bifurto avvenute nei primi anni ‘60 e fatta dagli speleologi piemontesi. Il film è molto di più. È un capolavoro!”

-Nessuno lo conosce meglio di lei, come definisce il lavoro di Michelangelo Frammartino?

“Arte pura. Conosco molto bene le varie riprese, ma vederle così ben amalgamate, così ben cucite sotto ogni punto di vista, visivo, sonoro e interpretativo, devo dire che mi sono molto emozionato. Michelangelo è semplicemente un genio del cinema, come quei maestri rinascimentali. Come Caravaggio. Quindi vederle dal vivo le riprese definitive, e poi ammirare complessivamente alla Prima di Venezia quei suoi quadri-capolavoro in movimento con l’aggiunta di melodie straordinarie, è stato per me come immergersi un’opera “caravaggesca”. Ma, come le ho già detto, …in movimento. Stessa poca luce, dove domina lo scuro, i colori pastello, i volti, i corpi, i nostri magnifici luoghi…Con l’aggiunta del messaggio più tipico e più profondo dei film di Michelangelo. Semplicemente pura emozione”.

-Come è nata la vostra amicizia?

"Nel 2007 ero sindaco di Alessandria del Carretto, paesino della provincia di Cosenza, Michelangelo e la sua troupe a quell’epoca facevano base in paese per gli studi e le riprese del film “Le quattro volte”, il film che poi vinse al Festival di Cannes. Ricordo che si presentò a me con tale educazione e gentilezza tanto da rimanerne sin da subito ammaliato. Gli diedi subito la mia massima disponibilità. E gli assicurai che avrebbe avuto dalla sua parte tutta la mia gente, l’intera popolazione alessandrina. Da lì a poco il nostro rapporto si trasformò in vera stima e amicizia".

-Racconta Michelangelo che un giorno lei lo costrinse ad andare in campagna…

“È verissimo. Istintivamente mi venne in mente di fargli conosce alcuni particolari luoghi montani della mia terra, e fra questi l’Abisso di Bifurto e poi San Lorenzo Bellizzi. Intanto era nata fra di noi una amicizia sincera, e questo nostro rapporto ci ha aiutato in questi ultimi anni, ad andare per grotte, montagne e pareti rocciose del meridione d’Italia. E tutto in perfetta sintonia. Abbiamo respirato insieme la stessa aria di casa, abbiamo incontrato e conosciuto profondamente bene i luoghi e le persone che quei luoghi frequentavano. Abbiano diviso rischi e sacrifici notevoli, aiutandoci l’uno con l’atro, scambiando idee e pareri. Ma abbiamo anche vissuto insieme straordinari momenti di pura goliardia”.

-Quante difficoltà avete trovato durante la fase delle riprese?

"Tutti lo sanno ormai, i film di Michelangelo prevedono una lunga serie di studi e di prove sul campo. Andare quindi per più anni per grotte, montagne e pareti rocciose è stato certamente bellissimo, ma ha comportato tanta fatica e notevoli rischi. Essendo poi Michelangelo, per nostra fortuna, un regista “realista”, ma anche perfezionista, dovevamo obbligatoriamente toccare con mano quei luoghi che sarebbero poi diventati un set cinematografico. A volte non avevano soluzioni alternative, per capire e toccare con mano bisognava immergersi dentro gli anfratti della terra".

-Lavoro duro insomma?

“A volte pesantissimo. E questo, per ovvie ragioni, ha comportato molto impegno, tantissima fatica e il pieno coinvolgimento di amici speleologi, alpinisti, gente comune ed Enti di vario genere. Raggiungere ad esempio i 683 metri di verticale profondità dell’Abisso di Bifurto, se pur con le fondamentali norme di sicurezza, non è stata cosa da poco. Come non è stata cosa da poco girare per quelle altissime pareti rocciose delle Gole del Raganello”.

-Michelangelo si definisce ormai un “sallorenzano” puro, ma perchè?

“Semplicissimo. Il piccolo paese di San Lorenzo Bellizzi, siamo sempre in provincia di Cosenza e al centro dei monti del Pollino orientale, è innanzitutto un luogo da favola, dove la natura ha nel corso delle ere creato uno dei paesaggi in assoluto più belli e più affascinanti d’Italia. A tutto questo va aggiunto che l’uomo, sin dalle più antiche epoche preistoriche lo ha in parte e ben plasmato in base alle sue esigenze. Gli attuali “sallorenzani” non sono altro che il frutto di tutto questo: gente fiera, onesta, lavoratrice, ospitale, accogliente, di grande cuore”.

-Raccontata così sembra quasi una favola moderna, non crede?

“Ma lei crede davvero che uno come Michelangelo Frammartino, con la sua storia e la sua esperienza, non si accorgesse della bellezza di questi luoghi e non se innamorasse a prima vista? È accaduto così che, a partire dal 2013, per tutta la durata delle lunghe fasi di studio e delle prove film, tutti noi siamo stati accolti dai sallorenzani, coccolati e persino curati. Il resto è venuto da sé. Non è un caso, infatti, che il paese venne scelto nel 2019 come campo base per tutti i tre mesi delle riprese del film e, insieme a molti suoi abitanti, anche come set cinematografico. Del resto, il suo centro storico e il maestoso paesaggio che lo circonda si prestano molto bene alle scenografie cinematografiche necessarie alla storia di Michelangelo. Mi creda, è stata quasi imbarazzante la disponibilità dimostrata a Michelangelo e alla troupe da tutta la popolazione di San Lorenzo, ma anche dalla stessa Amministrazione Comunale, in primis vorrei ricordare qui il sindaco, l’ingegnere. Antonio Cersosimo, che non posso anch’io non ringraziare con grande affetto personale. Ecco perché Michelangelo si definisce “sallorenzano”. Ma sono “sallorenzano” anch’io ormai, a tutti gli effetti, e come lui”.

-Che effetto le ha fatto sentire il tuo nome al Festival del Cinema?

“Ho provato tanta emozione. Immensa felicità, ma non solo per il ruolo personale che io ho ricoperto in tutta questa vicenda. Io penso di aver rappresentato a Venezia tutta quella miriade di amici ed istituzioni che sin dal 2013 hanno dato l’anima e creduto con me alla realizzazione del film di Michelangelo”.

-Lei pensa che sarà ancora possibile nuova avventura cinematografica con lui?

“Sono sicuro fra qualche tempo, presto o tardi ma questo poco importa, riceverò una sua telefonata che mi chiederà di portarlo chissà dove. Chi ha la sua anima, non si ferma mai”.

-Lei è un vecchio speleologo, ma Michelangelo ha imparato a scendere con le corde?

“Non ci crederebbe nessuno, ma ormai Michelangelo è un “animale da grotta”. Non solo sa scendere e salire sulle corde con le tecniche speleologiche, ma sa andare in grotta. Soprattutto sa stare in grotta, che vuol dire anche saper dormire in una grotta così profonda come la nostra. E poi lui sta insegnando a tutti noi, vecchie e giovani speleologi, un altro modo di vedere e capire le grotte. Soprattutto, da buon speleologo, con il film Il Buco ha magnificamente saputo raccontare ed interpretare le grotte e portarle sul grande schermo nel miglior modo possibile. Questo, per noi speleologi, è il suo grande merito storico”.

-Michelangelo non fa altro che dire che il “collettivo” ha vinto ancora. Fra i tanti con cui voi avete lavorato, oggi chi vorrebbe ricordare in maniera speciale?

“Certamente Giovanna Giuliani, altra cara amica, anche lei straordinario “animale da grotta”, ma soprattutto co-sceneggiatrice con Michelangelo. Sin dall’inizio degli studi dei luoghi, dell’idea-film è stata Giovanna con noi a sacrificarsi, a rischiare moltissimo e in prima persona. Una vera forza della natura. Difficile fare il film senza di lei, mi creda”.

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