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Elezioni. Il voto dei cattolici. La linea del cardinale Matteo Zuppi
Da quando è finita la Democrazia Cristiana, a lungo partito di riferimento del mondo vicino alla Chiesa, ad ogni elezione politica si pone l’interrogativo: per chi voteranno i cattolici? Lo abbiamo chiesto ad un giornalista-scrittore, Mimmo Nunnari, che conosce questi temi a fondo per aver scritto decine di saggi sul fermento del mondo cattolico nel Sud del Paese.
di Mimmo Nunnari
Lunedì 19 Settembre 2022
Roma - 19 set 2022 (Prima Pagina News)
Da quando è finita la Democrazia Cristiana, a lungo partito di riferimento del mondo vicino alla Chiesa, ad ogni elezione politica si pone l’interrogativo: per chi voteranno i cattolici? Lo abbiamo chiesto ad un giornalista-scrittore, Mimmo Nunnari, che conosce questi temi a fondo per aver scritto decine di saggi sul fermento del mondo cattolico nel Sud del Paese.
Se si affronta la questione dal punto di vista della morale naturale e della dottrina sociale cristiana, difficilmente, attualmente, si possono fare accostamenti a partiti e movimenti presenti sulla scena politica.

Le ideologie e i programmi, di ciascuna forza, non sono tali da garantire tutto ciò che per una coscienza cattolica, deve essere garantito. Ragione per cui, scisso il binomio “religione e politica”, è difficile immaginare che ci possa essere oggi un’unità politica dei cattolici, almeno con riferimento agli appuntamenti elettorali nazionali. Tuttavia, il mondo cattolico, che si compone di alcuni milioni di persone, pur soffrendo di “mal della politica”, vota.

Ma come vota, se vota? Perché, chiaramente, si può anche avanzare l’ipotesi che l’esercito cattolico possa far parte di quella ormai maggioranza di elettori che si astiene. La Chiesa, un tempo molto coinvolta nella politica, da tempo si limita soltanto a orientare gli elettori, magari raccomandando, indirettamente, nel rispetto della pluralità, distanza da partiti e movimenti che con più evidenza ripudiano i principi morali e religiosi, di cui il cattolicesimo è depositario e difensore.

Niente indicazioni di voto, dunque, tantomeno gradimento alle “salvinate” che, secondo alcuni prelati, hanno soltanto il significato di “interessi beceri”. Il “credo laico” del leader leghista che ostenta simboli religiosi ha dato molto fastidio Oltretevere, anche se, com’è nello stile della Chiesa, si è preferito evitare ogni giudizio, per non dare ulteriore visibilità alla strategia salviniana, di uso strumentale della fede. Si sa poi che papa Francesco non vuole, in alcun modo, “immischiarsi” nelle elezioni, e che si limita a chiedere soltanto “responsabilità” ai politici. Il pontefice, il più politico di tutti i suoi predecessori, invita semmai a pregare perché “la responsabilità politica sia vissuta a tutti i livelli come forma alta di carità”.

La parola d’ordine che parte da Santa Marta è una sola: neutralità. Nessun intervento, dunque, della Chiesa o presa di posizione, se non sui valori. Questa è anche la linea della Conferenza episcopale italiana presieduta dal cardinal Matteo Maria Zuppi. L’arcivescovo di Bologna è stato chiarissimo al meeting dei cattolici a Rimini: “I cattolici devono guardare al bene comune, dunque la politica sia amore politico e non convenienza, o piccolo interesse. Credo che sia una grande indicazione per tutti, anche pensando al nostro immediato futuro".

Zuppi, pur evitando logicamente riferimenti a leader e a schieramenti, ha parlato di nazionalismi: “Non servono alle comunità. Sono slogan vuoti, che polarizzano le posizioni, magari brandendo una parola d'ordine o un simbolo: sono sempre negativi, nefasti”. Resta in campo, in ogni caso, l’invito della Chiesa ai cattolici a non “sottrarsi all'impegno sociale e politico”, come ha più volte ripetuto il segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin. Ma la politica può fare a meno dei cattolici? E loro, i cattolici, che cosa possono fare in questo particolare periodo storico?

Fabio Pizzul, giornalista e scrittore che ha guidato l’Azione Cattolica di Milano dal 2002 al 2008, ha scritto un libro su questi temi, dal titolo provocatorio: “Perché la politica non ha più bisogno dei cattolici" (Edizioni Terra Santa), con cui spiega perché è importante portare i valori cattolici e del Vangelo all’interno della società, sostenendo che il ruolo dei cattolici non è quello di essere schierati, da una parte o dall’altra, ma di essere in condizione di offrire un contributo che possa essere condiviso in chiave costruttiva da tutti. Se si guarda alla politica di oggi, che sembra essere fatta solo d’insulti reciproci, e della ricerca dello scontro a tutti i costi, certo i cattolici sono poco funzionali, ragiona Pizzul, ma se invece c’è l’idea di dover tornare a una politica che si occupa del bene comune, tenta di ragionare, e di costruire il futuro, è capace di generatività, allora il discorso cambia e lo spazio e la rilevanza dei cattolici può essere determinante.

Il “genio” della Dc, se così lo si può definire, consisteva nel suo essere più che un partito cattolico, nel senso proprio, un movimento politico capace di raccogliere diversissime sensibilità che riuscivano a dare ragione della diversità di approcci del mondo cattolico, andando molto oltre l’identità cristiana. Il fatto è che oggi, più che in passato, sostiene Pizzul, il mondo cattolico sembra essere diventato terreno fertile per scorribande di uomini di potere, pronti a strumentalizzarlo, trascinandolo su posizioni lontane dal Vangelo.

Posto che finita la DC non si può più pensare che ci possa essere un partito che in nome dell’ispirazione cristiana possa raccogliere l’elettorato cattolico, è però innegabile che la marginalità dei credenti, nel rapporto tra cattolicesimo e politica, apre prospettive nuove, tutte da esplorare. Quali possono essere? L’opinione di Fabio Torriero, docente di comunicazione politica, autore del saggio: “Il futuro dei cattolici in politica” (Giubilei Regnani editore) è che si può tornare a parlare di credenti impegnati in politica, a condizione però di superare i loro difetti endemici: “Il privatismo, l’incapacità di fare sistema al momento giusto, la sindrome guelfa, ovvero la sudditanza ai vescovi e al clero”.

Forse, considerato il declino generale della politica, più che soltanto sui cattolici, bisognerebbe fare un approfondimento, in generale, sui temi di questo decadimento, richiamando la responsabilità dei cattolici sulla questione che si è creata. Il tema, con chiarezza, lo aveva affrontato anni fa padre Bartolomeo Sorge, che fu acuto politologo oltre che uomo di primo piano della Chiesa, molto ascoltato e con molto seguito. In un editoriale per la rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica, da lui a lungo diretta, aveva scritto: “La politica continua ad essere la grande ammalata del nostro Paese. Non si è ancora ripresa dalla depressione in cui l’hanno gettata la crisi delle ideologie, la partitocrazia, tangentopoli, il patto perverso tra mafia, affari e poteri pubblici, e di fronte a ciò i cristiani non possono restare spettatori passivi, ma si devono sentire obbligati a darle quel supplemento d’anima di cui ha bisogno, soprattutto a restituirle la necessaria tensione ideale e a rinsaldarne il fondamento etico e culturale”.

Nell’editoriale padre Sorge indicava quelli che dovrebbero essere gli atteggiamenti caratteristici che specificano lo stile cristiano di agire politicamente: “La libertà, il coraggio e la gratuità”. Forse, concludeva: “Lo stile cristiano di fare politica può apparire utopia; eppure, la Chiesa, che lo trae dall’insegnamento evangelico, sa che è possibile”.

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