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Giustizia & Giornalismo, Raffaele Malito: “Guai a dimenticare il Caso Tortora. Fermiamoci tutti per favore”
I grandi giornali dedicano sempre più spazio oggi ai temi della giustizia e al rapporto spesso ombelicale e “malato” che esiste tra talune testate giornalistiche e talune procure della Repubblica. “Fermiamoci tutti a riflettere” dice in questa analisi serrata e coraggiosa uno dei giornalisti storici della RAI in Calabria, Raffaele Malito, autore fra l’altro di un saggio di grande successo sulle vicende politiche del senatore socialista Sisinio Zito.
di Raffaele Malito
Mercoledì 09 Giugno 2021
Roma - 09 giu 2021 (Prima Pagina News)
I grandi giornali dedicano sempre più spazio oggi ai temi della giustizia e al rapporto spesso ombelicale e “malato” che esiste tra talune testate giornalistiche e talune procure della Repubblica. “Fermiamoci tutti a riflettere” dice in questa analisi serrata e coraggiosa uno dei giornalisti storici della RAI in Calabria, Raffaele Malito, autore fra l’altro di un saggio di grande successo sulle vicende politiche del senatore socialista Sisinio Zito.
di Raffaele Malito

Io non penso sia casuale e irrilevante che il clamore delle scuse e del pentimento di Luigi Maio per le esagerazioni forcaiole gridate contro il sindaco di Lodi, Simone Uggetti, pienamente assolto, dopo cinque anni di gogna, sia stato spento e sigillato solo dopo qualche giorno. Pagina rapidamente chiusa: sbrigativa, facile e comoda la scelta di chiudere e restringere la vicenda alle pulsioni oltranziste del giustizialismo dei Cinque Stelle. E chi sono stati, e ancora sono, i protagonisti di trenta anni di quella canea giustizialista che ha esibito sulla graticola giudiziaria tanti personaggi delle vita politica e no, poi assolti, frantumando, così, lo Stato di diritto? Non sono quelli che linciavano mediaticamente- non con i social che non c’erano, ma con i fax- Antonio Bassolino, assolto diciannove volte in diciannove processi, che godevano degli schiavettoni ai polsi del democristiano Carra, della bava sulla bocca di Forlani, delle monetine e degli insulti a Craxi, delle retate notturne ordinate dai PM per la caccia alle prove della corruzione, rivelatesi inesistenti e insufficienti, come è successo a Ottaviano Del Turco?

I protagonisti di quel mondo di barbarie hanno cambiato pelle o vestito e, perciò, tacciono lasciando solo ai Cinque Stelle la parte dei forcaioli, manettari e il merito di aver raccolto e messo a frutto la semina. Ma le colpe, come è evidente, non sono solo di quelle parti politiche che hanno strumentalizzato e speculato su quei fatti che nascevano dalla rivoluzione giudiziaria tentata e interpretata da alcuni magistrati in pieno delirio di onnipotenza. Si sono dimenticati gli orrori del caso Tortora, con annessa promozione dei magistrati che ne sono stati gli autori? O la kafkiana vicenda di Calogero Mannino, per anni in galera innocente, da decenni ancora nel mirino di magistrati che non accettano le molte assoluzioni che hanno smontato i teoremi di accusa?

Ma grave è la responsabilità di quei giornalisti alla Travaglio che sono al laccio della pubblica accusa e scambiano la libertà di stampa con la produzione di fotocopie con i testi delle intercettazioni e il rinvio a giudizio con una condanna definitiva.

Sono quella genia di giornalisti che hanno creduto o fatto credere a tutto, che hanno santificato come un eroe dei talk show Piercamillo Davigo, il magistrato che ha sostenuto che gli innocenti sono solo colpevoli che l’hanno fatta franca; lo stesso magistrato che ha diffuso, violando ogni regola, a destra e manca, il verbale secretato dell’affaire Amara.

Sono quei giornalisti che hanno finto di credere al bacio tra Riina e Andreotti, negato in giudizio, hanno amplificato senza ritegno, senza riserve critiche, le accuse ad una schiera infinita di personaggi, tutti assolti: Penati, Cota, Storace, Vasco Rossi, Clemente Mastella e Sandra Lonardo, Raffaella Paita, Nicola Cosentino, l’ex-sindaco di Parma Vignali, Maroni, Graziano Cioni, Salvatore Margiotta, Fitto, Beppe Sala, Renato Schifani, Ignazio Marino. A queste vicende, comunque dolorose, bisogna aggiungere quelle ancora più gravi e tragiche legate all’insopportabilità della gogna e delle accuse, dei suicidi, prodotti dalle indagini di Mani Pulite, degli imprenditori Gabriele Cagliari e Raul Gradini, del deputato socialista Sergio Moroni.

Altri dati allarmanti sulla malagiustizia: in trenta anni sono state trentamila le persone che hanno sofferto un’ingiusta detenzione senza che nessun magistrato abbia pagato per questo scempio del diritto e della vita degli innocenti. Non serve, dunque, separare la propria responsabilità da quella di Di Maio e soci che hanno nuotato sull’onda giustizialista che gli altri, nel passato lontano e recente, hanno montato e cavalcato.

Siamo in pieno, acceso, difficile confronto politico sulla grande riforma della giustizia. È in gioco la democrazia e la libertà dei cittadini. E’ in buone mani: quelle della ministra Marta Cartabia che ha molto onestamente riconosciuto: “il rapporto di fiducia tra magistratura e collettività è entrato in crisi e va ripristinato forte. Qualcosa si è guastato, occorre rilegittimare l’ordine giudiziario davanti ai cittadini.” Dal 2011 ad oggi questa fiducia è crollata, secondo più sondaggi, di trenta punti. Oggi è al 34 per cento. Che cosa c’è da aggiungere di più?

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