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“Il Buco” dopo il trionfo al Festival di Venezia, Pino Nano incontra Michelangelo Frammartino. Un’icona del cinema.
Esordisce così Alberto Barbera, Direttore del Festival del Cinema di Venezia: “C’è voluto tantissimo per realizzare quest’opera che ricostruisce con grande rigore, senza dialoghi e senza musica, l’impresa di un gruppo di speleologi piemontesi. Cura maniacale del suono, immagini di Renato Berta straordinarie. Non aggiungo altro, perché voglio che scopriate da soli la bellezza di questo film che ha la purezza di un diamante”.
di Pino Nano
Martedì 21 Settembre 2021
Roma - 21 set 2021 (Prima Pagina News)
Esordisce così Alberto Barbera, Direttore del Festival del Cinema di Venezia: “C’è voluto tantissimo per realizzare quest’opera che ricostruisce con grande rigore, senza dialoghi e senza musica, l’impresa di un gruppo di speleologi piemontesi. Cura maniacale del suono, immagini di Renato Berta straordinarie. Non aggiungo altro, perché voglio che scopriate da soli la bellezza di questo film che ha la purezza di un diamante”.
Per la grande famiglia di Rai Cinema è un momento solenne e di grande festa generale. Paolo Del Brocco, Amministratore Delegato di Rai Cinema, ma soprattutto intellettuale sofisticato e grande conoscitore del pianeta cinematografico più in generale- è stato tra i primi a credere nel progetto di Michelangelo Frammartino. Una sfida comune la loro, assolutamente vincente.

“Il buco di Michelangelo Frammartino – ripete Paolo Del Brocco- mostra immagini mai viste, racconta qualcosa di altro, di lontano da tutto. Un’opera che ci porta in viaggio nelle profondità della terra, spingendosi oltre i limiti geografici e della luce, trasportandoci dentro l’esperienza estrema vissuta dagli speleologi protagonisti di questa avventura accaduta più di 60 anni fa. Un film che ha colpito profondamente il pubblico e la Giuria della Mostra”.

Altrettanto avvolgente e quasi complice il messaggio che Paolo Del Brocco dedica poi personalmente al regista Michelangelo Frammartino.

“Le nostre congratulazioni al regista de “Il Buco” per il coraggio che Michelangelo Frammartino dimostra ogni volta nello sperimentare un cinema puro ed essenziale che riesce a conquistare l’attenzione e la visibilità internazionale. Rai Cinema – aggiunge Paolo Del Brocco- è con lui sin dal suo esordio, certi dell’importanza di sostenere e rafforzare con passione e convinzione una delle nostre linee editoriali principali rivolte alla contemporaneità e alla ricerca”.

A Venezia c’erano Penelope Cruz, Ben Affleck, Antonio Banderas, Paolo Sorrentino, Kristen Stewart, Timotee Chalamet, Zendaya, Audrey Diwan, Matt Damon, John Ar-cilla, Olivia Colman, Jane Campion, Maggie Gyllenhaal, Joe Apollonio, Mona Fastvold, e con loro, sul red carpet del Lido, c’era anche Michelangelo Frammartino, con il suo ultimo film “Il buco”, una produzione Doppio Nodo Double Bind con Rai Cinema. Grande, tra i grandi del cinema internazionale.

Per Michelangelo Frammartino il pubblico in sala presente alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia si alza in piedi, e gli tributa dieci minuti di applausi a scena aperta.

Un trionfo, nel senso più autentico del termine. Ma anche la conferma di una consacrazione ufficiale che viene questa volta dal gotha internazionale del cinema.

Da oggi in poi, dunque, il nome di Michelangelo Frammartino entra di diritto nella storia del cinema. Ma è questo, da sempre, in effetti la Grande Rassegna Cinematografica di Venezia.

Chiamato sul palco per ricevere il suo prestigiosissimo riconoscimento, che è il “Premio Speciale della Giuria del Festival”, il cineasta italiano con evidente emozione ad un certo punto si lascia scappare dal cuore la parola “Calabria”.

In realtà, dietro il trionfo del suo film in concorso, “Il Buco”, c’è tantissima storia calabrese. C’è forse anche una parte importante della sua vita privata, lui milanese di nascita, ma figlio di emigrati calabresi che negli anni ’60 lasciano il loro paese di origine, Caulonia, Locride, estremo Sud della Calabria, proprio in fondo allo stivale, a due passi dal mare dove vennero ritrovati i due bronzi di Riace, per sbarcare a Milano.

E non a caso il suo film si apre proprio con l’immagine possente del più alto grattacielo di Milano che lui spiega così: “Anche questa è realtà. “Il buco” racconta com’era l’Italia in quel momento storico, protesa verso la rinascita. Mio papà arriva a Milano, esce dalla stazione e la prima cosa che vede è quel grattacielo. Ma lui e mamma rimangono una famiglia calabrese e io da sempre parlo contento il dialetto”.

-Michelangelo aveva messo in conto un Premio così prestigioso?

“Io devo dire, francamente, credevo che il film finisse in una sezione parallela. Perché è un film che si misura con il buio, scandito da durate e da pause di silenzio che possono forse deludere le aspettative del pubblico. Questo significa che la sezione principale, nonostante la gratitudine per Alberto Barbera e per il suo staff, che ci ha fortemente voluto a Venezia, ci creava qualche dubbio. Noi alla fine ci siamo fidati di lui, del suo intuito e della sua genialità, e a questo punto devo dirti che aveva ragione lui nel dirci che non potevamo non esserci. Ovviamente, figuriamoci se ci aspettavamo un premio! Un premio così no. Sicuramente, no”.

- A Venezia si incontra il grande cinema mondiale. Posso chiederle a chi pensa in particolare quando ha da indicare il nome di un grande regista?

“Il mio punto di riferimento vero e concreto, che ho incontrato e conosciuto, il cui nome non ti dirà forse molto ma a Milano se ne parla tantissimo, è Paolo Rosa che nel 1982 fonda a Milano “Studio Azzurro”, un gruppo di artisti dei nuovi media, un collettivo straordinario, e per me Paolo è stato veramente un maestro che ho avuto la fortuna di conoscere in anni in cui Milano non mi sembrava molto interessata e attratta dal nostro modo di fare cinema. Poi è chiaro che se parliamo di cinema in senso stretto tutti abbiamo un grandissimo faro per fortuna che è Roberto Rossellini. Per me il cinema di Roberto Rossellini è stato, e continua ad essere, un grandissimo punto di riferimento. E poi c’è Vittorio De Seta, il nostro Vittorio De Seta, che ha fatto delle cose meravigliose, indimenticabile “I dimenticati”, il suo film girato e interamente dedicato ad Alessandria del Carretto. Vittorio De Seta aveva una grande capacità, che era quella di trasformare in realtà i suoi lavori. Nei suoi film tocchi con mano la materia, una cosa davvero straordinaria”.

-Michelangelo, come nasce in realtà questo progetto?

“Nel gennaio 2007, il sindaco del paese calabrese dove stavo girando Le quattro volte che era Alessandria del Carretto, mi ha portato a fare un giro del Pollino. “Devi vedere le meraviglie di queste montagne!”, mi dice. Mi porta allora in una dolina, che è una cavità di origine carsica, dovuta direttamente all'erosione delle rocce calcaree da parte delle acque filtranti, dove si intravvedeva un taglio nel terreno. Ero perplesso, deluso. Il sindaco, invece, entusiasta e fiero, gettato in quel vuoto un grosso sasso. Che viene inghiottito dall’oscurità. Il fondo era così profondo che non si vedeva né si sentiva nulla. Quella scomparsa, quella mancanza di risposta, almeno il rumore dell’impatto con il terreno sottostante, mi provoca un’emozione fortissima. Quello strano posto mi è rimasto impresso, richiamandomi a sé anni dopo, per osservarlo meglio, indagarlo, interrogarlo e creare così un progetto possibile, e soprattutto realizzabile nel buio silenzioso dell’Abisso del Bifurto”.

-Come mai sul palco di Venezia ha ringraziato anche uno speleologo?

“L’idea de “Il buco” è nata intanto perché ci sono degli speleologi calabresi, non sono molti ma ci sono. Il veterano di questi speleologi, e il vero “custode” dell’abisso di Bifurto, si chiama Nino Larocca (appunto il Sindaco di Alessandria di cui ti parlavo prima). Nino è stata veramente la nostra vera guida reale, non solo spirituale. Nino è anche l’uomo che poi ha rilevato con molta cura e attenzione il Bifurto, cosa che ha richiesto un lavoro enorme. E come guida ufficiale del Parco del Pollino ha un amore infinito per quella terra e quella montagna, che conosce come le sue tasche. Lui ha avuto un grande merito, che è stato quello di aver saputo trasmettere l’amore per la sua terra a me che arrivavo da lontano. Pensa che Nino mi ha accompagnato in tutti i miei viaggi all’interno di questo sistema carsico, cosa che nessuno avrebbe potuto fare meglio di lui. Quello che lui ha fatto per me e per tutti noi è davvero impagabile. Non potevo non dirgli grazie a Venezia. Era un debito molto grande nei confronti di Nino”.

Il suo film premiato a Venezia è ambientato nel cuore del boom economico degli anni Sessanta in Italia, e racconta il viaggio di un gruppo di giovani speleologi che lasciano Torino e si trasferiscono in Calabria per esplorare la grotta più profonda d’Europa.

Siamo nel cuore più antico del Parco del Pollino. Arrivati in Calabria, questo gruppo di speleologi scopre, sotto lo sguardo di un vecchio pastore, unico testimone del territorio incontaminato della zona, un salto nel vuoto di almeno 700 metri di profondità. È la conferma che cercavano. Avranno a che fare con una delle grotte più profonde del mondo, che ha un nome stranissimo, l’Abisso del Bifurto.

La gente del luogo molto più semplicemente qui la chiama anche “La fossa del lupo”. Occupa il quarantesimo posto nella graduatoria delle grotte più profonde del mondo ed è, secondo gli speleologi, una delle cavità più difficili dell’intero Mezzogiorno. Grotta profondissima ma dove fiorisce tutto l’anno la superba Peonia maschio, la rarissima “Paeonia mascula ssp. Russoi”del Pollino.

Michelangelo Frammartino, della “sua” grotta, conosce ormai centimetro per centimetro, anfratto dopo anfratto, cavità dopo cavità, corsi d’acqua e cespugli, spigolosità e insidie verificate e provate in prima persona con le proprie mani e il proprio corpo, scendendo e risalendo attraverso il “buco” mille volte mille, imbracato nel silenzio della terra, quasi felice di questa condizione di isolamento acustico assoluto dal resto del mondo, lontano anni luce dalla vita che gli ruota attorno.

Intellettuale erudito, affabulatore di grande fascino, moderno e antico insieme, storico del cinema italiano, più poeta che cineasta, più scrittore che regista, arcaico filosofo della contemplazione, amante dell’odore della terra, affascinato dal buio, e proiettato in una dimensione onirica di cui solo lui forse ha perfetta percezione, il grande “autore” vive oggi questa stagione della sua vita come un tuffo nel passato. Ne parla al presente, ma lo fa con una emozione in corpo che ti trasmette e che si coglie a piene mani, con una dovizia di dettagli e di particolari da meritarsi i galloni di speleologo navigato, perché quel “buco” immenso di San Lorenzo Bellizzi gli appartiene fino in fondo.

La grotta come esaltazione del “collettivo”, del gruppo, della squadra, dello stare insieme. La grotta come catarsi. La grotta come liberazione. La grotta, come purificazione dello spirito e del corpo, appesantito dalla fuliggine della vita quotidiana. La grotta come il più grande incontro della sua vita.

Pochi giornali lo hanno scritto, ma “Il buco” di Michelangelo Frammartino a Venezia, oltre che Premio Speciale della Giuria, ha avuto anche un secondo prestigioso riconoscimento, il 'Green Drop Award' 2021 di Green Cross Italia.

Il premio, la goccia di vetro di Murano realizzata dal maestro Simone Cenedese, in occasione della sua decima edizione, è stato consegnato da Lino Banfi, nella Sala della Fondazione dello Spettacolo alle produttrici della pellicola Piera Boccacciaro e Chiara Cerretini di Doppio Nodo Double Bind, con una motivazione che farebbe inorgoglire e commuovere anche il cineasta più scontroso e introverso del mondo: “A Michelangelo Frammartino per il rigore con cui descrive la grandiosa bellezza della natura, conducendo la rappresentazione su un piano quasi mistico, che riesce a coniugare il viaggio nelle viscere della Terra al percorso della vita; e per la capacità di rendere poeticamente il senso del tempo, conferendo significato allegorico all’esplorazione di un abisso nel Sud italiano e l’edificazione, nel Nord, del grattacielo simbolo di una nuova era”.

La parte più complessa del film è stata la luce. Illuminare una grotta come l’Abisso del Bifurto sembrava all’inizio un’impresa impossibile agli umani. Ma la luce, in un film, è come l’aria che si respira. Se non sei bravo, rischi di rovinare tutto il resto. C’era una sola soluzione possibile, trovare uno straordinario direttore della fotografia. Michelangelo allora chiama, e Renato Berta risponde.

“Ciò che vedevamo ci era rivelato dalle scoperte degli speleologi che hanno fatto il film con noi. Renato Berta è stato bravissimo. Ha costruito le luci dei caschi e ci ha seguito dalla superficie chiuso in una sala buia davanti a uno schermo, ascoltandoci in cuffia, mentre noi scendevamo con le macchine da presa fino a quattrocento, cinquecento metri di profondità. Ci sembrava di parlare già con uno spettatore futuro. All’interno delle grotte il tempo si ferma e si entra in una dimensione “altra” e Renato ha fatto del nostro film una fotografia stupenda. A seicento metri di profondità non c’è né il giorno-né la notte. Così è anche per la temperatura, i cambiamenti termici che regolano il nostro corpo e che rappresentano i nostri riferimenti quotidiani non sono gli stessi di quando tu sei fuori all’aria aperta. Laggiù è il buio in tutti i sensi, e Renato Berta ha dato anima e corpo alla nostra montagna e al nostro buco. Vivere laggiù è vivere in una dimensione lunare, con la temperatura sempre costante, e qualcosa tu senti che accade dentro di te anche a livello fisico. Si ha la sensazione di essersi calati nel buio da due ore, quando invece ne sono passate dieci. In fondo all’Abisso, si vive uno smarrimento temporale che appartiene agli abissi, e Renato, pur dall’esterno, ha saputo farsi partecipe di questo smarrimento, senza condizionarlo, e dosando la luce di conseguenza”.

-Progetti futuri?

“Sono solitamente molto lento, soprattutto nella progettazione. Poiché le idee nascono dal territorio e il confronto con il territorio impegna sempre molto tempo. Ti confesso di stare ragionando su una cosa, anche perché la post-produzione di questo film per via della pandemia è stata molto lunga, ma questo mi ha dato tempo e modo di ragionare sul prossimo passo, e oggi posso dire di aver maturato una sensazione, che dura. In questo momento non è molto di più, una semplice sensazione che mi dice perciò che filmerò ancora a Sud”.

-Quanta Calabria ci sarà ancora nel futuro di Michelangelo Frammartino?

"La Calabria avrà certamente a che fare, ancora una volta, con il mio lavoro. Però ti ripeto, è appena ancora una sensazione".

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