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“Se questa è mafia”, il libro in cui Salvatore Buzzi racconta la sua storia e la sua complessa vicenda giudiziaria
“Se questa è mafia”, Éditions Mincione, 455 pagine (3 capitoli fondamentali attraverso i quali si dipana il racconto di Buzzi, la storia della Coperativa 29 Giugno; il processo; i capi di accusa), non è altro che la ricostruzione che Salvatore Buzzi fa della sua lunga vicenda giudiziaria, che lo ha visto protagonista di primissimo piano a Roma e che con lui ha visto protagonisti indiretti di un intero sistema criminale famosi personaggi della politica e della vita amministrativa della capitale. Un libro pieno di nomi e di dettagli, di domande e di interrogativi ai magistrati che lo hanno indagato e condannato. Curato da Stefano Liburdi, abbiamo deciso oggi di pubblicare la nota introduttiva che lo stesso Liburdi fa al “romanzo” di Salvatore Buzzi
di Stefano Liburdi
Martedì 24 Novembre 2020
Roma - 24 nov 2020 (Prima Pagina News)
“Se questa è mafia”, Éditions Mincione, 455 pagine (3 capitoli fondamentali attraverso i quali si dipana il racconto di Buzzi, la storia della Coperativa 29 Giugno; il processo; i capi di accusa), non è altro che la ricostruzione che Salvatore Buzzi fa della sua lunga vicenda giudiziaria, che lo ha visto protagonista di primissimo piano a Roma e che con lui ha visto protagonisti indiretti di un intero sistema criminale famosi personaggi della politica e della vita amministrativa della capitale. Un libro pieno di nomi e di dettagli, di domande e di interrogativi ai magistrati che lo hanno indagato e condannato. Curato da Stefano Liburdi, abbiamo deciso oggi di pubblicare la nota introduttiva che lo stesso Liburdi fa al “romanzo” di Salvatore Buzzi
“2 dicembre 2014 - 22 ottobre 2019. Quasi cinque anni sono trascorsi tra il giorno in cui sono state arrestate 37 persone nell'operazione denominata “Mondo di Mezzo” (e altre 44 arrestate nel giugno 2015) e la sentenza della Corte suprema di Cassazione che ha annullato l'aggravante mafiosa a carico degli imputati, riconoscendo due distinte associazioni “semplici”: quella riconducibile a Massimo Carminati e quella riferita a Salvatore Buzzi.

Nel mezzo 1.784 giorni da recluso in regime di Alta Sicurezza, il carcere duro al quale è stato sottoposto il presunto “mafioso” Buzzi.

Il creatore della cooperativa 29 Giugno, ha finito di scrivere queste pagine alla fine di settembre 2019, cioè pochi giorni prima della sentenza che avrebbe messo la parola fine allo scandalo “Mafia Capitale”. Il libro è rimasto così com'era, senza alcuna modifica, anche dopo che la Cassazione ha ribaltato la sentenza d'Appello, escludendo il reato di mafia.

Questo perché il fine di questo lavoro così intimo (sfoglia pagine di vita) e difficile (perché non è una cosa agevole scrivere e comunicare con l'esterno, quando si è rinchiusi in una cella di Alta Sicurezza), non era quello di scaricarsi dalle responsabilità, che ci sono state eccome.

L'obiettivo era e rimane quello di raccontare una vicenda italiana, e romana in particolare, sollevando tutta una serie di riflessioni e fornendo nel contempo qualche utile risposta.

Buzzi urla la sua non colpevolezza riguardo l'associazione mafiosa. Lui, che fino a due giorni prima dell'arresto aveva ricevuto richieste di ogni tipo da politici e finti amici per poi ritrovarsi da solo quando è scoppiato lo scandalo, le tangenti le ha pagate e nel libro spiega i motivi che lo hanno portato a farlo, ma non ha mai minacciato o intimidito alcuno, né tantomeno lo hanno fatto i suoi compagni di lavoro.

Appare dunque bizzarra, e scorrendo le pagine è svelato nel dettaglio il perché, l'accusa di mafia a persone che altro non hanno fatto che commettere l’errore di adeguarsi a un sistema corruttivo nato molto prima di loro e che è continuato a persistere ben oltre i loro arresti, come i recenti fatti di cronaca hanno raccontato.

Quello di “Mafia Capitale” è stato un processo celebrato sugli schermi televisivi e sulle pagine dei giornali ancora prima che nelle aule del Tribunale. Romanzi, film, 12 serie tv, articoli e libri hanno sbandierato la colpevolezza degli imputati prima delle sentenze dei giudici.

Hanno mitizzato personaggi, estrapolato frasi ad effetto dalle intercettazioni riuscendo a confezionare una “verità” nell'immaginario collettivo, difficilmente smontabile anche nella sede unica dove si sarebbe dovuto tenere il dibattito: il Tribunale Dicevamo delle riflessioni da fare su questa vicenda che questo libro ci stimola, a cominciare dal processo mediatico e dalla pericolosa fuga di notizie dalla Procura.

Ecco un primo aspetto sul quale vale la pena di soffermarsi: come è possibile la stesura di articoli e addirittura libri e poi film, che prendono spunto, per non dire fedeli trascrizioni in alcuni casi, da inchieste ancora in corso, con atti che dovrebbero rimanere segreti?

E poi, e qui mi rivolgo ad alcuni giornalisti, le notizie non andrebbero verificate? O ancora prima almeno lette, se si tratta di documenti?

Sì perché paradossalmente, la prova migliore dell'assurdità dell'accusa di mafia in questa vicenda, si ricava proprio dalla teoria accusatoria. Basta leggere le carte per capirlo.

Chi ha pubblicato libri sulla vicenda (piccoli “bignami” delle carte dei Pm), lo ha fatto senza svolgere alcuna attività di inchiesta giornalistica, limitandosi a riprodurre l'accusa così com'era, piena di controsensi e lacune.

Un'inchiesta, e qui una seconda riflessione, che si basa quasi esclusivamente sulle intercettazioni telefoniche e ambientali usate ad arte per spettacolarizzare l'intera vicenda.

Una frase rubata a una conversazione può fornire una prova certa, in assenza di altri riscontri? Il lavoro di chi ha investigato può avere solide fondamenta solo con le intercettazioni? E poi il solito dilemma sul limite che una società civile dovrebbe avere all'uso di simili strumenti limitativi della libertà individuale.

Salvatore Buzzi ha scontato cinque anni e 18 giorni in Alta Sicurezza prima della pronuncia di una sentenza definitiva.

È ammissibile questo o c'è stato un abuso nell'uso della carcerazione preventiva? Spedire un presunto colpevole al confine con l'Austria in condizioni di duro restringimento, ha reso la società in cui viviamo più sicura? Per non parlare del caso personale e dei suoi affetti più cari, tra cui una bambina, che si ritrovano da innocenti a scontare anch'essi una pena così pesante.

“Se questa è mafia” è un'utile lettura anche per chi guarda a queste vicende con occhio distaccato.

Quello accaduto e raccontato potrebbe in qualche modo capitare a chiunque. Un racconto che avvicina al mondo della cooperazione sociale, praticamente 13 azzerata dopo “Mafia Capitale” vittima della demonizzazione messa in atto da chi ignora, o ha voluto ignorare, quanto di buono fatto in tanti anni da questo tipo di cooperative verso soggetti svantaggiati.

Un libro, dunque, da leggere senza pregiudizi, liberi da condizionamenti che invece hanno indirizzato, fino alla sentenza finale, tutta questa inchiesta. Infine, a conclusione di questo lungo e faticoso lavoro, il mio pensiero e la mia dedica sono per Davide: sarebbe stato bello discutere di questo libro con lui”.





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