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Sedotto e abbandonato. Renzi sempre più solo in Calabria: conoscete la leggenda dell’albero che non produce?
Uno dei più navigati cronisti calabresi, il giornalista Gregorio Corigliano, che ha visto nascere in Calabria Italia Viva e che ha seguito le vicende renziane per lunghi anni, per commentare l’addio dei dirigenti calabresi a Mattero Renzi, usa una vecchia leggenda calabrese, che racconta di un albero che nel momento in cui non può più dare frutti viene allora tagliato per sempre. Analogie e tristezze.
di Gregorio Corigliano
Sabato 03 Aprile 2021
Roma - 03 apr 2021 (Prima Pagina News)
Uno dei più navigati cronisti calabresi, il giornalista Gregorio Corigliano, che ha visto nascere in Calabria Italia Viva e che ha seguito le vicende renziane per lunghi anni, per commentare l’addio dei dirigenti calabresi a Mattero Renzi, usa una vecchia leggenda calabrese, che racconta di un albero che nel momento in cui non può più dare frutti viene allora tagliato per sempre. Analogie e tristezze.
È accaduto che un gruppo di aderenti a Italia Viva abbia lasciato Renzi dopo averne tessuto le lodi fino dal primo momento dalla uscita del senatore di Rignano dal Pd. Non una semplice uscita ma una lode sperticata per dire che Renzi aveva fatto bene ad andarsene.

È accaduto che questo gruppo abbi seguito Renzi alle Leopolde varie facendosi dare caporali di giornata, finanche. È accaduto che si sia cercato di avere incarichi extra e che si siano ottenuti. È accaduto che quando si è alzata la posta chiedendo altro, Renzi non avendo che poco più del 2%, incomprensibilmente, non sia riuscito ad accontentare o ad accondiscendere ai desiderata politici e di governo.

Ed è accaduto che, ingiustificatamente, questo gruppo ed il suo caporale abbia abbandonato, proprio nel momento del bisogno, il proprietario dell’albero!! Non si fa, almeno in queste ore, riteniamo. Senza accampare se e ma…,ma accade anche questo, in Calabria. Quando un albero cade ci sono due possibilità o di reimpiantarlo o di farne legna. La decisione non è semplice.

Se si è affettivamente legati prima di giungere all’uso dell’accetta si va dall’omino che vende il concime e si chiede quale è il più adatto tra il prodotto che può funzionare per far riprendere l’albero. Se affetto non ce n‘è, ecco che arriva il taglialegna e ne fa pezzetti per il caminetto.

E così, nell’un caso c’è la speranza della ricrescita, nell’altro si recita il “libera me Domine”. E dire che spesso il tentativo di riportarlo in vita c’è sempre, specie se si fantastica con l’abbondanza di pere che l’albero potrebbe dare.

Il “farne legna” è l’extrema ratio, perché la speranza c’è sempre. Provare che costa? Un anno di attesa e un po’ di concime? E cosa può essere mai. Soprattutto se si è rivolta una preghiera al Buon Dio. Se trascorso qualche giorno, le radici non rinascono a nuova vita, se il verde non appare, ma il “seccume” predomina, allora si taglia. E si taglia di brutto, pur dopo lunghe coltivazioni, per altro redditizie. In politica è la stessa cosa.

Si sta insieme perché si condivide un progetto, che ha già dato frutti per il contadino e signora, insieme si lotta, si coltiva, si annaffia la terra, si parla, si discute e non certo si abbandona albero e coltivazione. Se si abbandona, si vede che si aveva in animo di farlo: se non mi dà frutto, anziché pere, mi dedico alle arance, che hanno bisogno di tutta un’altra coltivazione. Se si scopre, dopo, molto dopo, e qualche risultato concreto ottenuto, c’è qualcosa che non va.

Non si può dire che il vivo è già morto, dopo che insieme si sono decise cose che portavano, prima, alla convergenza e, tutto di un tratto, alla divergenze, inaspettate, da mai immaginare.

Certo si può non condividere il modo di coltivare, si può scegliere un tipo di concime piuttosto che un altro, si può proporre di cambiare bracciante coltivatore, ma non si può decidere la soluzione finale, quella alla quale non si può porre rimedio. Tutto si può fare, ma un periodo di riflessione, di astinenza non sarebbero stati inutili. Non si taglia di netto e lo si comunica ai quattro venti per dimostrare la propria esistenza in vita (politica). Che si fa, si comincia daccapo? Mica si è ragazzini, mica non si ha un pedigree, mica non si sanno le cose! Uno che dovrebbe dire?

Restituisci quanto hai ottenuto perché ti è stato dato per tirare quella carretta con quella sabbia e con quell’albero. Se non tiri più quella carretta e sicuramente ti accingi a tirarne un’altra, ecco che la restitutio è d’obbligo. Ma non ci sarà, perchè tutti i braccianti agricoli, aspiranti al vice trono(pur potendo avere altre ambizioni) in primis e portatori d’acqua in secundis, aspettano indicazioni se non ordini da che glieli può dare.

Ed il discorso dell’albero e della sua coltivazione non è solo calabrese, perché, si è sostenuto, che la coltivazione è stata ondivaga anche in altri terreni od altra plaghe.

E se poi si fa riferimento a ruoli non avuti in prima e seconda battuta, pur esplicitati, ecco che si tradisce l’aspirazione e l’albero non cresce più definitivamente, almeno l’albero di pero. L’altro frutto deve essere ancora scelto.

Il proprietario del frutteto, sarà lui a dover decidere, se continuare a coltivare senza dar conto, oppure deve decidere coinvolgendo tutti. Solo che quando ha deciso senza coinvolgere nessuno per un albero nuovo, senza farsi dare gli innesti altrui, andava bene, adesso non va più.

Diceva Gilbert Chesterton che la democrazia è il governo dei maleducati, mentre la aristocrazia è il governo degli educati male.

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