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Attenti all’Embargo della cultura

 “In questi anni di infodemia abbiamo assistito a professori allontanati, medici radiati, le cui colpe sono state quella di aver agito in scienza e coscienza; in una società malata atti ordinari sono divenuti azioni eroiche”. In esclusiva  per PPN l’analisi dai toni anche accesi del grande fisiologo romano prof. Massimo Fioranelli.

di Massimo Fioranelli
Giovedì 17 Marzo 2022
Roma - 17 mar 2022 (Prima Pagina News)

 “In questi anni di infodemia abbiamo assistito a professori allontanati, medici radiati, le cui colpe sono state quella di aver agito in scienza e coscienza; in una società malata atti ordinari sono divenuti azioni eroiche”. In esclusiva  per PPN l’analisi dai toni anche accesi del grande fisiologo romano prof. Massimo Fioranelli.

La scuola dovrebbe essere il luogo dove si formano gli uomini e le donne di domani. Purtroppo, oggi, anche la scuola e soprattutto le università subiscono il declino culturale della stessa società in cui vivono. Da luogo di cultura ed innovazione, tempio dell’eresia permanente, le università italiane hanno dato negli ultimi anni il peggio di loro stesse, uniformandosi ad un potere assoluto che ha silenziato informazione e dissenso, in un paese con il più alto indice di analfabetismo funzionale.

In questi anni di infodemia abbiamo assistito a professori allontanati, medici radiati, le cui colpe sono state quella di aver agito in scienza e coscienza; in una società malata atti ordinari sono divenuti azioni eroiche.

Il Prof. Alessandro Orsini sospeso per aver dichiarato la verità storica circa l’espansione della NATO ad est; e così Marc Innaro, corrispondente del TG1 da Mosca, inquisito per aver mostrato la verità. Paolo Nori costretto dal Rettore dell’Università Milano Bicocca, Giovanna Iannantuoni, ad annullare un ciclo di lezioni su Dostoevskij, uno dei più grandi scrittori al mondo, patrimonio dell’umanità intera. Ciclo di lezioni su un uomo che nel 1849 era stato condannato a morte perché aveva letto una cosa proibita. Poi la precisazione ancor peggiore del Prorettore Maurizio Casiraghi: «L'intenzione era di ristrutturare il corso e ampliare il messaggio aggiungendo anche alcuni autori ucraini». Parole che mortificano prima che l’arte e la letteratura, l’umana dignità.

In un clima sempre più tossico per le scelte di libertà, l'università milanese si era recentemente segnalata per un altro episodio poco edificante. Quando il microbiologo Alberto Broccolo aveva detto che «il super green pass è uno strumento politico» ed aveva espresso dubbi sull'efficacia dei booster, il rettorato aveva preso le distanze e minacciato «ulteriori azioni».

L'ex direttore degli Uffizi, Antonio Natali, ha chiesto ai musei di bloccare il prestito di opere alla Russia; Firenze ha già rinunciato a quadri del Rinascimento fiorentino dal museo Puskin di Mosca, ed il sindaco Nardella copre la copia del David di Michelangelo secondo le piu’ tetre tradizioni estremiste. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, epura il direttore d'orchestra Valery Gergiev, perché russo.

Abbiamo così assistito all’embargo di un qualcosa che non è più considerato patrimonio dell’umanità: la cultura. Che tipo di società ci si prospetta se si proibisce ad intere popolazioni l’accesso alla letteratura, alla musica, all’arte? Il mondo non sarà certamente migliore se si proibisce la cultura e si inviano armi. Una sorta di passaporto ideologico-culturale esiste da sempre negli atenei italiani, dove perfino ad un papa (accadde a Joseph Ratzinger alla Sapienza) venne impedito di parlare, con l'allegra adesione del premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi.

Viviamo un periodo surreale ed inquietante in cui non si può salire su un treno, entrare in un ufficio pubblico, accedere all’università, sottoporsi a delle cure se non si possiede un foglio che per disposizione non e’ obbligatorio.

Nella scienza moderna e nella filosofia contemporanea esiste un grande enigma: il LINGUAGGIO umano. Il linguaggio è irriducibile alle leggi che noi conosciamo, ed è comunque fondamentalmente un mistero. Tuttavia, in psicologia il linguaggio e la sua sintassi rappresenta una occasione unica per esplorare non tanto e non solo le capacità comunicative dell’uomo, ma la struttura psicologica generale. Diceva il grande Gabriel Garcia Marques “ Se Dio ha creato il mondo, gli uomini hanno poi creato gli aggettivi e gli avverbi, trasformando un’impresa tutto sommato noiosetta in una meraviglia….”

Per quanto oggi secondario a quello Emotivo, il Quoziente Intellettivo medio della popolazione, che dal dopoguerra alla fine degli anni '90 era sempre aumentato, ha mostrato, nell'ultimo ventennio, un notevole impoverimento, soprattutto nei paesi più sviluppati. In questo declino annunciato, un ruolo fondamentale e’ rappresentato dall'impoverimento del linguaggio e dall’ incapacità di gestire le emozioni. Meno parole, meno verbi, meno aggettivi implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile.

Secondo il grande linguista Tullio De Mauro nel 1976 un giovane conosceva circa 1600 parole; nel 1996 la competenza linguistica si fondava su circa 600 -700 parole; oggi siamo arrivati a circa 300 parole. È un problema? Si, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola.

Vygotskij, il grande linguista russo, ha connesso il pensiero al linguaggio. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare. Il lessico cui siamo abituati in questi mesi è un’occasione per analizzare anche il valore della scienza, della società e della sua decadenza. Dai termini lockdown, coprifuoco, stanare gli asintomatici, ci si rende conto che quello che abbiamo vissuto è la trasformazione di problema sanitario in una pandemia iatrogena e mediatica; un lessico da guerrafondai usato per terrorizzare e reprimere un intera umanità. Tutto questo prosegue oggi con una guerra vera: ma il nemico e’ cambiato. Una sintassi cosi culturalmente ed umanamente miserevole impone una riflessione sui valori fondanti della nostra società e sul ruolo e la decadenza scientifico-culturale della cultura moderna. Una sistematica demistificazione di tutto ciò che riguarda la verità, non può che essere pericolosa per la collettività. Tutti i regimi totalitari hanno usato un linguaggio scarso di parole e di sintassi perché’ senza le parole non esiste pensiero, riflessione e quindi pensiero critico. Senza un linguaggio articolato, il nemico e’ sempre fuori di noi, ed il mondo si divide in buoni e cattivi.

Secondo lo storico Luciano Canfora uno dei compiti dell'insegnamento dovrebbe essere quello di fornire degli 'anticorpi ' rispetto alle ' mode '. Vale a dire trasmettere contenuti e 'stili di pensiero' che allontanino gli studenti dal "rumore esterno" consentendo di guardare alla realtà con spirito critico.

Ma se questa è l’università gli studenti non potranno che essere plasmati su questo modello culturale. Ad eccezione di un 20 % di ragazzi preparatissimi, su cui si fonda la speranza di un futuro migliore, esiste un manipolo di “scappati di casa” che sfrutta i cavilli di un sistema burocratizzato per avallare la loro improbabile preparazione. Studenti che vivono passivamente le quotidiane tragedie, avvolti in una psicopannichia in cui è  piombata la nostra società, sostenuta da un sistema informativo criminale.

Alla richiesta di una verifica orale dopo un compito scritto scoppia una sorta di guerra di religione.

“Ci troviamo, con la presente, costretti a segnalare ai vertici dell’Università…. una situazione alquanto spiacevole venutasi recentemente a creare… Chi vi scrive è un collettivo composto da alcune decine di studenti che, dopo aver regolarmente svolto la certificazione scritta del corso summenzionato …ha ricevuto a sorpresa la convocazione a una seconda prova orale “di integrazione” ... Innanzitutto si pone un problema di coerenza: attraverso un esame orale si vorrebbe certificare il grado di preparazione dimostrato in un esame svolto in forma scritta. Ci pare evidente che le modalità di preparazione di un esame scritto a scelta multipla divergano sostanzialmente dalle modalità di preparazione di un esame orale… Si pone poi un problema di trasparenza e meritocrazia…Visto quanto sopra, ribadiamo la nostra opposizione a svolgere un esame integrativo a nostro avviso non meritocratico, discriminante, incoerente nella forma e nella sostanza rispetto agli obiettivi supposti…Seguono varie minacce…

Cordialmente,

Collettivo studentesco”

Questi giovani senza più dignità, senza gli strumenti in grado di affrontare le vere sfide della vita, dopo essersi fatti violentare da uno stato oppressivo, hanno disertato le piazze ove avrebbero potuto esprimere il loro dissenso; ma per un voto in più formano istantaneamente un collettivo studentesco perché’ insicuri della propria preparazione. Purtroppo, non percepiscono che un confronto orale arricchisce lo studente ed il docente, e rappresenta un utile occasione per accrescere le proprie competenze.

Cari ragazzi, anche voi, forse, un domani, al pari di un ragazzo di Avellino, ministro degli esteri per grazia ricevuta, andrete in piazza, digiuni di storia e con il sorriso degli stolti sul volto, ad applaudire un fantoccio che invoca il blocco dello spazio aereo della sua nazione, passaggio necessario alla terza ed ultima guerra mondiale. Siete l’emblema dell’italiano medio che va a manifestare per i diritti di un altro popolo, ma non per quella libertà che il proprio paese ha definitivamente perduto insieme al vostro futuro.

"Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All' umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di

destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.

 

“In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco".(Pier Paolo Pasolini)


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