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Luciano Violante, Processo alla Politica, durissima requisitoria contro gli errori e l’arroganza del potere
“Insegna Creonte” l’ultimo libro di Luciano Violante, presentato a Roma nella Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, da Alberto Castelvecchi, docente della Luiss, e da Padre Vincenzo D’Adamo, protagonisti Marta Cartabia e Luciano Violante.
di Pino Nano
Giovedì 10 Giugno 2021
Roma - 10 giu 2021 (Prima Pagina News)
“Insegna Creonte” l’ultimo libro di Luciano Violante, presentato a Roma nella Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, da Alberto Castelvecchi, docente della Luiss, e da Padre Vincenzo D’Adamo, protagonisti Marta Cartabia e Luciano Violante.
È stata Marta Cartabia, Ministro della Giustizia, la vera protagonista della manifestazione ufficiale di presentazione dell’ultimo libro di Luciano Violante, già Presidente della Camera dei deputati, e intellettuale tra i più seguiti e affascinanti della sinistra italiana. Il titolo del libro è “Insegna Creonte – Tre errori nell’esercizio del potere. Quando il leader diventa prigioniero della propria arroganza”, (il Mulino Editore), un libro che nasce dall’esperienza politica del Presidente Luciano Violante, e che ha attraversato fasi particolarmente intense della recente storia repubblicana.


Dal dopo Moro alla fine della Guerra fredda, da Tangentopoli a Maastricht, dai crimini dei terrorismi alle stragi di mafia, dalla scomparsa di un intero ceto politico all’affermazione di nuove formazioni, Violante individua quegli errori che sono apparsi più gravi degli altri: aprire un conflitto che non si è capaci di governare, sopravvalutare le proprie capacità, essere arroganti.

“Hanno la loro radice comune -spiega con grande lucidità il vecchio intellettuale comunista- nella illusione della onnipotenza, che è il morbo dell'attività politica e che Creonte, nella lettura dell'Antigone come tragedia di un potere che si autodistrugge, incarna in maniera esemplare”.

Perché Creonte? Il libro di Violante lo spiega in maniera davvero magistrale. “Creonte è' una figura potente, tutt'altro che fredda: in lui c'è linearità e consequenzialità logica e psicologica che culmina in quell'esplosione paterna e umana di fermezza e di disperato dolore davanti al cadavere della figlia e della moglie.

- “Oh mente mia dissennata di errori miei ostinati, di insensata mia volontà!”
- “Figliolo mio, tu sei morto, per la demenza mia!”
-“Madre infelice……non so verso chi dei due debba rivolgermi!”
-“Tutte le mie cose vacillano!”
-“ Tutta la mia vita cade sotto la sorte pesante che mi ha colpito!” .

C’è un concetto fondamentale che attraversa il saggio di Violante dall’inizio alla fine, “L'errore – spiega il vecchio magistrato- occupa uno spazio centrale nella politica”. Cosa significa? Anche qui Violante non si smentisce, anzi conferma la lucidità e la determinazione con cui in tutti questi anni l’ex Presidente della Camera ci ha abituato alle sua analisi più impietose: “L'attività politica -spiega- è costituita da decisioni, che sono campi fertili per l'errore; si svolge, inoltre, all'interno di una quotidiana competizione senza regole, nella quale è necessario evitare errori propri, e utile scoprire quelli degli altri”.

E qui la “confessione”, questa volta pubblica e plateale, che riporta al centro del dibattito la serietà e la straordinaria trasparenza intellettuale del personaggio: “Questo libro -racconta Violante- nasce dalla mia esperienza parlamentare, recente iniziata nel 1979. Ho avuto la fortuna di attraversare fasi particolarmente intense della storia repubblicana, dal dopo Moro alla fine guerra fredda, da Tangentopoli a Maastricht, dai crimini dei terroristi alle stragi di mafia, dalla scomparsa di un intero ceto politico, all'affermazione di ceti politici del tutto nuovi. Ho assistito a molti errori, ne ho commesso alcuni, ne ho evitato altri”.

Per lunghi mesi, ricordo, all’interno del “palazzo” ci si chiese come mai, ad un certo punto della sua brillante storia politica, un uomo così potente e soprattutto così protagonista come lui lo era stato non si fosse più candidato, e ricordo che le illazioni furono tantissime. Oggi finalmente la verità assoluta di quei giorni e di quelle ore così concitate ci viene proprio dal magistrato che con le sue teorie “giustizialiste” aveva fatto tremare per anni la politica militante.

“Nel 2008 ho deciso di non ricandidarmi – racconta Violante- perché sentivo che il mio tempo parlamentare stava finendo. Era arrivato il momento di concorrere a costruire dalle retrovie nuovi gruppi dirigenti. Se lo avessimo fatto, in tutti i partiti, forse il seguito sarebbe stato diverso per il paese”.

Tutto qui? Forse banale, o forse anche superficiale come motivazione, non credete? Tutt’altro, invece. Luciano Violente che non concede sconti a nessuno da sempre lo ripete anche in questa occasione così solenne davanti alla stessa Marta Cartabia: “La decisione era maturata anche per ragioni personali. Mi accorgevo – confessa- di lavorare con il pilota automatico. Sapevo troppo, conoscevo troppo, ero al corrente di troppe vicende, della vita di troppe persone. Ero diventato un confessionale ambulante: colleghi, funzionari parlamentari, dirigenti di partito, giornalisti mi informavano, fingevano di chiedere suggerire per carpire qualche giudizio, mi confessavano dubbi e ambizioni”.

In sala il silenzio di chi non si aspettava parole così nette, e riflessioni così private. Ma l’analisi di Violante va molto oltre: “Avevo perso curiosità e creatività. Non ero più utile né al Parlamento né al paese”. E qui, il passaggio forse più forte di tutto il suo ragionamento: “Avevo presieduto tutto il presiedibile: una commissione d'inchiesta, la Commissione antimafia, una commissione permanente, la Commissione affari costituzionali, il gruppo parlamentare DS, la Camera dei deputati. Ero stato in Parlamento più di Wojtyla in San Pietro, più di Stalin al Cremlino, più di Hitler a Berlino, più di Mussolini a Palazzo Venezia. Restare ancora sarebbe stato un errore”.

Tutto qui? Tutt’altro, il meglio deve ancora venire. Va riconosciuto a Violante grande coraggio istituzionale nel dire le cose che racconta, ma questo conferma anche che l’ex Presidente della Camera passerà alla storia del Paese come un politico “puro”, capace di riconoscere meriti e anche demeriti del suo ruolo e del suo tempo. Dopo aver lasciato il “palazzo” Violante confessa di aver svolto attività politica per altri cinque anni ancora: “Massimo D'Alema- ricorda- disse una volta con l'ironia che gli è propria: "Violante se ne è andato dalla Camera, ma nessuno se ne è accorto", segno che stavo esagerando con gli impegni politici. Chi fa politica a lungo rischia di considerarsi insostituibile; scivolavo inconsapevolmente nello stesso errore. Sono passato allora a fare l’osservatore”.

“Insegna Creonte – Tre errori nell’esercizio del potere. Quando il leader diventa prigioniero della propria arroganza”, è un saggio lucidissimo sullo stato della politica italiana, ma soprattutto sulle storture possibili del sistema. “In queste pagine – scrive il vecchio Presidente della Camera- affronto gli errori politici che, nel corso dell’esperienza parlamentare, mi sono apparsi più gravi degli altri: aprire un conflitto che non si è capaci di governare, sopravvalutare le proprie capacità, essere arroganti".

Senza perifrasi, e senza nessun tentennamento, Violante riconosce pubblicamente che il vero morbo della politica è l’onnipotenza. La consapevolezza, insomma, di essere padroni assoluti del sistema, e la certezza forse, anche, di restare impuniti per sempre.

La conclusione di questa sua riflessione, che resa in pubblico nel silenzio assordante della Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola diventa quasi una lex magistralis, lui anche autorevolissimo Professore universitario di Diritto Penale, Violante la riserva agli studiosi di letteratura greca: “Spero -dice- che possano perdonare a un laico della materia come me la lettura dell'Antigone come tragedia di un potere che si autodistrugge perché si ritiene illimitato. Creonte – aggiunge Violante- non merita la buia fama di despota che la tradizione gli attribuisce. Non ha ucciso, non ha usurpato il trono, non ha mentito, non ha corrotto. Vuole garantire l'ordine nella città di Tebe e perciò ha stabilito che il traditore della città non possa avere gli stessi onori funebri di chi l'ha salvata. Agisce per una finalità positiva. Ma, contestato da Antigone, replica con arroganza, resta prigioniero della propria illusione di onnipotenza e, pur difendendo un principio giusto, precipita di errore in errore. Alla fine di fronte alla tragedia si ricrede: "Io errori ostinati, mortali, di una mente in delirio!" dirà mentre corre a liberare Antigone. Ma la giovane donna si è già impiccata e con lei è stato ucciso il promesso sposo Emone, figlio di Creonte”.

Tutto questo- conclude Violante- “è accaduto a molti uomini politici”. Per un giorno, dunque, il temutissimo PM Luciano Violante sale sul banco degli imputati e questa volta come reo confesso. Colpevole o Innocente? Non abbiamo nessun dubbio. Chi ha lavorato in assoluta buona fede come lui al servizio del Paese va assolutamente assolto. E con formula piena.

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