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#Covid: gli italiani vivono ormai con il tasto on/off
Tra rischi di fallimento delle imprese.
di Enrico Micheli
Martedì 30 Marzo 2021
Roma - 30 mar 2021 (Prima Pagina News)
Tra rischi di fallimento delle imprese.
Sono ormai piu’ di tre mesi che la nostra vita è a corrente alternata; non è adeguato identificarla con il gergo stop and go ma più precisamente on/off. E sì perché lo stop and go è tale se ci si ferma e poi si riparte, una condizione che rappresenta comunque uno stato di dinamicità con una frenata e un’accelerazione.

In un certo senso si sta sempre con il motore acceso, magari anche con la marcia ingranata ed anche alta per ripartire più scattanti; non si sta quindi certo fermi, a fari e motori spenti. Sempre in sella e con le mani sul volante. Insomma un contesto che si evolve e quindi potenzialmente anche sempre efficace e dove la scelta dell’azione non dipende da altri ma da se stessi. Così possiamo più propriamente definire questa quotidianità a “colori”, più o meno intensi, un sistema on/off: acceso/spento.

Ecco questa è la condizione generale degli italiani. Con qualche giorno di preavviso, ma poco cambia, qualcuno per nostro conto accende e spegne la nostra corsa, i nostri respiri, le nostre aspettative, le speranze. Un po’ come il sistema che è usato per i polli di allevamento, si regola la luce dei capannoni per quando e quanto debbano mangiare per come e quando passeranno alla macellazione.

Questo sta accadendo da una parte alle persone e dall’altra alle imprese; tenuti tutti in vita con qualche chicco di “grano”, sempre più in agonia: molte moltissime aziende verso il fallimento, altre prossime alla stessa fine e più di mezza popolazione sull’orlo di una crisi di nervi irreversibile.

Questo tira e molla dei colori per regione, questo va e vieni, aprire e chiudere, lavoro si lavoro no, non va bene e non può più funzionare. Sostanzialmente i risultati sono narrati come positivi solo se proiettati a un potenziale “poteva andar peggio” o “cosa sarebbe successo se”. Purtroppo le mezze misure aprono le porte a innumerevoli alibi e infiniti e stucchevoli contraddittori.

Nessuna azienda potrebbe produrre, crescere, migliorarsi nelle incertezze. Nessun titolare d’impresa, dalla più piccola alla più grande, si sognerebbe mai di dare ai suoi collaboratori un segnale di discontinuità.

Questo on/off finisce per essere per alcuni al pari di una tortura, per altri come un incantesimo con effetti ipnotici o violenti che tolgono le forze o che nella migliore delle ipotesi appiattiscono idee ed emozioni, in una sola parola: producono impotenza.

Non si vuol capire che un’azienda è come un motore che va sempre tenuto in efficienza, oleato e carburato; ogni spegnimento e riaccensione provoca danni e quindi costose riparazioni e altri investimenti.

Questo modo di procedere tastoni ha creato anche la distruzione del know how aziendale, perché le persone per correre ai ripari hanno spesso lasciato il loro lavoro per cercare soluzioni alternative di sopravvivenza economica; spesso rivelatesi anch’esse approssimative, impossibili o evanescenti.

Chi ripagherà i danni di queste competenze frantumate, emarginate, escluse da una catena di lavoro che invece nel tempo era stata faticosamente formata e costruita? Sapranno un giorno queste aziende impoverite tornare alla normalità, dare quella stessa qualità di servizi e beni che sapevano ben produrre prima della pandemia? Prima che l’interruttore della “luce” fosse usato così nevroticamente?

Danni quindi diretti e indiretti. Ciò accade in tutto il Paese, per di più già da decenni malato, e oggi “all’ossigeno” in tutti i sensi: in un altro contesto avremmo detto alla “bocca del gas”.

Ma gli Italiani non si arrendono, anzi vogliono combattere, resistere, tornare in cortile a correre, a toccare la terra e guardare il sole.

Appare evidente sin dal 2020 che questa strategia dei colori, dell’ “on/off”, tende solo a mediare se non a mascherare le difficoltà del governo a riconoscere i giusti ristori.

L’Italia è complessivamente una nazione povera, tecnologicamente arretrata, culturalmente depressa e politicamente inadeguata. Un egoismo ideologico ed economico dilagante, dove l’arte di arrangiarsi non basta più e dove s’insidia ancor più corruzione e degrado.

A volte ci vengono citati e portati d’esempio più ampi e rigidi lockdown di altri paesi, quasi fosse una minaccia, o una scelta dolorosa che i nostri governi ci hanno evitato, ma è un falso storico. Gli altri paesi sono stati e possono essere più rigidi perché poi hanno assistenza, ristori e sostegni migliori. In Italia si usa il tasto on/off perché non ci sono risorse per sostenere lockdown più efficaci, ma anche perché, quando nelle scelte gestionali e operative c’è più autorità che autorevolezza, spesso manca il senso di responsabilità. Il Paese aspetta da questo governo, che raccoglie ancora ampia fiducia, risposte nette e immediate.

Può sembrare esagerata la tempistica, e in situazioni normali lo sarebbe, ma il tempo è scaduto e quando si abusa dell’interruttore on/off può arrivare solo un corto circuito.

Sappiamo tutti cosa fare e come comportarci per convivere e per sconfiggere questa pandemia; siamo molto più capaci di accettare le regole del distanziamento che, subendole, quelle dell’isolamento.

Non si può continuare a camminare al buio: se si vuole uscire dal tunnel non ci venga tolta più la corrente, e si torni a vedere la luce.

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