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La pandemia e il disastro

del linguaggio politico.

Muppet Show o Humanitas?

(Prima Pagina News)
Martedì 15 Giugno 2021
Roma - 15 giu 2021 (Prima Pagina News)

La pandemia e il disastro

del linguaggio politico.

Muppet Show o Humanitas?

E come in una delle solite grottesche pagine di quel vaudeville televisivo che ci accompagna dall’inizio della emergenza Covid, nelle classiche esternazioni del giorno dopo, tutti i Muppet della politica nostrana millantano sicumera e scientismo, candore e patriottismo, fiducia nelle magnifiche sorti del progresso e delirio della “coscienza a posto”.

I giovani morti sono pianti e sepolti sette metri sotto terra (leggasi la piccola Camilla) e le facce scialbe e compunte (leggasi ministro Speranza) o pacioccone e serafiche (leggasi vice Sileri) tornano con sette e più microfoni davanti alla bocca a lanciare alla nazione il “chiaro messaggio” che da ora Astrazeneca verrà somministrato solo a chi è incanutito e non a chi è da tempo delle mele, e che la doppia dose “eterologa”, nonostante studi “iniziali”, testimonianze di primo approccio ed evidenze che latitano, sembra quasi una bella bomba tonificante, e forse fa pure bene alla pelle in chiave tintarella agostana.

D’un tratto spariscono le follie dei discorsi istituzionali degli ultimi mesi, le linee operative “preferenziali” di AIFA mai supportate da dettati di limpidezza cartesiana e da vincoli deliberativi forti, svaniscono i palleggi Stato-regioni che tanto male (e tanti decessi) hanno creato nelle squallide aie in cui si sono consumati, si sclerotizza la forsennata rincorsa statistica di EMA pronta sempre a ribadire che i benefici delle perfusioni del siero superano di gran lunga i rischi, e soprattutto si mette di gran carriera sotto al tappeto la polvere degli Open Day proposti ai giovani come after hour della siringa facile e le metriche anagrafiche (+ di 60 anni o a tutte le età?) che adesso, solo adesso, sulla pelle di chi c’è rimasto secco, diventano futuri e rassicuranti consigli per gli acquisti.

Se a questo aggiungiamo che in alcuni set di rito davanti ai fotografi, leader del G7 e consorti erano vicinissimi e senza mascherina, ma si salutavano col braccino a manico d’ombrello, nel pieno trionfo di una comunicazione psicopatica, e che nonostante le crapule gladiatorie dopo la vittoria degli Azzurri agli Europei, la ripresa del turismo e le vie affollate del “bianco” generalizzato, non si capisce perché, ma una lambada o un ballo del mattone sotto le stelle risultano ancora nel bugiardino degli effetti letali, e le discoteche sembrano musei della civiltà azteca, beh allora considerarsi nel teatrino dei pupi, a cospetto di una classe governativa cialtrona, baracconesca, incompetente e bronzea nel suo assurdo fancazzismo mediatico, è un imperativo a dir poco categorico.

La politica non è fatta, o non solo, di norme, editti e gazzette ufficiali, ma di segni, icone, suoni, parole, emozioni, e di metonimie o totali naufragi di senso collettivo che possono portare – con la complicità di una classe di “informatori” e “conduttori” ormai da zoo – a stravolgere verità fattuali, progetti comuni, finanche memorie storiche. Ce lo ricordava già nel 1945, pochi anni prima dell’intramontabile 1984, George Orwell con la sua favola, leggiadra e inquietante, La fattoria degli animali – che Newton Compton ha inserito in un elegante ed economico volume che fa da collettanea di alcune delle opere più importanti dello scrittore britannico. Ve lo ricordate il racconto? Un drappello di quadrupedi sotto la frusta del padrone Mr Jones decide di ribellarsi per realizzare finalmente una sorta di nuovo Stato che accomuni pecore, cavalli, galline, colombi e tutte le specie presenti nell’azienda agricola, in nome dell’uguaglianza e di una radicale biodiversità.


Ai maiali viene affidato il potere di salvaguardia dell’incolumità di tutti, della continuazione dei lavori campestri e dei valori guida del rispetto e del benessere reciproco.

Ma due porcelli si fanno la guerra finché uno non estromette l’altro espellendolo dal consesso. Napoleone, quello che rimane come capo, comincia a poco a poco a erodere i convincimenti degli altri giustificando le proprie incapacità organizzative con la teoria del capro espiatorio ed esaltando i propri scarsi meriti con la grancassa dei fedelissimi. Farà uso, certamente, di epurazioni, cani-killer e forza fisica per reprimere la volontà di chi gli resiste, ma molto più e molto meglio agirà con la forza persuasiva del pettegolezzo, delle marcette, dei belati di chi lo osanna, riscrivendo letteralmente nei cuori la storia dei sacrifici, degli ideali e delle azioni leggendarie su cui i partigiani iniziali si erano costituiti, millantando autorevolezza, battendosi il petto, fingendo aiuto, additando nemici invisibili, operando sui significati delle parole, sulla grammatica e la logica, fino al punto da adulterare la relazione cognitiva e affettiva dei sudditi con le cose e con i simili, e inaugurando un tremendo processo di ri-ominizzazione che lo porterà, insieme al suo clan, a imparare addirittura la postura verticale degli umani, inneggiando anch’egli al profitto, alle bugie e al ladrocinio come un mercante qualsiasi…


L’idea che l’Umano corrisponda metafisicamente a possesso, assoggettamento delle altre specie e cruente gerarchie è l’oggetto di un bellissimo pamphlet di Marco Revelli, Umano Inumano Postumano (Einaudi), là dove il politologo ci spiega come sin dal Genesi la creatura per antonomasia di Dio sia vista con un criterio di primazia e di eccezionalità sul regno vivente in quanto fatta a sua immagine e somiglianza, dotata di quel dono della parola che ne fa quasi un signore del Cosmo vicario, un princeps, un regolatore, un legislatore, un dominatore.

Cosa sia l’”umano” allora, sarà sempre più letto e vissuto in coabitazione con l’irruzione del Negativo, dell’altro da sé, dell’eventuale soggetto “inferiore” o secondario. Quest’ultimo va sopraffatto, custodito, incarcerato, decimato?, come ci hanno indicato i totalitarismi, le guerre mondiali, le ideologie più faziose e sanguinarie (il Dis-umano), o va ricondotto alla sua matrice antropologica di consapevolezza, singolarità e cittadinanza poiché magari in ritardo sui vicini nelle sue pratiche di prossimità ed esercizio della libertà?

Se i sistemi di pensiero feroci e concentrazionari del Novecento – ma, ci dice Revelli, anche l’indifferenza totale verso il miserabile e l’immigrato tipica di certi striscianti fascismi di casa nostra, e addirittura le tecniche “selettive” di accesso alle terapie intensive e alle cure estreme sperimentate in certi protocolli anti-Covid – vanno nella prima perturbante direzione, verso la seconda è da sempre andata la lezione dell’Humanitas propugnata dalla Grecia classica e dalla Roma tardo-repubblicana.

Luoghi dove venivano accese a fulcro della polis, della civitas, la filantropia intesa come benevolenza verso l’altro uomo, la paideia ovvero il processo formativo di ciascuno per stare bene all’interno delle istituzioni e della socialità, e dove quello che oggi chiameremmo leader, cioè l’uomo virtuoso in posizione sovrana, doveva essere politus, colto, istruito, decoroso, ciceronianamente capace di anteporre all’utile la dignità e la conoscenza più limpida. Oggi, al contrario, dice Revelli citando un fascinoso termine del filosofo francese Michel Serres, siamo di fronte a un processo di ominescenza, cioè di evanescenza dell’umano, di appannamento, sfibramento, quasi liquefazione dell’Umano.

Che va in una doppia direzione: il Transumanesimo, il farsi-Dio, nell’ambizione onnivora e suicida di manipolare totalmente e intimamente l’habitat, di credere in una Civiltà delle macchine presto crepuscolarizzata da algoritmi, armi nucleari, robotizzazione ed esclusione/parcellizzazione del pensiero e dell’etica; e il Postumano, il farsi-mondo dell’uomo, cosa fra le cose, respiro fra i respiri, in un’ottica che privilegi la coesistenza paritetica e tollerante di tutti gli esemplari del Bios, la periferia rispetto al Centro, l’aidos, la modestia, e non la hybris, la tracotanza.

Un riallineamento, una “riumanizzazione naturalistica” che dimentichi la violenza poietica (il fare come industrializzazione della vita) e ritrovi, potremmo dire, la violazione poetica, di tutto ciò che attualmente sembra il destino irrefutabile della globalizzazione: il denaro, l’antisolidarismo, l’atomismo, l’efficientismo. Non a caso Revelli conclude l’opera con un richiamo all’”acculturazione” come sfida simbolica dell’oggi, perché essere umani non è una condizione data una volta per sempre, un conferimento statutario da paradiso terrestre, ma una fenomenologia cangiante dove ci si deve riappropriare della bellezza dello stare insieme, dimenticando precarietà e finitudine, senza mai imporre loro l’orrore di un titanismo fatto di oblio e privilegi.


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