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Libri: Nel regno dell’informazione-killer, senza contesto, profumo, esperienza
Tra le uscite librarie del momento.
di Carmine Castoro
Sabato 21 Maggio 2022
Roma - 21 mag 2022 (Prima Pagina News)
Tra le uscite librarie del momento.

Bufale del web, manipolazione mediatica, disinformazione nei tg, urla e faziosità nei talk politici, una nuova generazione di spot pubblicitari che punta sull’essere costantemente vincenti, dotati, risolutivi e in forma. Alzi la mano chi almeno una volta al giorno non si è sentito stordito, soffocato, disturbato o ingannato da media che, al posto di spalancarci le possibilità del reale, ce ne offuscano le vere radici proponendocene modelli e letture riduttivi e ossessivi, in stile Matrix, potremmo dire…

La verità è che ci siamo dimenticati che l’apparato mediatico (e il “regno delle immagini” che rappresenta al massimo grado), mai come in quest’ultimo scorcio di secolo, è una macchina che “produce” la nostra realtà ogni giorno, facendo penetrare nelle nostre menti valori, incantesimi, regolarità, schemi di riferimento e di giudizio, ideologie striscianti, spinte al consumo, finanche un nuovo modo di “sentire” e percepire le cose col nostro corpo, rotte e  posizionamenti eterodiretti nel mondo e nella coesistenza con i simili. Le sue leggi sono presto diventate un nomos inaggirabile, una vera infezione, sicuramente un fortilizio che ha piombato e reso inospitale il circuito dei nostri significati abituali.


“Sarà così inevitabile ammettere che non possiamo più accontentarci di analisi semplicistiche e lineari, e che quando siamo interessati ai fatti altrui, o a fenomeni relazionali, economico-sociali, ambientali e globali, non possiamo fare a meno di andare almeno un po' a fondo dei meccanismi, delle ideologie e dei processi che stanno alla base di ciò che accade e che potrebbero influenzare anche le traiettorie per un futuro che non vogliamo più promettere solo per qualcuno, a discapito magari dei diritti e delle necessità della stragrande maggioranza degli abitanti del nostro pianeta”.

Ad esprimersi così, invitando a uscire dalle “tirannie dei presenti”, è il professor Salvatore Soresi, ordinario di Psicologia delle disabilità all’università di Padova, luogo di nascita di un Laboratorio che, in partnership col sindacato Giornalisti FNSI, ha raccolto le riflessioni di decine di studiosi e giovani corsisti per un dibattito multidisciplinare sul giornalismo old e new style, per così dire. Vero e proprio cenacolo da cui è nata la collettanea Aver cura del vero (Edizioni nuovadimensione), a cura dei docenti Monica Andolfatto, Laura Nota, Roberto Reale.

Il totale oltrepassamento di quello che fu il modello della tv cosiddetta “messaggera” ha portato oggi ad una comunicazione invadente, aggressiva, arrembante che include la dimensione televisiva, le interfacce informatiche, la Rete, il pubblicitario, la “digitalizzazione” generalizzata della vita, dei sogni, delle progettualità.

Un funzionalismo selettivo-sottrattivo che riproduce i ritmi del profitto, delle economie attenzionali più vili, della ricerca spasmodica di audience e traffico su siti e sociali, senza che il giornalista sia più mediatore, attore della costruzione di una realtà più egualitaria, partecipata e aggregante.

Proprio la Andolfatto, nel suo saggio, difende con grande precisione filologica il concetto di “accuratezza” applicato ai professionisti della parola e dell’immagine. Parola che deriva dal latino “cura” nella doppia accezione di vicinanza premurosa a qualcosa o qualcuno, ma anche interrogativo, dilemma, strada da scegliere.

Fino a dire: “Per i giornalisti il pericolo in agguato è diventare meri megafoni o addirittura distorsori, più o meno conniventi, della realtà. Accuratezza significa avere gli “attrezzi” (e saperli usare) per essere liberi, consapevoli: smonta l’automatizzazione e l’atomizzazione del lavoro e fa acquisire la capacità di lavorare sui contesti”.

Dunque, il problema è capire formule, espedienti linguistici e iconografici, e pubbliche drammaturgie di un'infosfera sempre più incapace di esplorare le derive della civiltà, le asimmetrie sullo scacchiere mondiale, le vie di una possibile liberazione dai dispositivi di sorveglianza e controllo.


E fa bene la Andolfatto a citare l’Auerbach di Mimesis là dove il famoso critico letterario tedesco parla di una verità ormai amputata, dissezionata, scomposta in comode fettine, che, pur rimanendo “incontestabile”, falsa l’interpretazione del tutto in quanto mediaticamente non più improntata a un “giusto rapporto fra le singole parti”.

Dobbiamo allora capire fino in fondo come il mondo della comunicazione, nell’ultimo decennio almeno, abbia preso sempre più il sopravvento sull’uomo, rendendosi “automatico”, cioè sempre più artificiale, freddo e corrispondente a canoni, procedure e “leggi” che hanno messo in secondo piano il pensiero, la cultura, la mobilitazione politica, l’immaginazione di nuovi mondi che non passino per mercificazione, globalizzazione, liberalizzazione.

E’ l’epoca dell’accelerazione, della “detemporalizzazione”, secondo le intuizioni lucide, vibranti, e liriche a tratti, di Byung-Chul Han nel suo Il profumo del tempo (Vita e Pensiero): un tempo ansioso, insonne, affannoso, di tremenda solerzia cui lo tsunami informazionale ed emozionale che trasuda da ogni esternazione giornaliera dei media mainstream ha conferito uno status antropologicamente divorante e delirante, che sa di definitivo, di irreversibile, sicuramente di ingovernabile.

Non è più il trionfo della durata, dei vincoli solidi, delle certezze laboriosamente tessute, delle eredità morali, dell’indugiare e della vita contemplativa. È il gorgo degli schermi dove tutto passa, si liquefà, si sgretola e si coagula come una cangiante mucillagine mentale, fatta di memetica piuttosto che di etica, in una landa desolata, seppur rigogliosa di varietà e chance, dove l’uomo si perde come in una discarica di spazzatura pseudo-intellettuale, e non cerca più le origini, le solidarietà, le cause prime.

Gusto, grazia, dono, valore cedono il passo a frame rapidissimi, condivisioni, like, slogan, ignoranza compiaciuta e spalmata fra post e selfie.

“Il profumo, pregno di immagini e storia, restituisce allora la stabilità a un io minacciato dalla dissociazione, fornendogli la cornice di un autoritratto. L’estensione temporale lo fa tornare a se stesso e questo ritorno-a-sé lo rende felice. Dove vi è profumo, ci si riunisce”, dice Han. In alternativa c’è solo una noia nauseante, il fritto dei cervelli in panne, il disadorno grigio e mesto di cose che non trovano mai un ubi consistam, che non sia l’ennesimo avatar fotoshoppato.


Bisogna allora creare una polifonia di voci e differenze, sapere “davvero” cosa accade nel mondo, potenziare l’Umano, risvegliare le coscienze e non affossarle nella Grande Barbarie dell’insignificanza, ritrovare familiarità col concetto di comunicazione come “verità condivisa” e non come sottomissione al mondo delle macchine, dell’immagine, dei mercati.

In pratica ripensare e risanare il senso comune, secondo l’illuminante studio dello psicanalista argentino Miguel Benasayag e del giornalista Bastien Cany, animatori entrambi del collettivo “Malgré Tout”, che hanno dato alle stampe Il ritorno dall’esilio (Vita e Pensiero), pamphlet poetico-eversivo, potremmo definirlo come si diceva un tempo, dove il razionalismo contemporaneo, quello della governamentalità algoritmica, del produttivismo estremo e della “dimenticanza” delle articolazioni corporee, spontanee e interrelate che ci rendono individui veri, viene messo alla gogna, analizzato sul tavolo autoptico del loro meravigliosamente appuntito bisturi storico-filosofico che ne svela le pareti concave, le deformazioni teoriche, le sottili oppressioni.

Oggi la nostra identità è “satura e sovracodificata” – ci dicono gli autori – e ci troviamo di fronte a una vera e propria colonizzazione del vivente che ha i caratteri di un “eccesso di realismo”, pronto a diventare gabbia, ripetizione, Modello, completamente deterritorializzato, googlizzato, in orbita come un asteroide di ghiaccio, senza fine e senza fini. Oggi assistiamo a una vera “ontologizzazione dell’informazione che manda in corto circuito i corpi quali condizioni della conoscenza”.


Dobbiamo liberare queste forze primarie del biologico e del culturale dal rumore delle tecnologie digitali che, assillandoci, pretendono anche di garantirci sicurezza, libertà, accesso diretto e senza opacità al reale.

E se l’evidenza dell’informazione real time fosse solo il più grande e scellerato degli incantesimi che amplifica solo le spinoziane “passioni tristi”? Gli sguardi resisteranno ai pixel?, non è solo una domanda ma un grido di battaglia e di riscossa perché il “Tribunale dell’Inquisizione postorganica” crolli in mille pezzi.


foto Depositphoto.com


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