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Le parole della guerra, dal Covid all’Ucraina. C’è del metodo nella follia

Le parole della guerra come glossario buono per tutte le stagioni dell’emergenza. Un tempo sospeso sine die in Italia.

di Maria Pia Farinella
Lunedì 14 Marzo 2022
Roma - 14 mar 2022 (Prima Pagina News)

Le parole della guerra come glossario buono per tutte le stagioni dell’emergenza. Un tempo sospeso sine die in Italia.

E poiché la lingua che si parla influenza la realtà che si percepisce, verrebbe da chiedersi come Polonio, ciambellano di corte, se “c’è del metodo in questa follia”. La callida, enigmatica follia che il principe Amleto di Shakespeare mette in scena per trovare la verità sulla morte del padre nel marcio regno di Danimarca.

“Though this be madness, yet there is method in’t”. Il metodo è l’assuefazione. Perché sarà anche vero che le disgrazie non vengono mai da sole. Ma noi ci siamo trovati in un fiat (si potrebbe scrivere anche maiuscolo, Fiat) a soppiantare l’emergenza sanitaria contro il virus, nemico invisibile, con l’emergenza di una guerra guerreggiata sul fronte orientale d’Europa.

Però è rimasta tale e quale l’infodemia, che è caos, banalizzazione, entropia dell’informazione. Un accumularsi di elementi superflui che diventano impedimento alla comprensione del messaggio. Maggiore è l'entropia, minore è la quantità di informazione che “passa”. Figuriamoci in Italia, dove - dati Ocse alla mano – siamo in prima fila nel “gran teatro del mundo” per numero di analfabeti funzionali.

Fuori i virologi dagli studi televisivi dove erano stati arruolati e avevano combattuto la loro battaglia per due anni di seguito. Dentro gli esegeti della geopolitica globale. Con le stesse regole di ingaggio, la stessa narrazione martellante, le stesse parole di guerra, gravide di paura, emotività e sensazionalismi, gli stessi dibattiti logori e logoranti. Sarà che a scuola si è smesso di fare pure il riassunto, ma l’idea di argomentare seguendo un filo logico, magari scorretto, non abita più qui.

“À la guerre comme à la guerre”. Sul fronte del Coronavirus, per cominciare. Forse consapevoli, nel metodo, di quanto teorizzava Susan Sontag, filosofa e scrittrice statunitense, nel saggio “Malattia come metafora” del 1978. “Trattare una malattia come una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate”, scriveva Sontag. E aggiungeva che “i malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto. Disumanizzati, perdono il loro diritto alla cittadinanza da sani per prendere il loro oneroso passaporto da malati”. Profetica Susan Sontag.  Che sottolineava come la metafora del “guerriero che sconfigge il male” caricasse il cittadino di “responsabilità, aspettative e sensi di colpa individuali”.

Non importa se lo stesso concetto di salute pubblica è stato spaccato negli anni a colpi d’ascia, tagliando il possibile per inseguire il profitto, o più diplomaticamente la “razionalizzazione” perfino nei punti nascita. E trasformando gli stessi ospedali in aziende, “nomen omen”.

Il racconto univoco, l’irridere o colpevolizzare il pensiero “eretico”, senza fare e soprattutto senza farsi domande sulle responsabilità collettive legate alla sanità, sullo stesso rapporto tra individuo e società, sono chiavi per capire perché non è andato tutto bene. Coi media “embedded”, accucciati al tepore (pro tempore) dei contributi pubblici, più che raddoppiati in due anni di pandemia.

Ricordate? Ha compiuto due anni l’annuncio “andrà tutto bene”, con tanto di cuoricino incorniciato da un arcobaleno, a significare empatia, tolleranza, solidarietà, “restiamo umani”. Ma è subito naufragato non solo nella retorica ma in un colpo di tosse altrui al supermercato, in uno sguardo torvo per strada, incrociando la mascherina altrui sotto il naso, in un runner solitario scovato sulla battigia dagli elicotteri delle forze dell’ordine, in parole d’odio.

Vennero gli “untori” come ai tempi della peste ne “I promessi sposi” di Manzoni. All’inizio i più esposti alle aggressioni, non solo verbali, furono i cinesi, untori per principio, nel senso del luogo considerato - fino a prova contraria - di inizio epidemia. Poi, con l’arrivo dei salvifici vaccini, furono i reprobi all’inoculazione, gente da codice penale, colpevoli di tutto o quasi, zotici, zucconi, disadattati, disertori su cui “sparare coi cannoni, come fece il generale Bava Beccaris” o da “rinchiudere in campi di concentramento con annessi forni”.

C’è del metodo nell’autotutela del potere, nel “divide et impera”, il miglior espediente mai escogitato dall’autorità costituita, qualsiasi autorità, per governare un popolo fomentando la discordia interna e controllando il dissenso.

Fu il governo Conte a dover dichiarare guerra al virus, a fronteggiare il nemico capace di mimetizzarsi con strategie adeguate e misure d’eccezione: lockdown, coprifuoco, lasciapassare. Prima furono le autocertificazioni. Necessarie per andare a fare la spesa vicino a casa, come per gli spostamenti “autorizzati” dentro il territorio nazionale: ricongiungimenti familiari, lavoro, ritorno alla residenza abituale. Poi vennero lasciapassare più sofisticati, dotati di codice identificativo individuale in seguito all’adempimento alle misure sanitarie, non obbligatorie per legge ma di fatto sì. Permessi di lavoro, permessi per l’uso dei mezzi pubblici, permessi per le attività sociali, parrucchiere, partita al calcetto e panino al bar inclusi.

Giuseppi, l’avvocato del popolo, emanava decreti dal balcone di Palazzo Chigi o, in alternativa, da pulpiti televisivi. E la gente a orari stabiliti si affacciava sulla strada e intonava “Fratelli d’Italia”. Senza tentennamenti. Neppure alla strofa: “stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte”, impegnativa dal punto di vista delle scelte.

Come in tutte le guerre si pose il problema dell’economia di guerra. Il primo a segnalarlo già nel marzo 2020 fu il commissario straordinario Arcuri. Il quale, infatti, un anno dopo venne sostituito dal plurimedagliato generale Figliuolo, sempre in mimetica, iconica metafora militare nella battaglia contro il virus.

Fu una delle prime investiture del governo Draghi, appena nominato. Chi meglio di un banchiere per gestire il Piano nazionale di ripresa e resilienza, un pacchetto da 750 miliardi di euro concordato con la Ue e inserito nel programma Next Generation? Un banchiere e un militare. Per centrare gli obiettivi.

Vietato o quasi dissentire. Per dire, nel luglio 2021 un analista acuto e bene informato come Marcello Sorgi intervenne sul quotidiano “La Stampa” avvertendo i politici. “A mali estremi, estremi rimedi”, scrisse Sorgi, prefigurando l’ipotesi di un governo militare nel caso in cui i partiti (quel che resta) avessero messo i bastoni fra le ruote al banchiere, “giocandosi la fiducia dell’Europa”.

Che poi il migliore tra noi, in economia e finanza e non solo, si è rivelato essere un decisionista ardito. Una rarità in un paese di Don Abbondio. Un interventista, ben oltre le ambiguità del discorso politico. Altro che “garantire i valori della democrazia contrastando il gioco degli opposti estremismi concordi nell’intaccare le basi del sistema”, come soleva dire Aldo Moro.

Così, quando è arrivata la guerra vera in Ucraina, Draghi ha subito gettato il cuore oltre l’ostacolo. Ha risposto “all’appello del presidente Zelensky, che aveva chiesto equipaggiamenti, armamenti e veicoli militari per proteggersi dall’aggressione russa”, e ha scandito nell’aula del Senato la decisione irrevocabile: “l’Italia non intende voltarsi dall’altra parte”. Così, in un sol colpo, Draghi ha riportato in auge parole rimosse durante la guerra al virus, oltrepassate dalla priorità data all’emergenza sanitaria. Ha posto l’accento su valori occidentali non negoziabili: libertà, democrazia, diritti. Altro che Diderot, Voltaire, Montesquieu. Ovviamente si tratta di diritto internazionale, cioè della libertà e della democrazia degli altri.

Ma eravamo avvezzi. Dopo due anni di torpore casalingo, di paure oscure nei confronti di un nemico infido e invisibile, svegliarsi sotto bombe autentiche, anche solo in tv, non ha spostato di una virgola la nostra percezione del mondo. Uguali i toni. Uguale il registro linguistico dei media. Propaganda? Di certo qualche smemorataggine di troppo sulla storia e la geografia degli ultimi decenni. Sarà vero che la scuola non è più quella di una volta.

Un maestro delle elementari come Sciascia avrebbe guardato, come sempre, al “contesto”.  Partendo da quando l’Urss era ancora di sinistra e mandava aiuti ai paesi membri del Patto di Varsavia. Aiuti “fraterni”, venivano definiti. Che si concretizzavano in carri armati a Budapest o a Praga. Con il plauso del Partito comunista italiano, da Togliatti a Napolitano.

E avrebbe guardato alle bombe su Belgrado, su Baghdad, in Siria, in Libia. Che saranno state, in quanto occidentali, bombe di “precisione chirurgica” (metafora sanitaria), ma piovevano anche sugli ospedali. Tanto “intelligenti”, le bombe, che continuiamo a piangerne le conseguenze. Certo, non quanto le popolazioni civili interessate.

Ma se c’è metodo nella nostra follia, il primo è quello di credere di essersi svegliati una mattina e avere trovato l’invasore. Il secondo è quello di obbedire. Anche solo al capo dell’italica diplomazia, il ministro per gli Affari esteri Di Maio, che ha paragonato l’invasore a un cane, definendolo “atroce”, ma voleva dire “feroce”. Il terzo è quello di combattere per spezzare le reni alla Russia. Operazione che non è riuscita a Napoleone. Ma è caldeggiata da Letta, segretario del Pd, erede diretto del Pci.

Lui, nipote d’arte, già protagonista dell’hashtag #staiserenoEnrico, legittimo candidato al ruolo di segretario generale della Nato, per un ragionamento politico che scavalca pure l’interventismo di Draghi, è così convinto di “poter mettere in ginocchio la Russia” da dichiararlo. Ed è riuscito nello sforzo di fare assembrare (senza mascherina) a Firenze pacifisti garruli, con tanto di bandiere al vento, ad applaudire il presidente dell’Ucraina in collegamento video, mentre chiedeva la “no-fly zone”, cioè la Terza guerra mondiale.  Sì, c’è del metodo in questa follia.


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