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Politica, non sta bene Matteo Renzi, ma non vive momenti felici neanche il Pd di Enrico Letta. Chi vivrà vedrà
Dopo l’incontro tra Matteo Renzi ed Enrico Letta uno degli inviati storici della Rai, Gregorio Corigliano, osservatore attentissimo e privilegiato del mondo renziano ci anticipa i possibili scenari futuri della politica italiana, non nascondendo qualche angolo di pessimismo.
di Gregorio Corigliano
Mercoledì 07 Aprile 2021
Roma - 07 apr 2021 (Prima Pagina News)
Dopo l’incontro tra Matteo Renzi ed Enrico Letta uno degli inviati storici della Rai, Gregorio Corigliano, osservatore attentissimo e privilegiato del mondo renziano ci anticipa i possibili scenari futuri della politica italiana, non nascondendo qualche angolo di pessimismo.
Renzi, diciamoci la verità, nella vicenda del Conte-ter, mai nato e pur ardentemente voluto da due partiti, Pd e 5 stelle, ha patito molto odio. Patito o patisce ancora?

A giudicare dai sondaggi, patisce ancora. Solo il filosofo Massimo Recalcati difende Matte Renzi pubblicamente e a spada tratta. Tutti gli altri editorialisti, direttori di giornali, osservatori politici hanno applicato il motto “di albero che cade fanne legna”, anche se l’albero poteva e può dare frutti.

E si dice sicuro di aver fortemente contribuito ad affidare il Paese nelle mani di Draghi che, all’inizio, veniva accusato di non avere “occhi rassicuranti” ma gelidi. Ed il fatto che continuava a rimanere in silenzio, dava fastidio al trio Travaglio-Padellaro-Scanzi che si era posto nelle mani di Conte (con la guida del loro vero leader Rocco Casalino, che per un mese ha spopolato sulle televisioni di tutta Italia. E che ora sembra essersi ritirato in buon ordine in attesa del ripescaggio vero di Conte.

Se e quando ci sarà, perché, dopo un mesetto, pare si sia capito che l’Italia è nelle mani di un “civil servant autentico. C’è voluta la prima vera conferenza stampa di Draghi perché il popolo dei social e dei sondaggi comprendesse lo stile e la determinazione del presidente del Consiglio!

E lo stesso Renzi che riconosce – anche se non si capacita- di essere il più impopolare, ha dubbi sulla (effimera) popolarità di Conte, è certo di aver affidato, contribuito ad affidare, il Paese nelle mani del più competente. Non riuscendo a comprendere perché debba rimanere al due per cento, si è inserito, dopo quindi giorni di silenzio pressoché assoluto, nel dibattito politico di oggi. Come?

Chiamato ed eletto Enrico Letta alla guida del suo ex partito che lo aveva portato prima agli altari e poi nella polvere, ha convocato e tenuto un’Assemblea nazionale di Italia Viva. Ovviamente, tra i tanti, il primo tema affrontato è stato il rapporto con il Pd, quel partito che Renzi aveva guidato e che aveva poi determinato la cacciata di Letta ed il suo esilio dorato a Parigi. Cosa che avrebbe dovuto fare pure il senatore di Rignano – consigliato e sollecitato da tanti, tra cui De Benedetti,- per poi tornare.

Non si è fidato ed è andato avanti così. Prima l’uscita dal Pd e la fondazione di un partito nuovo, poi il blocco del governo con i 5 stelle che portò alla nascita del governo giallo verde, poi la defenestrazione di Salvini a causa del Papeete, ed ancora la formazione del Conte bis, quindi la cacciata del professore pugliese, a causa del recovery, del Mes, della delega ai servizi, della mancanza di slancio e di visione dei problemi, aggravata della ricerca di c.d. responsabili.

Ma c’è di più, non riteneva giustificabili i ripetuti “avanti con Conte” i “mai con Renzi”, scritti sull’acqua, diceva. Ed ecco che oggi, nonostante l’”Enrico stai sereno” offre piena collaborazione al nuovo leader del Pd ad una condizione: che Grillo e compagnia “pregiudicati/spregiudicati vengano allontanati ed il Pd spezzi e si allontani quella catena di odio ed esca da quella fase in cui era “sotto incantesimo di Conte”.

E cosa chiede Renzi a Letta? Di mettere da parte l’”Enrico stai sereno” e di lavorare da uomo che si è formato alla scuola dei popolari, di “aprire un cantiere per uno spazio “centrale e riformista”, ma che contemporaneamente si occupi di giustizia (mai con Bonafede), di diritti, del Mezzogiorno, delle necessarie riforme, della sanità.

Hanno deciso di incontrarsi, senza armi spianate, preferibilmente. Non sta bene Renzi, non vive momenti felici il Pd. Letta ha a che fare con l’autentica crisi, di valori e di voti, del partito di cui si è fatto carico, pensandoci solo 48 ore.

Adesso rivoluzionati gli organismi dirigenti, senza tener conto delle correnti di cui ha parlato, inaspettatamente, Zingaretti, anche se non avrebbe dovuto dire, per se stesso, di “vergognarsi dell’appartenenza” deve passare “dal dire al fare” che poi, a pensarci bene, è la “questione delle questioni”, sulla quale sono caduti i sette e passa leader, di primo piano.

Certo c’è di mezzo il mare, ma alla scuola di Andreatta e di Prodi, Letta ha imparato a nuotare. E ci ha fatto un libro di successo. Intanto parte la renziana “primavera delle idee, purché annunci bel tempo, non come ora. Difficile ma possibile.

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