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Festa della mamma, la Calabria ricorda la vita e la storia di Natuzza Evolo,Icsaic le dedica la prima biografia ufficiale
Per almeno vent’anni in Calabria, la Festa della Mamma ha coinciso con la grande manifestazione di Paravati dove migliaia di mamme provenienti da ogni parte d’Italia venivano a vedere da vicino Natuzza Evolo “per chiederle una grazia”. L’ICSAIC, Istituto Calabrese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea, diretto dallo storico inviato speciale di Repubblica, Pantaleone Sergi, ha pubblicato proprio in queste settimane la biografia ufficiale della “donna che parlava con i defunti e che viveva il mistero delle stigmate”.
di Pino Nano
Domenica 09 Maggio 2021
Roma - 09 mag 2021 (Prima Pagina News)
Per almeno vent’anni in Calabria, la Festa della Mamma ha coinciso con la grande manifestazione di Paravati dove migliaia di mamme provenienti da ogni parte d’Italia venivano a vedere da vicino Natuzza Evolo “per chiederle una grazia”. L’ICSAIC, Istituto Calabrese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea, diretto dallo storico inviato speciale di Repubblica, Pantaleone Sergi, ha pubblicato proprio in queste settimane la biografia ufficiale della “donna che parlava con i defunti e che viveva il mistero delle stigmate”.
Ecco la vera storia di Natuzza Evolo. Natuzza nasce a Paravati, una frazione del comune di Mileto, il 23 agosto 1924, ma non ebbe mai la fortuna di conoscere suo padre, Fortunato Evolo, che era intanto partito dalla Calabria per l’Argentina in cerca di lavoro proprio qualche mese prima che lei nascesse. La bimba cresce invece con la madre, Maria Angela Valente, ma le condizioni della famiglia sono così povere che la bimba dovrà adattarsi a vivere per strada, mendicando un tozzo di pane, e chiedendo l’elemosina. Man mano che gli anni passano Natuzza dovrà adattarsi a stare sempre chiusa in casa, e fare anche da mamma ai suoi fratellini più piccoli.

Questo, per lei, significherà soprattutto niente scuola, e nessuna forma di istruzione, una sofferenza intima che si porterà dentro per tutta la vita. All’età di 14 anni la sua vita cambia radicalmente. La ragazza viene infatti assunta come cameriera nella casa dell’avvocato Silvio Colloca, dove Natuzza rimarrà fino al giorno del suo matrimonio, ma dove la ragazza incomincia anche a manifestare i primi “segni straordinari” di una esistenza che per tutto il resto della sua vita la vedrà inconsapevolmente protagonista del mondo dei media.

Francesco Mesiano, uno dei primi e più attenti studiosi di Natuzza Evolo, scriveva che fin da giovanissima Natuzza mostrò segni particolari: “è una donna che vede i defunti e conversa con loro, che va in trance, che ha sudorazioni ematiche, più evidenti durante la Quaresima, che vive anche il grande mistero delle stimmate. Il sangue che sgorga dalle sue ferite, a contatto con bende o fazzoletti, si trasforma in segni strani, a volte incomprensibili, in testi di preghiera in varie lingue, in calici, ostie, Madonne, cuori, corone di spine.

Insomma, siamo in presenza del mistero più assoluto”. Un vero e proprio mistero, dunque, inspiegabile e indecifrabile, rimasto sotto la lente di ingrandimento di studiosi e uomini di Chiesa per più di 80 anni, e che oggi, dopo la sua morte, è rimasto tale e quale, questa volta ben custodito e ancora sotto osservazione negli archivi più remoti del Vaticano dove per via di un processo di beatificazione, ormai avviato, il caso “Natuzza Evolo” viene analizzato vivisezionato e studiato in tutte le sue mille sfaccettature possibili.

“A soli otto anni·- racconta l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani nel suo capolavoro "Il Ponte di San Giacomo", Premio Viareggio 1989- Natuzza sognò San Francesco di Paola e gli chiese una grazia; il Santo le assicurò che “entro tre giorni” sarebbe stata esaudita. La grazia consisteva nel potersi allontanare dalla sua casa materna; dopo tre giorni precisi fu chiamata da un avvocato, nella cui casa, dopo circa un mese, entrò come persona di servizio.

“Una sera- ricordava Natuzza- dopo aver chiuso il portone, non appena mi ritirai nella mia camera, vidi entrare delle persone vestite come noi, le quali mi dissero di essere anime dell'altro mondo. Ebbi una grande paura e scappai gridando”. L'avvocato Colloca presso il quale lavorava pensò che Natuzza fosse invasa dagli spiriti. Il giorno dopo l'accompagnò in Chiesa perché il parroco la benedicesse, ma ritornata a casa “mi si presentò un tale- ricordava la stessa Natuzza- e mi disse di essere San Tommaso: questi sollevò la mano per benedirmi e mi disse: “Ora ti do un’altra benedizione, i defunti da oggi in avanti li vedrai sia di giorno che di notte”.

La sua casa appena alle porte di Paravati diventa presto meta di pellegrinaggio. Nel 1958, in periodo di piena quaresima, si grida per la prima volta al miracolo. Le compaiono infatti le stigmate. Da allora le cicatrici non le si rimargineranno mai più. Ogni anno, puntualmente, la settimana di Pasqua, le ferite le si riaprono, riprendono a sanguinare, alle mani, ai piedi, alle ginocchia, ed è il periodo in cui Natuzza si chiude in casa e non accetta di ricevere più nessuno. È, forse, per lei il suo periodo più brutto dell’anno.

Le testimonianze dei medici che per tanti anni l'hanno seguita e visitata sono sconcertanti. “Ricordo come fosse ieri- diceva il dr. Umberto Corapi, aiuto ortopedico all'ospedale di Lamezia - visitai Natuzza qualche giorno prima di una Pasqua di tanti anni fa; la cosa che più mi colpì fu il constatare la comparsa sul suo cuoio capelluto di una corona di spine, una corona di sangue.

Una di queste gocce di sangue che colava sulla tempia di Natuzza andò a finire sul cuscino. Straordinario. Come se vi fosse una penna invisibile quella goccia disegnò a caratteri stampatello la frase “Venite ad me Omnes”. È un ricordo che da allora mi accompagna in ogni momento della mia vita”. “Ho assistito Natuzza Evolo - raccontava la dottoressa Isa Mantelli - per due anni di seguito, nel '79 e nell’80, sempre il Venerdì Santo. Per tre ore, dalle dodici alle quindici ricordo questa donna tormentata da indicibili sofferenze e da una sempre crescente difficoltà a respirare, come di chi stesse per morire per asfissia. Alla fine, diventa cianotica ed il corpo è squassato da tre forti convulsioni”.

Sembra quasi morta, poi pian piano si riprende. Un giorno i medici scoprono un particolare che in passato era sfuggito alla loro attenzione: “Era sempre Venerdì Santo- ricordava il dr. Umberto Corapi- decidemmo di esaminarle le spalle e ci accorgemmo che sulla spalla destra stava formandosi un ematoma escoriato. Dal punto di vista medico fu una cosa impressionante, ricordo questa spalla diventare sempre più violacea finché non si formò l'ematoma. Assistemmo alla progressione biologica di questo ematoma, come se sulla spalla di Natuzza qualcosa gli pesasse contro. Quando riprese conoscenza le facemmo molte domande, ci rispose di aver visto la crocifissione di Gesù ...”.

Ma qui c'è un particolare che solo pochissimi conoscono e di cui Natuzza non amava molto parlare. “Tornai da Natuzza - ricordava il dr. Mario Cortese - qualche giorno dopo la settimana di Pasqua, e le chiesi “Com'è la croce che Gesù ha portato al Calvario? Come quella che c'è nelle nostre chiese?”. Natuzza mi rispose: “Assolutamente no, era completamente diversa. Era come un tronco, come un giogo, quando siamo giunti lassù abbiamo trovato l'altra parte già infissa nel terreno”. Di testimonianze come queste se ne contano a centinaia. Valerio Marinelli, docente all'Università della Calabria, le ha raccolte tutte in una decina di saggi tutti dedicati al “Caso Natuzza”. Una delle pagine forse più misteriose della storia di Natuzza Evolo è proprio il processo che la Chiesa ufficiale del tempo decise di avviare nei suoi confronti nei primi mesi del 1940.

Il processo a suo carico, tutto interno alla Chiesa, si aprì dopo una lunga serie di manifestazioni inspiegabili che Natuzza, allora ancora ragazza, viveva in prima persona nel corso delle lunghe sue giornate di lavoro. La cosa che più sconvolgeva la Chiesa del tempo era la padronanza con cui Natuzza raccontava ai suoi padroni di casa dei suoi continui dialoghi con la Madonna, e soprattutto la conoscenza che la ragazza diceva di avere dell’aldilà, il mondo dei morti, con cui Natuzza raccontava di riuscire ad entrare in contatto e dialogare con le anime defunte. La cosa che più faceva impressione agli studiosi del tempo, medici antropologi ed esorcisti che andavano a trovarla per capire di più, è la descrizione dettagliata e meticolosa che Natuzza forniva ai parenti dei defunti con cui entrava in contatto, e di cui riusciva a descrivere in maniera perfettamente reale e quanto mai verosimile persino l’abbigliamento con cui, una volta deceduti, erano stati vestiti e richiusi nella bara.

In alcuni casi, Natuzza riusciva persino a descrivere il colore e la piega della gonna di una donna morta venti anni prima, o anche il colore e il taglio dell’abito da cerimonia con cui un notabile del posto era stato sepolto. Spesso capitava anche che la ragazza andava anche in trance, ed era chiaro che questi fenomeni per nulla normali e per nulla ordinari allarmassero la Chiesa ufficiale. Fu così che, sulla scia anche dell’enorme emozione popolare che già allora Natuzza suscitava nelle folle in maniera anche straripante, il Vescovo della Diocesi di Mileto, Mons. Paolo Albera, prende carta e penna e decide di rivolgersi direttamente a Padre Agostino Gemelli, per “chiedere a lui un consiglio sul cosa fare”, e un parere definitivo sulla posizione ufficiale che la Chiesa avrebbe dovuto prendere rispetto al fenomeno Natuzza Evolo.

È esattamente il 18 febbraio 1940 Alla sua lettera Mons. Paolo Albera allega anche una relazione dettagliata di tutto ciò che accadeva dentro le mura della casa dove Natuzza viveva, e che era stata redatta nei minimi dettagli da un sacerdote del luogo, don Francesco Pititto. Da questo momento, tra il Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e il Vescovo di Mileto si sviluppa un intenso scambio epistolare.

Da una parte, le diagnosi e le informazioni redatte in Calabria, e che protendono nel riconoscere piena autenticità alle manifestazioni e ai racconti di Natuzza, dall’altra invece lo scetticismo proverbiale e le giuste riserve del mondo accademico e della ricerca scientifica. È quasi immediata la risposta di Padre Agostino Gemelli a Mons. Paolo Albera, porta la data del 22 febbraio 1940, in cui lo rassicura del fatto che “studierà il caso”. Il 29 giugno del 1940 accade un altro fatto straordinario.

E la festa dei Santissimi Pietro e Paolo, e Natuzza riceve in Chiesa a Paravati dal Vescovo monsignor Paolo Albera il sacramento della Cresima, e proprio mentre il celebrante porge a Natuzza l’ostia consacrata la ragazza incomincia a stare male, ha forti tremori, lo sguardo stralunato, la mente confusa, immediatamente racconta di avvertire un brivido profondo lungo tutto il corpo, e sente qualcosa di gelido che le scorre sul davanti, poi improvvisamente sulla sua camicia bianca compare in maniera del tutto inspiegabile una grande croce di sangue.

Lo sconcerto è generale, la gente presente quel giorno in Chiesa grida al miracolo, e la notizia di quella croce di sangue formatasi da sola sulla camicetta bianca della ragazza, che aveva appena assunto il “corpo di Cristo”, fa il giro dell’intera Calabria. È evidente che a questo punto il Vescovo della Diocesi non sa più come gestire il fenomeno, soprattutto mons. Paolo Albera non sa più cosa dire, ai tanti che lo vanno a cercare, come poter “leggere” o interpretare il mistero di Paravati. Come uscirne? Mons. Paolo Albera riprede allora carta e penna, e, questa volta a mano, scrive una nuova lettera personale e strettamente privata a Padre Agostino Gemelli. È esattamente l’8 luglio 1940: “La Evoli dal 29 giugno scorso - scrive mons. Albera a Padre Gemelli sbagliando il cognome della ragazza da Evolo in Evoli - va soggetta a eruzioni cutanee sanguigne localizzate alla spalla sinistra in forma di croce e al petto, parte sinistra, in forma di croce.

Le eruzioni sanguigne sono sempre precedute e seguite da forti dolori al cuore e alla spalla sinistra. Si trova in uno stato di prostrazione. Il medico incaricato di visitarla ha dichiarato che la Evoli si trova in ogni parte del corpo perfettamente sana, e non sa spiegare il fenomeno”. Padre Gemelli questa volta non si lascia andare a nessun preambolo di sorta, anzi va dritto al cuore del problema, e sul Caso-Evolo traccia in maniera netta, e questa volta definitiva, la sua diagnosi: “In linea di massima la soluzione-scrive Padre Gemelli a mons. Paolo Albera- è sempre quella: l’isolamento, in modo che si faccia il silenzio attorno alla persona”. Dunque, Natuzza Evolo va isolata dal resto del mondo, e immediatamente. “Nulla di misterioso!”, insomma. “Nulla di trascendente!”, “Siamo solo in presenza di un volgarissimo caso di isterismo.

Niente di più”. A mons. Paolo Albera non resta dunque che agire e seguire le indicazioni ricevute dall’illustre scienziato e così, subito dopo l’estate, il 2 settembre del 1940 Natuzza viene rinchiusa nel Manicomio di Reggio Calabria, dove diventa per la Chiesa ufficiale una vera e propria “sorvegliata speciale”. Ma due mesi più tardi viene rimandata a casa perché perfettamente sana. Il primo a capirlo è il direttore del Manicomio, il prof. Annibale Puca, il quale ad un certo punto si convince che è meglio che Natuzza torni definitivamente, e presto, a casa sua.

Prima di lasciare il Manicomio, Natuzza manifesta al professor Puca il desiderio intimo di poter diventare suora e rimanere così in ospedale con le “sorelle che tanto l’avevamo amata”. Ma il vecchio psichiatra non si lascia commuovere. Ritiene invece che la soluzione ideale per la ragazza non sia il noviziato ma una vita normale, e il giorno che a Reggio Calabria arrivano i parenti più stretti di Natuzza per riprendere la ragazza e riportarsela a Paravati consiglia di loro di aiutare Natuzza a convolare a nozze.

Dopo aver trascorso due mesi pieni a Reggio Calabria, Natuzza lascia quindi, una volta per sempre, l’Ospedale Psichiatrico e torna in paese, dove qualche mese più tardi si unisce in matrimonio con l’uomo che le resterà accanto per il resto della sua vita, Pasquale Nicolace, un falegname del luogo. Cerimonia quasi riservata, la loro, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, a Paravati, pochissimi invitati, pochissimi amici presenti, matrimonio combinato, ma in quegli anni e soprattutto in Calabria era una pratica ricorrente, quasi normale, molte donne si sposavano addirittura per procura, e da questo momento Natuzza diventerà madre di 5 figli.

Ma diversamente da quanto gli psichiatri avevano immaginato e preannunciato per lei, le manifestazioni straordinarie e inspiegabili che avevano portato Natuzza Evolo in manicomio continueranno a verificarsi come prima, e per tutti gli anni che le rimarranno da vivere. Un mistero che va avanti da quasi un secolo, e che nessuno ancora è mai riuscito a decodificare.

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